«Vivere nella pace dello Spirito»
«La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei»: nel Vangelo di Giovanni i particolari non sono mai secondari; è sera e le porte sono chiuse per paura dei Giudei. È un concentrato di osservazioni che non ha solo un carattere storico: non serve solo a mettere in luce la situazione di smarrimento, dubbio e timore per quanto era capitato a Gesù con la sua condanna a morte, e che poteva trascinare in tribunale anche i suoi seguaci: serva anche ad evocare simbolicamente alcune situazioni: la sera, la chiusura e la paura dipingono spesso la nostra condizione.
Tante volte la sera scende nel nostro cuore, perché la vita sperimenta fatiche e sofferenze, malattie, ansie, lutti; è spesso sera sul mondo, percorso da tante tenebre di morte: e oggi avvertiamo in modo particolare la cappa di guerra e di violenza, a tutti i livelli, compreso quello cittadino. Davanti a questo buio è facile chiudersi, mettere catenacci nell’animo, difendersi invece di relazionarsi. I timori poi non mancano mai: paura del futuro, della morte, delle ferite affettive, morali e spirituali… ma se ci fermassimo qui, non faremmo altro che dare ossigeno al pessimismo tante volte dominante nei nostri discorsi. E dove sarebbe il Vangelo?
Ecco la sorpresa di Gesù: «venne, stette in mezzo». Lui non ha paura delle nostre chiusure, non ci lascia al nostro destino, non ci aspetta fuori: entra invece a porte chiuse, senza lasciarsi spaventare dalle nostre saracinesche. Lui entra nella vita dei discepoli così com’è, con le loro ferite, quasi mettendosi al loro livello: presentandosi a loro, non mostra segni prodigiosi, non fa vedere qualche miracolo, non getta lampi di luce: esibisce invece le sue piaghe. È un ferito che visita una comunità ferita. Colpisce che anche otto giorni dopo, come sappiamo, Gesù deve entrare di nuovo a porte chiuse: evidentemente non basta solo una visita del Signore, per aiutarci a vincere le nostre chiusure e paure. Questo è il Vangelo dell’amore: un Dio che non sfodera la propria potenza con effetti speciali, ma che entra continuamente nella nostra vita per invitarci con pazienza ad uscire; un Dio che non ci stupisce con effetti speciali, dall’alto al basso, ma prende la nostra condizione, la condivide per risanarla.
Ai discepoli riuniti Gesù dona una sola parola: non fa lunghi discorsi, ma riassume tutto nella «pace»: «pace a voi», dice per due volte. La sua non è la pace dell’indifferenza, la pace dell’uniformità, è la pace dello Spirito: «ricevete lo Spirito Santo». È la pace che valorizza le diversità e le trasforma in ricchezze. La pace dello Spirito è la pace di cui ha parlato la lettura degli Atti degli apostoli, dove ciascuna delle diciassette nazionalità presenti a Gerusalemme sente gli apostoli predicare nella propria lingua; i discepoli parlano solo aramaico, ma il dono dello Spirito fa sì che il Signore raggiunga ciascuno la propria lingua, valorizzando le diversità e facendole convergere nell’armonia. La pace dello Spirito è la pace di cui parla san Paolo nella seconda lettura, quando paragona la chiesa ad un corpo, dove le membra svolgono funzioni diverse, contribuendo insieme al bene dell’intero corpo.
Questa è la pace dello Spirito. Oggi c’è invece chi vorrebbe imporre la pace con la forza, chi vorrebbe che tutti la pensassero allo stesso modo, il proprio; c’è chi vorrebbe eliminare ogni differenza per espandere il proprio potere; e chi non riesce ad affrontare le diversità attraverso il dialogo, ma ha bisogno di attaccare con arroganza per silenziare gli altri. Non è questa la pace dello Spirito. I padri e gli autori spirituali paragonano spesso la Chiesa ad una sinfonia, dove la diversità degli strumenti, dei timbri e delle note, crea un’armonia superiore. Non si otterrebbe l’armonia se qualche strumento volesse prevalere e cancellare l’apporto degli altri; non si otterrebbe l’armonia se tutti suonassero la stessa nota. La magia dello Spirito Santo crea l’unità mantenendo la ricchezza delle differenze, crea armonia mantenendo la diversità dei doni. Chiediamo al Signore che ci aiuti a far convergere i nostri doni differenti nell’unica armonia della Chiesa, animata dallo Spirito.
+ Erio Castellucci, arcivescovo





