«Tentazione» è una parola fuori moda; semmai viene pronunciata in modo ironico o scherzoso. La Scrittura invece la evoca seriamente. Cedere o meno alle tentazioni cambia il corso della vita. Oggi la parola di Dio ne presenta di due tipi, che potremmo definire le tentazioni «da giardino» e «da deserto». La prima lettura è tanto famosa quanto fraintesa: fa parte dei racconti delle origini umane, che alcuni trattano come se fosse una pagina storica o scientifica e non – come è in realtà – una pagina teologica, una grande parabola che non ci narra come è avvenuta la creazione, ma ci rivela il significato di ciò che Dio crea. Oggi, in questa scena nota come “peccato originale”, l’autore comunica il progetto di Dio sull’umanità e ricorda la risposta negativa a questo progetto. La libertà che Dio assegna all’uomo e alla donna, è connessa all’amore: chi ama, non mette al guinzaglio le persone amate, non le guida come se fossero dei burattini; chi ama, vuole il bene delle persone amate, le lascia libere mettendole in guardia da ciò che riduce la loro libertà. Per questo Dio consegna il “limite”: potete mangiare tutti i frutti degli alberi del giardino, ma non i frutti dell’albero della vita, che sta in mezzo al giardino. Che cosa significano questi simboli? Che gli esseri umani, per restare liberi, devono essere responsabili, cioè rispettare la vita, non impadronirsi dell’esistenza propria e altrui, evitare l’atteggiamento della predazione. Concedere la libertà include il rischio che venga usata contro, che si trasformi cioè in un atto di ribellione, di superamento del limite. La figura del tentatore, il serpente, è simbolo di una forza esterna agli esseri umani, poi identificata nel diavolo, che attrae verso il polo opposto di Dio, in una specie di rivalità ingannevole: “sarete come Dio!”. Questa è la tentazione da giardino, a cui cediamo ogni volta che vogliamo occupare il ruolo di Dio: diventare padroni della nostra vita e di quella altrui, piuttosto che esserne custodi responsabili. La libertà vera ha bisogno di questo limite, senza il quale diventa sopruso, come constatiamo ogni giorno nelle guerre, nelle violenze, nella distruzione dei propri simili e del creato. “Sarete come Dio” è la tentazione di un potere sfrenato, che si può scatenare dovunque, dal piccolo mondo delle nostre case, fino al grande mondo delle relazioni internazionali. Il Vangelo ci conduce alle tentazioni da deserto. A differenza del giardino, abitato da esseri viventi e vegetazione rigogliosa, il deserto è arido, secco, disabitato e sterile. Mentre le tentazioni da giardino ci raggiungono quando siamo energici, in salute e ci sentiamo potenti, quelle da deserto si presentano quando siamo deboli e avvertiamo le nostre fragilità. Debolezza e fragilità da cui anche Gesù è stato toccato: dopo quaranta giorni di digiuno, «alla fine ebbe fame». E arriva il tentatore, suadente come l’antico serpente, ma ancora più raffinato: non gli dice che se cede diventerà come Dio, perché sa bene che è già come lui; infatti le prime due tentazioni cominciano con questa frase: «Se tu sei Figlio di Dio». Sono sfide: dimostra davvero chi sei, esibisci il potere che hai, trasforma le pietre in pane e fai un volo nel vuoto, sapendo che Dio non ti lascerà cadere. Il diavolo anticipa l’ultima tentazione di Gesù, quella che subì dalla croce con le stesse parole del diavolo pronunciate dai passanti sul Calvario: «Se tu sei Figlio di Dio, scendi giù dalla croce!» (Mt 27,40). Il diavolo fa balenare la tentazione di strumentalizzare perfino Dio, oltretutto manipolando abilmente la Scrittura: e Gesù risponde, con la stessa Scrittura, riportando le cose al loro significato: Dio, dice Gesù, non va sfruttato per ottenere vantaggi materiali (le pietre trasformate in pani) o per esibire il potere (un volo dal punto più alto del Tempio). Alla fine, nell’ultima tentazione, il diavolo porta Gesù su un monte altissimo da dove si vedevano «i regni del mondo e la loro gloria». E finalmente scopre le carte: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai. Il diavolo si mette al posto di Dio, pretende l’adorazione. Questa è la grande tentazione demoniaca, sussurrata dal serpente alla donna e all’uomo nel giardino e buttata in faccia anche a Gesù nel deserto. Alla fine, sia che viviamo situazioni da giardino, con esperienze belle e gioiose, sia che passiamo momenti da deserto, con eventi dolorosi e tristi, la tentazione più grande è sempre questa: metterci al posto di Dio. Non tiriamo i remi in barca, anche quando cediamo. La tentazione più grande di tutte, infatti, è quella di ritenerci spacciati, di pensare che – essendo fragili – ormai il Signore stesso si sia stancato di noi. No, lui non si stanca. Dopo il peccato di Adamo ed Eva, annuncia un redentore; dopo le tentazioni subite da Gesù, manda gli angeli. Nella seconda lettura San Paolo ci ha rassicurato: «se per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti». “Molto di più”: non c’è paragone tra le nostre cadute e la sua grazia, se solo abbiamo l’umiltà di tornare a lui ogni volta che ci vince la tentazione di metterci al suo posto.
Erio Castellucci





