Il vero volto della città che è e che sarà

Tra identità e nuovi flussi: sull’integrazione intervengono scuola, Chiesa, politica, associazionismo. Forum in redazione con: don Carlo Bellini, parroco di San Giuseppe, Roberta Della Sala della Cooperativa sociale Il Mantello, Linda Oliviero, consigliere comunale del Pd, Giulio Bonzanini, consigliere della Lega, Viviana Valentini, dirigente scolastica dell’istituto superiore Meucci, Hasnain Abbas Bhatti, originario del Pakistan e dal 2021 cittadino italiano

di Maria Silvia Cabri

In un mondo sempre più interconnesso, il termine “integrazione” viene spesso confuso con la semplice ospitalità o, al contrario, con l’assimilazione forzata. Tuttavia, la realtà dei dati e la cronaca quotidiana raccontano una storia diversa: l’integrazione degli stranieri non è un atto di benevolenza, ma uno dei pilastri su cui poggia la stabilità economica, demografica e culturale delle società moderne. Dunque, non si tratta semplicemente di accoglienza, ma di una più complessa questione che coinvolge identità, diritti e doveri. L’integrazione non deve essere “imposta”, non avviene per decreto, ma richiede percorsi tangibili. I dati recenti confermano che Carpi si colloca tra i Comuni con la più alta percentuale di residenti stranieri nella provincia di Modena, superando spesso la media provinciale, oscillando intorno al 14-16% della popolazione totale. E proprio il tema dell’integrazione, del relativo modello e della ricerca identitaria – anche alla luce di alcuni articoli pubblicati sulla stampa nazionale che hanno descritto Carpi come “Islamabad” – sono stati al centro del Forum promosso da Notizie cui hanno partecipato esponenti di vari ambiti della società civile: don Carlo Bellini, parroco di San Giuseppe, Roberta Della Sala della Cooperativa sociale Il Mantello, Linda Oliviero, consigliere comunale del Pd, Giulio Bonzanini, consigliere della Lega, Viviana Valentini, dirigente scolastica dell’istituto superiore Meucci, Hasnain Abbas Bhatti, originario del Pakistan e dal 2021 cittadino italiano.

I pilastri della convivenza civile
Dai vari interventi, costruttivi e spunti di riflessione, sono emersi i tre motori principali che trasformano un “ospite” in un cittadino: la scuola, il vero laboratorio del futuro. Il lavoro: dall’agricoltura all’assistenza domiciliare, fino all’imprenditoria (in forte crescita tra gli stranieri), l’apporto economico è innegabile. La partecipazione civica, in quanto la nascita di associazioni e il coinvolgimento nelle comunità locali permettono il passaggio fondamentale dalla segregazione all’appartenenza.

Il modello d’integrazione
Uno dei primi aspetti trattati è stato quello del modello di integrazione: come ha sottolinea don Carlo Bellini, “vi è differenza tra il modello inglese (e francese) e quello italiano. I primi, assimilazionisti, prevedono delle regole precise come la conoscenza della lingua e della cultura britannica o francese quale requisito fondamentale per l’integrazione”. In sostanza, l’immigrato si deve adattare in tutto e per tutto alla società alla quale approda. “Quello italiano risulta una sorta di ‘non modello’ – ha proseguito il sacerdote – un ‘fai da te’ in cui pare mancare la consapevolezza di cosa si deve fare e la piena capacità di mediare e accogliere gli stranieri. Alcuni lo colpevolizzano, altri invece reputano che sia migliore di modelli più ‘impositivi’ che non lasciano spazio alle diversità, così creando ghetti di esclusi, che poi esplodono, come le banlieue della Francia a luglio 2023. Quello che servirebbe è un approccio interculturale, un percorso fondato sul dialogo, interessante ma anche difficile, perché si basa sulla mediazione e sulla trasformazione delle differenze, in reciproca connessione”.

La giustizia sociale
Linda Oliviero privilegia il modello italiano, reputandolo più conforme “all’attuale situazione che è in continuo divenire e a fronte della quale è difficile trovare un protocollo rigido. Si naviga a vista, adeguandosi a quello che è il periodo storico. Un punto è però certo: non si può rifuggire dall’integrazione ma è necessaria una ‘giustizia sociale’ incentrata sul lavoro, sulla possibilità di studiare, di curarsi, di avere una casa, per creare una società equa e inclusiva, dove ogni persona goda di pari diritti, opportunità e dignità, indipendentemente da origini, genere o condizioni economiche. A tal fine ci vuole uno sforzo da parte di entrambe le comunità: chi viene accolto e chi accoglie. Altrimenti, è difficile trovare un punto di caduta a livello valoriale, rendendo più facile la radicalizzazione”.

L’ascensore sociale
Un altro tema emerso è quello della condizione economica, della povertà. “‘L’ascensore sociale’ (la capacità per gli immigrati e i loro figli di migliorare la propria posizione socio-economica rispetto alle origini) – ha sottolineato don Carlo – si scontra con una società fatta di ‘sacche di povertà’ che non integrate. Dunque, alla differenza originaria di cultura e religione, si aggiunge il problema economico legato a come materialmente gli stranieri riescono a vivere qui da noi”. Tema questo sottolineato anche da Giulio Bonzanini: “Il modello italiano di integrazione funziona solo se ‘domanda’ e ‘offerta’ si incontrano. Per questo è fondamentale che vi sia il lavoro: quando manca il lavoro o se questo non garantisce degli stipendi adeguati, scattano problemi di povertà latente che mettono in difficoltà tanto gli stranieri quanto gli italiani, andando a inceppare il meccanismo di accoglienza”.

La ricerca identitaria
Sotto il profilo della ricerca identitaria, don Carlo ha sostenuto che “in generale, la formazione dell’identità di un giovane, italiano o straniero che sia, si è spostata oggi ad un’età più ‘avanzata’, verso i 27/30 anni, specie se hanno frequentato l’università. Manca dunque un’identità solida, perché la formazione è lunga e ci sono tantissimi stimoli. In passato, ad esempio, si nasceva in un posto, si viveva in quello, ci si sposava con una ragazza/ o del proprio paese e si proseguiva il mestiere dei genitori. Ora è molto diverso. A tutto questo, per i ragazzi e le ragazze straniere si aggiungono ulteriori nodi da sciogliere: chi sono io? Chi voglio essere dal punto di vista sociale, religioso e personale? Sicuramente ci vuole del tempo, è un processo lungo e difficile, esposto anche al rischio di perdere la traietsono toria, ma dal quale possono emergere degli esiti molto positivi”. “Mancano i modelli di riferimento – ha tuonato Bonzanini – . La scuola può e deve fare tanto, dando il primo imprinting, per formare ‘cittadini’ prima ancora che studenti e futuri lavoratori. Purtroppo, negli ultimi decenni si è persa l’alfabetizzazione, e vengono utilizzati meno vocaboli. La lingua non serve solo per parlare ma è anche uno strumento di espressione del pensiero e ciò si riflette nella relazione tra le persone. E in tutto questo, a scuola, i ragazzi stranieri incontrano uno scoglio ancora più grosso che è quello della mancata conoscenza della lingua”.

La multiculturalità
Roberta Della Sala ha sottolineato l’importanza di un percorso di lavoro su se stessi, evidenziando la multiculturalità come risorsa, e non come un problema. Peraltro, ha aggiunto, “le differenze esistono non solo tra cittadini e stranieri, ma tra le stesse diverse etnie presenti a Carpi: ad esempio, nelle comunità del Nord Africa, marocchine e tunisine, specie per quanto riguarda le donne, ci sono tante giovani di seconda generazione tra i 25 e i 35 anni che rivestono professionalità rilevanti e si sono realizzate come medici, infermiere, insegnanti, maestre. E lo stesso vale per gli uomini che intraprendono