Lc 10,25-37
È stato spontaneo, per salutare don Benito, scegliere la parabola del buon Samaritano; pensando soprattutto al punto di svolta, il secondo verbo. Il primo è uguale per tutti e tre i personaggi: anche il sacerdote e il levita vedono il ferito, ma poi passano oltre. Lo straniero, invece, lo vede e ne prova compassione. Questo verbo, il secondo, capovolge la situazione: fino a quel momento regnano l’indifferenza e la paura – i due ministri del culto forse temono che i briganti siano nascosti nei paraggi – mentre il samaritano vince la paura, sacrifica tempo, energie e perfino denaro, e trasforma l’indifferenza in compassione e cura. Così il sacerdote e il levita escono di scena umanamente più poveri, mentre lui riempie la scena con la sua bontà. E noi, giustamente, lo chiamiamo “buon” samaritano, perché la condivisione ha tirato fuori da lui le energie migliori del cuore, che diversamente sarebbero rimaste dormienti.
Caro don Benito, in questi giorni sono circolate tante testimonianze su di te, e tutte molto grate. Direi proprio che la gratitudine è il clima nel quale la notizia della tua salita al Padre ha viaggiato e si è rapidamente diffusa. Riconoscenza da parte di tutti quelli che hanno avuto la gioia di incontrarti in questi sette decenni abbondanti di ministero: a Gavello e Mortizzuolo, luoghi della tua origine, poi a Mirandola, Cortile e San Martino Secchia, oltre che la Coldiretti, luoghi della tua missione. Quanto olio della compassione e vino della misericordia hai steso sulle ferite della gente, quante lacrime hai asciugato e quante gioie hai condiviso! Il tuo carattere mite e operoso ti ha aiutato a non cadere mai nella prepotenza, anche quando dovevi mostrarti severo e deciso; la tua umiltà ti ha aiutato a non cadere mai nell’orgoglio e nella ricerca di onori, anche quando li avresti meritati.
Non sapevo – l’ho letto in questi giorni – che da giovane cappellano di Mirandola il vescovo, abbracciandoti, quando ti aveva proposto la parrocchia di Cortile, dove sei poi rimasto quasi mezzo secolo, ti aveva detto che ci saresti stato “provvisoriamente”: mai fidarsi dei vescovi e dei loro abbracci! Anche in quell’occasione sei stato obbediente: eri attivissimo qui a Mirandola, nella parrocchia più grande della Diocesi, e ti veniva proposta una delle più piccole: “in meno di un’ora, nonostante, la sofferenza del distacco che mi veniva chiesto, gli diedi la mia disponibilità”. Mezzo secolo deciso in meno di un’ora: eppure l’hai riempito di relazioni profonde, affabilità, vicinanza alle necessità e alle sofferenze dei parrocchiani, specialmente di quelli ai margini, e cura anche del patrimonio storico-artistico.
Quando, in occasione del tuo 65.mo anniversario di ordinazione sacerdotale, sei stato ringraziato per il tuo lungo e fedele ministero, hai semplicemente commentato: “Quante anime sante hanno sostenuto il mio servizio!”. Non volevi addossarti alcun merito. E quel sorriso che fino all’ultimo era stampato sul tuo volto – e da cui anch’io, da quando ti ho conosciuto, ho ricevuto beneficio – era il condimento di ogni gesto. Gli ultimi 17 anni della tua vita, che sicuramente non avresti immaginato così lunga, qui a Mirandola non sono stati spesi in un tranquillo pensionamento, ma in una serie di mansioni e servizi ricercati, sia dagli adulti della San Vincenzo e del Rotary, sia dai bimbi dell’Acr, che in te trovavano un nonno buono e comprensivo. I confratelli in questi giorni ti hanno più volte definito “una figura bella di sacerdote”.
Quando il profeta Elia stava per salire al cielo, il suo discepolo Eliseo, che gli voleva molto bene e lo vedeva come modello, chiese che una volta scomparso il suo maestro, i due terzi del suo spirito passassero a lui. Caro don Benito, non ti chiediamo di lasciarci se non due terzi del tuo spirito: aiutaci a crescere nella mitezza tra di noi, presbiterio e comunità cristiane; lasciaci quaggiù la tua generosità, che vinca le nostre chiusure, il tuo coraggio, che sblocchi le nostre paure. Non ti chiediamo tutto, solo due terzi: e ne avremmo già abbastanza per essere una Diocesi più unita, nell’umiltà e nell’operosità.





