Quando la critica resta evangelica
La riflessione dell’arcivescovo Erio Castellucci sul ritrovamento di Gesù nel tempio (Lc 2,41-52), tenutasi nell’ambito del recente ritiro del Clero di Modena- Nonantola e di Carpi.
«Il lamento non è vietato, ma per rispettare le proporzioni mariane dovrebbe rientrare in un ampio ventaglio di lodi e ringraziamento per le opere di Dio»
Ritrovato per caso due anni fa in un Bed & Breakfast vicino a Perugia e identificato come tela del Maganza il Giovane, pittore della Repubblica di Venezia, questo quadro adotta un modulo iconografico inconsueto per raffigurare il ritrovamento di Gesù nel Tempio (cf. Lc 2,41-52), che avrebbe voluto Gesù al centro della scena, mentre insegna ai dottori nel Tempio, e Maria e Giuseppe di lato, dubbiosi, stupiti e timidi. In questo dipinto invece al centro della scena ci sono i dottori che discutono tra loro e in primo piano una mamma con un bimbo che le si aggrappa (forse per evidenziare ancora di più l’angoscia di Maria, che invece il figlio lo aveva smarrito); mentre Giuseppe, dietro a Maria, sembra quasi rimproverare i dottori o dire loro che non si impiccino troppo, perché lui e Maria sanno quello che fanno. E Maria, quasi Gesù fosse ancora infante, lo prende in braccio e sembra volerlo sollevare per riportarselo a casa. Qui il dialogo tra madre e figlio è già avvenuto e la scena rappresenta piuttosto la fine della narrazione, quando Luca osserva che “stava loro sottomesso”.
Il dialogo tra Maria e Gesù era stato pesante, fatto di domande reciproche: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io angosciati ti cercavamo”. Maria non nasconde affatto la prostrazione dei genitori, ed esprime un lamento e un rimprovero. Gesù però non si scusa affatto: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose (o della casa) del Padre mio?”. Questo scambio teso fa leva sull’equivoco creato attorno alla parola “padre”, che Maria riferisce al padre terreno, Giuseppe, e Gesù al Padre celeste, Dio. Qui il termine “padre” è la misura della distanza tra le attese dei genitori e la missione che avverte il figlio. In un certo senso, Gesù ricorda a sua madre, ruvidamente, che lui è proprio quel “Figlio dell’Altissimo” promesso dall’Angelo e la invita implicitamente a fare memoria di quelle parole.
Ma interessa anche notare che queste parole di Maria costituiscono l’unico versetto, dei quindici dei Vangelo in cui Maria parla (tredici in Luca e due in Giovanni), dove lei si lamenta; per il resto loda e si affida alla parola di Dio. Proporzione interessante anche per noi: per ogni lamento dovremmo lodare almeno quattordici volte. Il lamento non è vietato, ma per rispettare le proporzioni mariane dovrebbe rientrare in un ampio ventaglio di lodi e ringraziamento per le opere di Dio. A noi, in presbiterio, potrebbe richiamare la necessità di interrogarci sulla qualità evangelica e mariana dei nostri lamenti, che talvolta avvengono sotto forma di critica ad altri. L’artrite è una malattia del corpo, ma l’altrite è una malattia dell’anima: quando qualcosa va storto, è colpa degli altri.
Intendiamoci, la critica è necessaria; per noi cristiani la critica non è un diritto, ma un dovere. Segnalare ciò che non funziona, specialmente davanti a un comportamento gravemente sbagliato, non è solo utile, ma necessario. Gesù formula il metodo della “correzione fraterna” (cf. Mt 18,15-18) per aiutarci ad affrontare le tensioni personali senza giudicare – “non giudicate e non sarete giudicati” (Lc 6,37) – e per esercitare una critica costruttiva, tesa a migliorare le cose. Forse Gesù ha imparato proprio dalla mamma questo metodo: Maria infatti, quando corregge Gesù dodicenne, si espone direttamente, non delega a Giuseppe la ramanzina, ma la pratica lei in persona. Questo è il primo passo: se uno ha commesso qualcosa contro di te, o qualcosa che comunque coinvolge anche te, va’ e ammonisci il fratello “tra te e lui solo”. Se non ascolta, allora chiami in causa due o tre testimoni, cioè coloro che sono informati e desiderano anch’essi la correzione del fratello; se non funziona nemmeno questo, il terzo passo è dirlo all’assemblea, cioè rendere pubblica la cosa; e se non sortisce effetto l’assemblea, allora “sia per te come il pagano e il pubblicano”: cioè non ti devi incaponire, perché è stato fatto ormai tutto il possibile, ma devi limitarti a pregare per chi ti ha offeso.
Questo metodo vale anche per le critiche verso atteggiamenti (comportamenti, parole, decisioni…) che riteniamo sbagliati, per quanto non offensivi verso di noi. Già Ezechiele comandava di ammonire chi sbaglia gravemente, perché il silenzio farebbe ricadere la responsabilità su chi vede e tace (cf. Ez 33,1-9). La critica, anche in questo caso, è un dovere: si tratti di farla ad una persona pubblica o ad un amico, ad un laico o ad un presbitero o ad un vescovo. Ma per essere onesta – ancora prima che evangelica – comporta almeno tre condizioni. Prima di tutto deve essere fondata, altrimenti la critica sul “sentito dire” apre la strada alla mormorazione alle spalle, alle insinuazioni e ai giudizi infondati. Gesù non è tenero verso le parole infondate: “Io vi dico: di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno del giudizio” (cf. Mt 12,36); il termine greco tradotto con “vano” si può rendere anche con “pigro”, “superficiale”, cioè senza la fatica di documentarsi. È quanto due giorni fa papa Leone ha detto in seguito alle rinnovate critiche del presidente Trump: “chi mi critica, lo faccia con la verità”.
La seconda condizione perché la critica sia onesta ed evangelica è la mitezza del linguaggio, che deve veicolare un ragionamento e non uno sfogo. “Beati i miti” e “gli operatori di pace” (cf. Mt 5,1-12) sono indicazioni piuttosto chiare. A volte invece le critiche, anche tra noi, sembrano dettate più dal risentimento che dal desiderio di correggere e migliorare. In questo caso, sarebbe anche utile verificare se il tono e il linguaggio che uso nella critica a qualcuno che è assente, lo userei qualora la persona fosse presente. Maria non si arrabbia con Gesù, non lo sgrida con ira, non giudica le sue azioni, ma ne chiede la ragione ed esprime l’angoscia sua e di Giuseppe.
Infine, l’ultima condizione è che la critica, fondata e pacata, sia costruttiva: cioè che chi la avanza offra anche soluzioni praticabili per cambiare, se possibile mettendosi a disposizione. Chi getta il sasso e ritira la mano, imita il gesto della lapidazione; chi getta il sasso per raccoglierlo e metterlo a disposizione, imita il gesto del costruttore. Senza una metodologia di critica onesta ed evangelica, senza coinvolgersi di persona, non si costruisce comunità.
+ Erio Castellucci
Arcivescovo di Modena-Nonantola e Vescovo di Carpi





