Duomo di Modena

Omelia nella IV Domenica di Quaresima

Domenica 15 marzo 2026

La scena comincia in un clima di diffidenza. Al pozzo di Sicar si incontrano due personaggi, che incarnano due mondi distanti, anzi ostili. Lui, Gesù, è un giudeo e lei è una samaritana; e, come informa l’evangelista, «i giudei non hanno rapporti con i samaritani». Lui poi è uomo e lei è donna: altro motivo di distanza, all’epoca davvero abissale, tanto che lei stessa lo nota: tu «chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». Oltretutto, né Gesù né la donna avrebbero dovuto trovarsi a tu per tu. Lui, perché era un maestro stimato: e per un rabbino era disdicevole parlare da solo con una donna. In un testo, ad esempio, si vietava ai rabbini di conversare in luoghi pubblici con qualsiasi donna, fosse pure la propria moglie (cf. Strack-Billerbeck, II, 438). Si capisce perché i discepoli, tornati dalla città, «si meravigliavano che parlasse con una donna». Ma nemmeno lei avrebbe dovuto, o voluto, trovare qualcuno al pozzo. Lo si deduce dall’orario scelto per andare a prendere l’acqua: «circa mezzogiorno». Nessuno camminava sotto il sole a picco, con un’anfora piena d’acqua: le donne andavano ad attingere al mattino presto, col fresco, e la portavano a casa perché la famiglia potesse lavarsi e bere per l’intera giornata. Se la samaritana arriva al pozzo nell’ora meno adatta, è per evitare di incontrare gente. Lo si svela nel dialogo con Gesù: è una donna chiacchierata. Ha avuto cinque mariti e ora vive con un sesto uomo. Per questo cerca di evitare gli assembramenti: sarebbe stata molto impacciata nel mettersi in fila con altri, nel sostenere dialoghi ambigui ed evasivi, nel sopportare sorrisini e malevoli sottintesi.

Insomma, un incontro inopportuno e imbarazzante per l’uno e per l’altra. La sorpresa è che questo incontro, invece, si dimostra vantaggioso per entrambi. Lui ne esce riconosciuto nella sua identità, al punto che la donna lo identifica come il Messia; e lei, a sua volta, ne esce accolta e valorizzata, al punto che diventa annunciatrice del Cristo tra i concittadini. Come è stato possibile, come è possibile anche oggi, che l’incontro con Gesù porti salvezza, nonostante le fragilità e gli scheletri nell’armadio che noi, come la samaritana, ci portiamo dietro? Il punto è proprio questo: quelli che per noi sono scheletri, ossa aride, per il Signore sono membra vive. Lui si innesta nelle nostre ferite per risanarle.

Gesù fa leva sui doni che vede in noi, sulle nostre risorse, per quanto povere. Il dialogo con la samaritana comincia da ciò che lei può offrire: «dammi da bere». Gesù ha sete e non ha un secchio – come nota la donna – per attingere al pozzo profondo; è lui che manifesta per primo una necessità a cui lei può andare incontro; è lui che si rivela bisognoso, attivando le possibilità della samaritana. È lui, insomma, che ci viene a cercare, è lui che attacca discorso e si fa bisognoso per attivare le nostre capacità residue. E quando accettiamo il dialogo, accogliendo la sua parola, lui scava nei nostri affetti, spesso feriti e qualche volta disordinati, come quelli della samaritana; ma non ci giudica; anzi, incentiva la conversazione. Alla donna, che coraggiosamente accetta il dialogo e lo porta sul piano religioso – chiedendogli se Dio va adorato in Samaria o in Giudea – lui finisce per rivelare l’identità profonda di Dio e risponde: il Padre deve essere adorato in Spirito e Verità. Il Padre, cioè, si conosce attraverso lo Spirito Santo e Gesù stesso, che di lì a poco dichiarerà di essere la Verità in persona (cf. Gv 14.6). Non l’aveva detto ancora a nessuno dei discepoli, e lo svela prima di tutti alla donna: Dio non è un essere solitario, che abita sui monti della Samaria o della Giudea, racchiuso in un tempio di pietra; Dio è una comunione di persone, è una relazione, è una famiglia: Padre, Figlio, Spirito. È una nuova idea del divino, che scava nel cuore della samaritana, la spinge ad annunciare a tutta la città l’incontro con il Messa, le mette le ali ai piedi, al punto da dimenticare l’anfora al pozzo e tornare a casa senza l’acqua: ormai aveva bevuto l’acqua viva, che zampilla per la vita eterna.

Da donna chiacchierata a testimone del Cristo: quando l’incontro con Gesù e la sua parola riesce, siamo trasformati nel cuore: ci sentiamo compresi, accolti, perdonati, inviati. L’importante è andare al pozzo, perché il Signore ci attende lì. Il pozzo può essere una sofferenza, come una malattia, un lutto, un senso di oppressione di fronte alle guerre e alle violenze: quando siamo provati, affannati e smarriti e ci rendiamo conto che solo il Signore ha parole di vita eterna. Il pozzo può essere un’esperienza di gioia e di letizia spirituale: quando avvertiamo la forza dell’amore di Dio nella preghiera o in un momento di ritiro. Il pozzo può essere anche un evento significativo, come la nascita di un bimbo o un traguardo scolastico, professionale o vocazionale: quando sentiamo di avere compiuto una svolta bella nella vita e chiediamo al Signore di accompagnarla. Il pozzo, infine, può essere un’esperienza di servizio, di prossimità a chi ha bisogno, di volontariato: quando avvertiamo che l’accoglienza di una persona fragile ed emarginata è accoglienza di Cristo, perché ogni volta che ospitiamo un bisognoso ospitiamo lui. Al Signore non mancano i pozzi e a noi non manca la sete: è sufficiente, per incontrarlo, l’umiltà di raggiungere la sorgente.

Erio Castellucci