E se fosse davvero di tutti?

Realizzato il progetto di placemaking del sagrato, frutto del percorso condiviso dall’intera comunità

C’èuna foto che racconta tutto: un cane nero sdraiato su un pavimento dipinto coi colori della pace, accanto a una colomba bianca tracciata sull’asfalto. Nessuno glielo ha chiesto. Si è semplicemente accomodato lì, come se quello spazio fosse diventato, d’un tratto, un posto in cui vale la pena stare.

È questa la misura più semplice – e forse più vera – di un progetto di placemaking: quando uno spazio cambia, cambia anche il modo in cui le persone – e persino gli animali – vi si rapportano. Il sagrato della parrocchia di San Giuseppe Artigiano a Carpi non è più lo stesso di qualche mese fa. Non perché sia diventato più bello – anche quello, certo – ma perché è diventato un luogo ripensato dalla comunità che lo vive .

Il cantiere come festa
Le foto delle giornate della realizzazione non sembrano un cantiere, bensì una festa di compleanno. I blocchi di cemento che per anni avevano fatto da spartitraffico anonimo, sono diventati sedute di un giallo acceso, dipinte a mano dai partecipanti stessi, riposizionate in modo accogliente per favorire l’incontro tra le persone. Sul pavimento della nuova area giochi è comparso un campo di colori vivaci: blu elettrico, verde, arancione, forme geometriche che sembrano uscite da un libro illustrato. E all’ingresso, il segno che dà senso a tutto: una colomba bianca e la parola pace, tracciate sull’asfalto come una soglia che si attraversa con consapevolezza.

Tra pennelli e secchi di vernice, qualcuno aveva apparecchiato un tavolo. Acqua, qualcosa da mangiare, la chiacchiera di chi lavora fianco a fianco. Piccole cose, quelle che fanno i luoghi.

La logica del dono e la sinodalità
C’è una cosa che il progetto ha rivelato. Lavorando insieme per costruire uno spazio aperto agli altri – uno spazio di soglia tra la parrocchia e il quartiere, tra chi frequenta la chiesa e chi non ci mette piede – i partecipanti hanno cosi scperto di costruire qualcosa anche tra di loro. La progettazione di spazi comuni, e ancora di più la loro realizzazione pratica, ha generato un senso di comunità proprio mentre la comunità realizzava spazi pensati per gli altri. È questa la logica più profonda del dono. Chi si apre agli altri non svuota, si ritrova. Il sagrato non era pensato come strumento di coesione interna alla parrocchia. Eppure, ha fatto anche questo. Mentre si costruiva un luogo di incontro con il quartiere, si costruiva un incontro tra persone che si conoscevano da anni forse senza davvero conoscersi. Il documento sinodale Lievito di pace e di speranza, approvato dalla CEI nell’ottobre 2025, descrive la parrocchia come comunità che non si chiude nella “routine autoreferenziale” ma si fa “casa aperta” nel tessuto urbano. Il sagrato di San Giuseppe è diventato, in piccolo, un tentativo concreto di dare forma a quella visione: non un manifesto, ma un pavimento dipinto, alcune fioriere gialle, una colomba bianca all’ingresso.

Questa la vocazione originaria: chi entra e chi passa si trovano
Il sagrato – la parola viene da sacer, sacro – è storicamente lo spazio di transizione tra il sacro e il profano, tra l’interno della chiesa e la città. E’ come una soglia. Restituire il sagrato alla sua vocazione originaria significa proprio questo: tenere aperta quella tensione, non fare del sagrato un prolungamento della chiesa verso l’esterno, né un semplice spazio pubblico come tanti. Ma un luogo in cui chi entra e chi passa si trovano, almeno per un momento, sullo stesso piano.

A cura della parrocchia di San Giuseppe Artigiano