– Gv 20,1-9 –
I teli e il sudario non sono marginali nel racconto del Vangelo di oggi. Giovanni dedica un’insolita attenzione a questi tessuti: per tre volte nomina i teli “posati là” e del sudario dice che “era stato sul capo” di Gesù e che Pietro, entrato nel sepolcro, lo vide “avvolto in un luogo a parte”. I teli e il sudario, generalmente di lino, ricoprivano le salme, dopo che erano state cosparse di unguento e olio profumato.
Di questi teli Giovanni aveva parlato anche poco prima, narrando la sepoltura di Gesù. Giuseppe di Arimatea e Nicodemo presero il corpo del Signore, deposto dalla croce, e – dice l’evangelista – “lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i giudei per preparare la sepoltura” (Gv 19,40). Giuseppe e Nicodemo sono ammiratori segreti di Gesù. Anzi il primo, dice Giovanni, “era discepolo di Gesù”, sebbene “di nascosto, per timore dei giudei” (Gv 19,38); e Nicodemo era andato da Gesù di notte (cf. Gv 3,2; 19,39). Il telo con cui avvolgono il suo corpo è il loro omaggio estremo, l’ultimo segno di riconoscenza verso un Rabbì che li aveva colpiti, e che era però finito miseramente. Quei teli funebri sono dunque impreziositi dalla stima e dall’affetto di questi discepoli timorosi ma devoti. Però la forza di quell’affetto e di quella stima non sarebbe stata sufficiente per rimuovere i teli dal corpo di Gesù. Se una persona cara ci lascia, quanto più le vogliamo bene tanto più la rivestiamo dei teli del nostro affetto; la avvolgiamo di attenzioni, ricordi e rimpianti, la ricopriamo di parole buone e, se siamo credenti, di preghiere. Questi sono i tessuti funebri che noi siamo capaci di confezionare: ed è giusto e doveroso che lo facciamo. Ma questi teli non sono capaci di restituire la vita a chi è deposto nella tomba.
Una scena, di nuovo nel Vangelo di Giovanni, mette in campo le stoffe funebri: il ritorno in vita di Lazzaro. Dopo l’ordine di venire fuori dal sepolcro, dato da Gesù, “il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario”. Anche i tessuti con cui era stato avvolto Lazzaro erano intrisi di affetto, lacrime e stima: Marta e Maria ne lamentavano la scomparsa, i giudei accorsi a Betania erano addolorati, e Gesù stesso, davanti al sepolcro dell’amico, si mise a piangere. La ripresa della vita terrena di Lazzaro, dopo un intervallo di quattro giorni, è segno profetico della risurrezione di Gesù. E l’ordine che dà il Signore, quando l’amico esce coperto di teli dal sepolcro, è: “liberatelo e lasciatelo andare!”. Questo sarebbe il nostro sogno, quando perdiamo una persona cara: che ritornasse all’esistenza di prima, che riprendesse a vivere con noi. Ci basterebbe questo, e saremmo felici di togliere le bende e il sudario. Però Lazzaro è poi morto una seconda volta. In realtà il suo ritorno in vita è solo un pallido segno della risurrezione di Gesù, che non sarà la ripresa della vita di prima dopo un intervallo, per morire una seconda volta, ma sarà una vita piena e definitiva.
Questo è il mistero della Pasqua del Signore, l’avvenimento dell’alba della domenica. Era poco per il Padre riportare Gesù alla vita terrena, farlo uscire dalla tomba come Lazzaro, avvolto dalle bende funebri e dal sudario, per ricominciare l’esistenza interrotta. No, Dio opera una salvezza definitiva: lui stesso libera Gesù dai teli e dal sudario, ora inutili e inservibili, segni di una morte ormai vinta dalla vita, e quindi accantonati e ripiegati. Oggi celebriamo quanto è accaduto in Gesù, molto più di quanto è accaduto in Lazzaro e infinitamente più di quanto accade ogni volta che portiamo al sepolcro una persona cara.
Oggi celebriamo l’intervento sorprendente e inaspettato della risurrezione di Gesù; e lo celebriamo non solo perché siamo contenti che sia capitato a lui, ma soprattutto perché ci ha aperto la via: attendiamo anche noi la risurrezione, come proclameremo tra poco: “aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Sarà un evento di giustizia e misericordia insieme, quando il Signore della storia separerà il bene dal male e gli aggressori dalle vittime, scioglierà dai teli delle ingiustizie tutti quelli che ne sono stati avvolti e darà gioia piena agli operatori di pace, a chi avrà sciolto già quaggiù i fratelli e le sorelle dalle bende di morte. I teli e il sudario, allora, anche per noi saranno inutili e inservibili: quanto più avremo tessuto le nostre relazioni con i fili dell’amore, tanto più saremo rivestiti di vita nuova, definitiva e gloriosa.
+ Erio Castellucci





