Via Crucis interdiocesana in memoria dei missionari martiri: invito a non chiudere gli occhi davanti alle ingiustizie
di Virginia Panzani
La Via Crucis interdiocesana ha percorso le vie del centro storico di Carpi, nella serata di venerdì 27 marzo, e si è conclusa in Cattedrale nel ricordo dei 17 missionari e operatori pastorali uccisi nel 2025. Una celebrazione, in apertura della Settimana Santa, organizzata dal Servizio di pastorale missionaria, e presieduta da padre Gerard Kongolo, dei Missionari Ser vi dei Poveri, vicario episcopale per la vita consacrata. Sono intervenuti, dal Brasile, Danilo, avvocato, e Carolina, giornalista, impegnati per la difesa dei diritti umani, in particolare riguardo alla catastrofe mineraria avvenuta il 25 gennaio 2019 a Brumadinho, Stato del Minas Gerais, vicino a Belo Horizonte. Il segno che ha accompagnato la Via Crucis è stato il girasole, nella cultura brasiliana simbolo associato ai martiri, alla speranza, e alla vita eterna. Il messaggio è stato dunque: “Come questo fiore si volge verso il sole, così ogni cristiano è chiamato, sull’esempio dei missionari martiri, a seguire Cristo nostra luce”. L’accento è stato posto sulla vocazione missionaria di ogni cristiano, sul lasciarsi ispirare dai missionari martiri che hanno testimoniato la fede, abbracciando la mite forza del Vangelo.
Ogni stazione ha, così, offerto spunti di meditazione. In risposta alla domanda “Cristo o Barabba”, i credenti possano sempre scegliere la verità, la giustizia e il bene, anche quando costano. La sfida è saper riconoscere la presenza di Cristo per sceglierlo in ogni istante della vita. La consapevolezza: in Gesù, coronato di spine e flagellato, si contempla il volto dei perseguitati, di quanti affrontano ogni ostilità per annunciare il Vangelo e sconfiggere il male con la potenza dell’amore di Dio. Da qui l’esortazione a non chiudere gli occhi di fronte all’ingiustizia, a trasformare gli ostacoli in opportunità, ad accogliere i rifiutati come compagni di viaggio. Poi, il valore della perseveranza: nel cadere per la terza volta sotto il peso della croce, Gesù ci insegna a rialzarci. È un invito a portare il Vangelo fino ai confini della terra con lo stesso spirito: non fermarsi davanti agli ostacoli. In questo, la Chiesa diventi sempre più “missionaria della compassione”, capace di piangere con chi piange e di rialzare chi è caduto. E ancora, l’immagine di Gesù spogliato delle vesti esorta a spogliarsi dell’orgoglio, del possesso, a fare della vita un dono. Nei luoghi dove la speranza sembra persa, ci siano uomini e donne capaci di parlare un linguaggio di pace e di salvezza: solo in Gesù, che, come il seme, muore per portare molto frutto, le sconfitte possono diventare annunci di risurrezione. I missionari martiri non si sono tirati indietro e dal loro sangue sono germinate comunità di testimoni.
“Se avessi mille vite, le darei tutte per la missione” Sono parole riecheggiate nella testimonianza di Carolina e Danilo. La prima ha raccontato il trasferimento dalla città natale di Belo Horizonte alla natura di Brumadinho, dove cercava un contatto pro-fondo con Dio, poi l’evento traumatico che l’ha profondamente segnata. “L’avidità di una compagnia mineraria ha ucciso brutalmente 272 persone nella mia città – ha raccontato – . Confesso che, di fronte a tanto dolore, pressione e pericolo, ho pensato di smettere di lottare per il bene comune. Mi sentivo debole, incapace e insignificante. Pensavo che non valesse la pena mettermi a rischio, perché non sarei mai stata in grado di cambiare tante ingiustizie intorno a me”. “Scegliere di stare accanto a Gesù e al suo servizio significa non essere paralizzati – ha sottolineato – , non vergognarsi di denunciare, avere il coraggio di dire ciò che deve essere detto, disturbare gli oppressori, gridare quando necessario e agire con discrezione quando serve”. Con gli amici a Modena, Carolina ha imparato il valore della frase di San Daniele Comboni: “Se avessi mille vite, le darei tutte per la missione”. “Il sangue del martirio non è la fine, è il seme ha affermato – . La morte dei missionari non è la chiusura, è una semina. L’amore è il motore più potente, e nessuna stanchezza o avversità può paralizzarlo”.
Anche Danilo ha trovato ispirazione dai Missionari Comboniani, dedicando la professione di avvocato alla difesa degli oppressi. “In America Latina, l’espansione delle attività estrattive ha intensifi cato i conflitti territoriali – ha spiegato – . Spesso, questo avviene in regioni remote dove la presenza dello Stato è debole e l’impunità è elevata, il che rende i difensori di diritti umani vulnerabili a minacce, persecuzioni e violenze fisiche”. Nonostante ciò, ha evidenziato, “i difensori continuano ad agire con coraggio, promuovendo dibattiti fondamentali sulla giustizia sociale, la tutela dell’ambiente e modelli di sviluppo più sostenibili. La nostra denuncia – ha aggiunto – non deve necessariamente risuonare forte. Può anche essere silenziosa, espressa attraverso gesti quotidiani, nella coerenza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo”. Per Danilo, martirio significa “non scendere a compromessi sulla propria anima, in nessuna circostanza”, così come le 272 persone morte a Brumadinho sono “martiri del nostro tempo”. “È una grazia divina poter vivere questa missione come una famiglia – ha concluso – . Siamo profondamente grati per la fiducia che ci accordano le famiglie di queste vittime. Insieme a loro, lotteremo per la giustizia fino alla fine. Non permetteremo che questa storia venga dimenticata. Non permetteremo che le loro morti premature ed evitabili siano state vane”.













