Il 15 luglio è l’anniversario della consacrazione della “Sagra”: il medievista Paolo Golinelli ne spiega il rapporto con i “grandi” dell’XI-XII secolo
di Virginia Panzani
Fu un pontefice anziano era ultrasettantenne – e malato, Lucio III, il cistercense Ubaldo Allucingoli, a consacrare la pieve di Santa Maria in Castello a Carpi il 15 luglio 1184, durante il suo viaggio verso Verona, dove avrebbe incontrato l’imperatore Federico Barbarossa e dove morì nel 1185. Qualche giorno prima, il 12 luglio, aveva consacrato il Duomo di Modena. Per l’occasione il Papa concesse alla pieve carpigiana un privilegio straordinario: l’indulgenza a chi vi si fosse recato, confessato e comunicato ogni anno nell’anniversario della consacrazione o nel giorno dell’Assunzione di Maria. Tale fu la solennità dell’evento da imprimersi per sempre nella memoria collettiva: da allora infatti la chiesa iniziò ad essere chiamata familiarmente “la Sagra”, ovvero “la Consacrata”.
VIII centenario con il vescovo Maggiolini
Il professor Paolo Golinelli, già ordinario di Storia Medievale all’Università degli Studi di Verona e presidente dell’Associazione Matildica Internazionale, conosce molto bene la Sagra, avendole dedicato varie ricerche e pubblicazioni. E’ ancora vivo in lui il ricordo dell’importante incontro tenutosi nell’autunno 1984 in Teatro Comunale a Carpi per l’VIII centenario della consacrazione della pieve. “Fu chiamato a tenere la conferenza il mio maestro, Ovidio Capitani. Presiedeva l’allora vescovo di Carpi, monsignor Alessandro Maggiolini – racconta Golinelli – . Il professor Capitani ricostruì il viaggio di Papa Lucio III, da Rimini a Verona, passando per Bologna, Modena, dove pure consacrò il Duomo, Carpi e, dal 1° agosto a Verona, da dove emanò la decretale Ad abolendam , per combattere l’eresia catara. Ricordo il commento di Maggiolini: ‘Abbiamo applaudito, abbiamo apprezzato, ma per comprendere dovremo leggere il testo’. Aveva ragione: i saggi di Capitani erano sempre molto densi”.
La pieve di Santa Maria e i Canossa
Il 1984 fu per Modena, prosegue Golinelli, “l’occasione di una grande mostra sul Duomo dal titolo ‘Quando le cattedrali erano bianche: Wiligelmo e Matilde’, che coinvolse i maggiori studiosi del tempo, fra cui Arturo Carlo Quintavalle, Adriano Peroni, Vito Fumagalli, e con loro una serie di giovani studiosi che avrebbero poi approfondito gli studi sul nostro territorio, alcuni anche nella Storia di Carpi , del 2008”.
Ma quali furono i rapporti tra la chiesa sita nel castrum di Carpi e la dinastia dei Canossa? Il primo documento, che cita il castello di Carpi “risale al 1001 ed è di Tedaldo di Canossa, nonno di Matilde spiega Golinelli – . La pieve di Carpi compare, poi, nell’elenco delle chiese che il marchese Bonifacio, figlio di Tedaldo e padre della stessa Matilde, aveva ottenuto dalla chiesa di Reggio Emilia impossessandosene. All’interno delle pievi della diocesi di Reggio, Carpi si distinse presto come una delle principali, con una forte tensione verso l’autonomia”. Da ricordare, sottolinea Golinelli, che “da Carpi veniva il vescovo di Reggio Gandolfo, della famiglia dei Gandolfingi, di origine franca, vescovo filoimperiale dalla seconda metà del 1065 al 1082. Siamo nel pieno della lotta tra Enrico IV e Gregorio VII, papa dal 1073. Il monaco Donizone, che è il cantore di Matilde, narra che le truppe della contessa sconfissero pesantemente le truppe imperiali presso Sorbara, il 2 luglio 1084, e l’ex vescovo Gandolfo ‘si tenne nascosto tre giorni, nudo fra i rovi’”.
Gregorio VII e Matilde in sosta a Carpi
Furono due le soste di Matilde di Canossa a Carpi. Qui, infatti, si fermò “Gregorio VII, dopo l’incontro di Canossa, il 19 marzo 1078, insieme a Matilde e alla sua cancelleria. Questo fatto è particolarmente significativo perché dimostra oltre all’importanza del castrum Carpense , dello schieramento della chiesa di Carpi col pontefice, nel momento in cui già si era riaperto lo scontro tra papa e imperatore”. Solo nel 1106 ritroviamo Matilde a Carpi a presiedere un giudizio. “Si trattava di dirimere la lite sorta tra il vescovo di Modena, Dodone, e Girolamo, abate del monastero di Santa Maria della Pomposa, per il governo della chiesa di San Michele di Soliera – spiega Golinelli – . L’abate si era recato da Matilde, che si trovava a Baggiovara, lamentando soprusi subiti dai preti di Soliera. Matilde risolve la questione, liberando quella chiesa dalla dipendenza dal monastero, ma con l’obbligo di ospitare i monaci quando lo richiedessero. A ciò si sottoscrissero i vescovi Bernardo di Parma, Pietro di Pistoia e Dodone di Modena, e Matilde sigillò l’atto, il cui originale si trova nell’Archivio capitolare di Parma, con la sua firma tra la croce: Matilda Dei gratia, si quid est, subscripsi ”.
Una signora benemerita, in armonia con il clero locale
Matilde di Canossa fu, dunque, signora di Carpi, come lo erano stati i suoi antenati, e il castello di Carpi era compreso nei beni matildici, come testimonia la bolla di Onorio IV del 1216. “Mentre suo padre Bonifacio aveva sfruttato la chiesa cittadina, impossessandosi delle decime, la Contessa – sottolinea Golinelli – aveva sempre agito in armonia con il clero locale, come abbiamo visto molto vicino a lei, e a favore della cittadinanza. C’è quindi un fondamento storico al mito matildico presente a Carpi e nel Carpigiano, sia a livello popolare, sia a livello colto”. Così, aggiunge, “non sono prive di fondamento le ipotesi di ricostruzioni in epoca matildica della pieve di Santa Maria di Carpi e della chiesa di San Giorgio di Ganaceto, come dimostrano le absidi giunte sino a noi nel loro stile romanico, e riprodotte in parallelo nel bel volume di Dante Colli, Alfonso Garuti e Romano Pelloni, dedicato nel 1991 a Matilde di Canossa e ai suoi luoghi”.












