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Venerdì, 22 maggio 2026

Le ferite, occasioni di pace

È una persona ferita quella che compare improvvisamente la sera di Pasqua nel Cenacolo. E non è un ferito che nasconda le piaghe, ma che, al contrario, le mette in evidenza, quasi fossero la sua carta d’identità: “mostrò loro le mani e il fianco”. Otto giorni dopo farà la stessa cosa con l’unico assente, Tommaso, invitandolo addirittura a toccare le sue ferite: “metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco”. Un ferito che incontra una comunità ferita: i dieci mancano non solo dell’assenza momentanea e occasionale di Tommaso, ma soprattutto dell’assenza definitiva e drammatica di Giuda, il traditore. E questa è una ferita gravissima, perché è alla base delle ferite del Crocifisso.

Un ferito, dunque, che incontra una comunità ferita, esibendo le sue stesse ferite. Qui sono tutti vittime di violenze, errori, traumi. Eppure, proprio in questa strana riunione scatta l’augurio di pace: “pace a voi”. Non era scontato questo auspicio, perché di solito chi è stato ferito ingiustamente esce in maledizioni, recriminazioni e rivendicazioni. Qui no: il Risorto fa uscire dalle sue ferite non la rabbia, ma la pace; e cura la comunità ferità con il farmaco della pace. Strano che Gesù non raduni piuttosto una nuova comitiva, come farebbe ad esempio qualsiasi allenatore se la squadra retrocede per incapacità e negligenza dei giocatori; e nel caso dei Dodici sarebbe stato più che comprensibile. Il Signore invece rimette in campo di nuovo gli stessi, invia la squadra perdente: “come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”.

Ma non rimanda in campo e ormai il campo è il mondo perché abbiano recuperato le loro risorse; anzi, il fatto stesso che erano chiusi in casa per paura dei giudei, dimostra che vivevano ancora nelle loro fragilità e nei loro dubbi. Li rimanda in campo, invece, perché li dota di una nuova energia, il dono dello Spirito: “ricevette lo Spirito Santo”. Lo Spirito è l’amore tra lui e il Padre, che non rimane compreso nel grembo della Trinità, ma si riversa sul cosmo e su tutti noi. Lo Spirito, l’amore di Dio, è la forza che ci rimette in campo dopo le ferite, le sconfitte, le paure e le chiusure. Tutti siamo feriti e tutti, purtroppo, abbiamo inferto ferite. Tutti abbiamo bisogno di conversione, come recentemente ha detto Papa Leone ricordando il motto con cui papa Francesco aveva invitato i giovani di tutto il mondo, riuniti a Lisbona, ad essere accoglienti: “todos, todos, todos”. Papa Leone commenta: è “un’espressione della convinzione della Chiesa che tutti sono benvenuti, tutti sono invitati, tutti sono invitati a seguire Gesù, e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita”. Tutti, insomma, siamo discepoli peccatori, nessuno escluso: ognuno porta il peso e le risorse della propria storia personale, della propria esperienza a volte faticosa e a volte gioiosa, delle proprie scelte e condizionamenti. E chi si ritiene arrivato, guardando gli altri dall’alto in basso, su qualsiasi piedistallo si trovi, finisce per piombare nel peccato più grande: la superbia del fariseo che si paragona con il pubblicano, accampando davanti a Dio la propria superiorità.

Oggi siamo qui anche per chiederci e offrirci perdono delle ferite inferte, per chiedere la capacità di un reciproco ascolto profondo, senza chiusure pregiudiziali e senza giudizi avventati. Oggi siamo qui perché il Signore trasformi le nostre ferite in occasioni di pace; siamo qui per aprirci nuovamente al dono dello Spirito, perché ci renda capaci di accogliere le ferite proprie e altrui, ci faccia incapaci di infliggerne di nuove e ci renda desiderosi di costruire insieme a tutte a tutti il regno di Dio.

 

+ Erio Castellucci