San Francesco non smetteva di meravigliarsi di fronte a questo fatto – lo ascoltiamo dalle sue stesse parole – “che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, si umili a tal punto da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane”. E aggiunge: “guardate, fratelli, l’umiltà di Dio, e aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché siate da lui esaltati” (Lettera a tutto l’Ordine, 2729; FF 221). A stupire il Santo è l’inatteso abbassamento del Signore dell’universo, che i cieli non possono racchiudere, eppure si racchiude in un pezzo di pane. La realtà del corpo di Cristo nel pane eucaristico è per Francesco il segno più evidente dell’incarnazione, della discesa del Figlio di Dio in un corpo umano. La venerazione per il corpo di Gesù fu tale, per il Santo, che a Greccio rappresentò la natività, inventando il presepe vivente, mosso dallo stupore per la fragile carne assunta dal Verbo; e a La Verna, contemplando il corpo crocifisso del Signore, ne fu talmente colpito che ricevette le stimmate. La carne di Cristo è il perno della nostra fede e la distingue da tutte le religioni: “la carne è il cardine della salvezza”, scrisse un antico autore cristiano. Ma quando diciamo “corpo di Cristo” possiamo intendere tre realtà distinte.
Prima di tutto il corpo assunto dal Figlio di Dio nel grembo di Maria; il corpo del bimbo di Betlemme, accudito, curato, sfamato, pulito dai suoi genitori; il corpo del ragazzo e del giovane artigiano di Nazareth; il corpo che ha percorso le strade della Palestina, ha provato le fatiche e il sudore negli anni della missione pubblica; il corpo pressato dalle folle bisognose di aiuto, ma anche rifocillato alle mense di poveri e ricchi, giusti e peccatori; il corpo piagato per le percosse e la pena della croce, poi unto e deposto nel sepolcro e infine glorificato dal Padre nella risurrezione.
Nella carne del Signore sono scolpite tutte le esperienze umane. Dio, in Cristo, sa che cosa significa vivere nel corpo. È questo che meraviglia San Francesco: perché Dio, che è l’Altissimo, si fa così debole prendendo un corpo? Nella seconda lettura, però, San Paolo, introduce a sorpresa un’altra nozione di corpo di Cristo, quando scrive: “noi siamo un solo corpo”. Noi, cioè la Chiesa, l’insieme dei battezzati. È famoso il suo paragone tra le membra dell’unico corpo e i doni diversi nell’unica Chiesa, la quale “è il corpo di Cristo”. Ma allora “corpo di Cristo” è quello di Gesù o siamo noi? Il fatto è che Paolo non può concepire le due realtà separate, fin dall’inizio della sua conversione, quando si era sentito dire: “io sono quel Gesù che tu perseguiti”; lui perseguitava la Chiesa nascente, non Gesù risorto. È proprio qui il punto: i battezzati non sono individui che aderiscono alle idee di un grande personaggio passato o presente: questi sono seguaci, ma non formano un corpo. I battezzati non sono nemmeno individui che si mettono insieme per raggiungere uno scopo: questi sono i soci o gli iscritti a un club o a un partito. I battezzati sono membra di un corpo, il corpo del Cristo vivente; noi cristiani, attraverso il Battesimo e l’Eucaristia, siamo, letteralmente, accorpati a Gesù vivo. Ma non è finita. Tra poco sentiremo le parole del Signore nell’ultima Cena, riportate da Paolo stesso e dagli evangelisti: “questo è il mio corpo”. “Questo”, cioè un pezzo di pane. C’è dunque un terzo significato del corpo di Cristo: il pane consacrato. Ora la confusione sembra totale: con la stessa espressione, “corpo di Cristo”, si intende il corpo storico di Gesù morto e risorto, il corpo ecclesiale e il corpo eucaristico. Eppure non è confusione, ma prezioso legame: noi cristiani siamo “corpo di Cristo” non perché siamo capaci di stare insieme e stimarci o perché abbiamo degli ideali in comune, ma perché – come ci ha detto San Paolo – “partecipiamo a quell’unico pane”, che è il corpo del Signore. La condivisione del pasto aumenta i legami di amicizia tra i commensali; quando poi questo cibo è il corpo di Cristo, i legami sono così profondi che prendono il nome di “comunione”. Sono i legami che fanno la Chiesa: è l’Eucaristia che fa la Chiesa.
San Francesco, mentre si stupisce dell’umiltà di Dio che si nasconde nel pane, si fa povero e servo dei poveri. È il medesimo Figlio di Dio quello che si fa “minore” nel grembo di Maria, nel pane consacrato e nelle membra fragili della Chiesa e del mondo. Questa “magnifica umanità”, come l’ha definita il Papa, Dio non l’ha guardata dall’alto dei cieli, ma l’ha visitata, assunta e salvata “da dentro”, con il corpo. L’adorazione dell’Eucaristia non può esaurirsi attorno all’altare, ma diventa missione. È opportuno ricordarlo qui, nella Chiesa e nella parrocchia dedicate a Santa Teresa del Bambino Gesù e del Santo Volto, che ha dedicato tanto tempo all’adorazione eucaristica al punto di riempire il cuore d’amore, e per questo è diventata patrona delle missioni.
Scrive papa Leone nella sua enciclica: “L’Eucaristia ci apre alla giustizia e alla condivisione, con un’attenzione preferenziale verso chi porta il peso della povertà e dell’emarginazione (MH 235), perché “ogni corpo è tempio dello Spirito e casa di Dio” ( MH 239).
Dunque, è la carità il termometro dell’autentica devozione eucaristica.
+ Erio Castellucci





