Duomo di Modena

Omelia nella II Domenica di Quaresima

Domenica 1° marzo 2026

«Signore, è bello per noi essere qui». Certo, Pietro ha ragione: è bello stare su un alto monte, dove il panorama si apre sull’orizzonte; è bello sostare quando la vita ci sorride e la realtà sembra trasfigurata; vorremmo immortalare quei momenti. Pietro aveva un motivo profondo per fermare il tempo sul monte che la tradizione identifica con il Tabor: Gesù si era trasfigurato, il suo volto luminoso come il sole e le sue vesti splendenti come la luce. Una scena incantata, un sogno che doveva continuare e che attiva la generosità dell’Apostolo: le tre capanne che intende costruire, infatti, non sono per lui, Giacomo e Giovanni, ma per Gesù, Mosè ed Elia; un progetto altruista.

L’incanto però non dura. La visione scompare e Gesù invita i tre discepoli ad alzarsi e tornare a valle. Il posto adatto per costruire capanne, per alloggiare e vivere, non è la cima del monte, ma il villaggio e la città. Il silenzio della discesa dal monte è rotto solo dall’ordine di Gesù: «non parlate di quello che avete visto, se non dopo la risurrezione».

Verrà il momento della trasfigurazione, ma prima dobbiamo attraversare quello della morte. Il volto trasfigurato del Risorto farà seguito al volto sfigurato del Crocifisso; le vesti candide del mattino di Pasqua, anticipate sul Tabor, saranno la trasfigurazione del sudario che avvolgeva il cadavere di Gesù nel sepolcro; il sole e la luce che i tre discepoli contemplano sul monte splenderanno solo dopo che le tenebre avranno avvolto la terra. E Pietro non ci sarà: «è bello essere» lì, sul Tabor, con Gesù glorioso; ma l’apostolo non salirà su quell’altro monte, meno alto ma più impervio, il Calvario. Cari Antonio e Filippo e cari amici presenti: questa, come ben sapete, è la logica del Vangelo; Gesù promette la gloria, ma attraverso il sacrificio; promette un’esistenza piena, ma attraverso il dono della vita; promette la risurrezione, ma attraverso la croce. Ed è la logica del Vangelo perché è la logica dell’amore. Chi ama, sa che l’amore non è un panorama romantico, ma una salita impegnativa. Chi ama, sa che subirà i contraccolpi della persona amata, sa che dovrà prepararsi a riceverne anche delusioni e condividerne sofferenze. Ma sa che ne vale la pena, perché ogni esperienza faticosa è annuncio di trasfigurazione. Chi ama trasfigura anche ciò che è sfigurato: accogliendo ogni momento come dono, opportunità per crescere e aiutare a crescere. Chi non ama, patisce di meno sul momento, si illude di abitare un eterno Tabor: ma poi attraversa il dolore più grande che ci possa abitare, il senso di vuoto, e di fronte ai Golgota che la vita riserva si trova impreparato e smarrito. Noi siamo fatti per amare, siamo creati da Dio per la relazione: e chi si isola pensando solo a se stesso, chi si raggomitola sull’io, finisce per girare a vuoto. Grazie, cari amici che vi candidate al diaconato, perché ci date questa bella testimonianza: voi non avevate bisogno di avviarvi per questa strada, perché siete già realizzati nella professione, nella famiglia, nelle amicizie. Qualcuno vi avrà detto sicuramente che vi state complicando la vita, che si può servire la Chiesa in tanti modi meno impegnativi, che ci sarà poi chi vi chiama mezzi preti. E nonostante questo, insieme alle mogli e figli, avete deciso di salire sul monte: il Calvario che porta al Tabor. Io chiedo al Signore che vi renda capaci di trasfigurare, con lui, le vostre esperienze di vita; che, invece di disertare il Calvario, come fa Pietro, lo attraversiate nella fede, per salire poi al Tabor. Chiedo al Signore che le ferite inevitabili della vita siano sempre occasioni di cura: che non vi scoraggiate per le difficoltà pastorali, le resistenze e gli insuccessi, e che resistiate un giorno, come diaconi, alla tentazione di accodarvi ai lamenti oggi così di moda, anche nel mondo ecclesiale. Non troverete la comunità ideale, il parroco ideale, né tantomeno il vescovo ideale; incrocerete situazioni problematiche e anche mediocri: cercate di fare vostro il motto che papa Francesco aveva fatto appendere alla porta del suo studio a Santa Marta: «vietato lamentarsi». Fuggite la tentazione di adottare quell’altro motto, tanto diffuso nelle nostre comunità: «si è sempre fatto così»; trasfigurate con Gesù gli arroccamenti tradizionalisti spesso lamentosi in spinte missionarie gioiose. La fede, diceva papa Benedetto, si trasmette per attrazione: e i brontoloni non attraggono nessuno. Piuttosto criticate seriamente, cioè rilevate i difetti rendendovi disponibili a correggerli. Ma soprattutto rendete grazie, siate riconoscenti, come ci raccomanda San Paolo, perché sono tanti i doni da cui siamo circondati, e la sventura più grande è quella di non riconoscerli. È una diaconia urgente per la Chiesa: trasfigurare difetti, sofferenze, lamenti e fallimenti, iniettando nelle nostre relazioni l’antidoto della risurrezione, della speranza, della gioia.

Erio Castellucci