Riflessione sull’Annunciazione dell’Angelo e sulla visita di Maria a Elisabetta

Riflessione del Vescovo Erio Castellucci sull’Annunciazione dell’Angelo e sulla visita di Maria a Elisabetta, tenutasi in occasione del ritiro del Clero di Modena-Nonantola e di Carpi

Santuario di Fiorano, 7 maggio 2026

Quel «Sì» fedele: esempio per tutti

Percorriamo alcuni misteri della vita di Maria, traendone qualche spunto per la vita del nostro presbiterio di Modena-Nonantola e Carpi.

Annunciazione dell’Angelo a Maria

La Tavola di Prete Ilario da Viterbo, dipinta nel 1393 e posta nella parete interna di fondo della Porziuncola ad Assisi, si ispira alle icone orientali e costituisce una testimonianza artistica del “Perdono di Assisi”, nelle scene di Francesco che fanno corona all’Annunciazione.

Il pittore utilizza il modulo della Vergine seduta in casa, l’Angelo devotamente inchinato (qui: inginocchiato) davanti a lei, che mezzo secolo dopo il Beato Angelico consacrerà come modulo canonico. È un’interpretazione pia dell’esperienza sulla quale il Vangelo di Luca (1,26-38) fornisce in realtà pochi elementi. Forse la realtà è stata meno romantica rispetto al dipinto, se pensiamo che Maria non solo si è trovata spiazzata rispetto ai suoi progetti e sogni – “turbata”, dice Luca, usando il verbo sismico tarasso, un terremoto interiore – ma si è trovata esposta alla denuncia da parte di Giuseppe e al processo che, se difficilmente l’avrebbe condotta alla lapidazione (non poteva essere condannata per “flagrante adulterio”), certamente l’avrebbe condotta alla denigrazione pubblica. La serenità della scena rispecchia però il cuore di Maria, una volta che si è affidata. “Avvenga per me secondo la tua parola” non esprime rassegnazione, ma – secondo il valore del modo ottativo che l’evangelista usa – esprime piuttosto desiderio di affidarsi all’insondabile progetto divino. Di lì in avanti però c’è un bel problema: Maria deve procedere per tutta la vita facendo leva sulla memoria di quell’unica esperienza, di quell’unica iniziale promessa: “sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo”. Però tutto sembrava remare contro: la nascita di questo figlio non dentro un palazzo, una casa, una locanda… ma una stalla; la profezia della spada da parte di Simeone; la fuga in Egitto; lo smarrimento di Gesù dodicenne; la vita a Nazareth che sa di comune e quotidiano; l’abbandono della casa da parte del figlio trentenne non sposato, per una missione fumosa: l’annuncio del regno di Dio; la ripetuta presa di distanza verso di lei da parte di questo figlio, nel corso della sua vita pubblica; e infine la sua morte vergognosa sulla croce, con quella promessa sospesa: “sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo”… Una piccola annunciazione è racchiusa nella vocazione di ciascuno di noi. Nel momento in cui abbiamo scelto di servire il Signore, dopo anni di verifica, e ci siamo lasciati alle spalle altri piani, optando per l’affidamento alla sua parola, non potevamo sapere cosa sarebbe successo. Quel “sì” era denso di incognite. E nel corso del nostro ministero, breve o lungo che sia, viviamo esperienze non previste: alcune molto belle e profonde, altre faticose e dolorose. Ci è chiesto di vivere facendo memoria di quella scelta, riportandoci spesso nella preghiera al primo “sì”: non per rievocare nostalgicamente i sentimenti di allora, né tantomeno per compatire ironicamente la nostra giovanile ingenuità. No, dobbiamo tornarci nella preghiera per rinnovare l’entusiasmo e la freschezza della risposta, pena un ministero triste, scettico e pesante, che oltre a far male a chi lo vive così, causa sofferenza e smarrimento negli altri.

Un versetto paolino è bene che risuoni spesso nella nostra mente: “ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani” (2 Tim 1,6). Paolo ricorda al discepolo, riporta alla sua memoria quel dono di Dio – l’ordinazione per il ministero – che non si è spento, ma solo smorzato. Il verbo che usa Paolo, anazopyrein, ha a che fare con il fuoco: letteralmente è “ridare vita al fuoco”. L’Apostolo pensa che Timoteo, con il passare del tempo, dopo l’imposizione delle mani e l’entusiasmo degli inizi, abbia accumulato qualche stanchezza nell’esercizio del ministero; e così utilizza un’immagine agreste. Dopo che il fuoco aveva bruciato tutto il giorno, alla sera lo si lasciava estinguere e poi si copriva la brace, che rimaneva accesa, con uno strato di cenere. Durante la notte la brace continuava a pulsare, sotto la cenere, e al mattino bastava soffiare con il mantice perché, volando via lo strato di cenere, la brace riprendesse il colore rosso vivo e si potesse riaccendere il fuoco, con la carta o piccoli legnetti. È questa la metafora paolina: nel ministro può diminuire a volte il fuoco dell’entusiasmo, si appoggiano strati di cenere sulla “brace” del dono ricevuto: l’abitudine, la delusione, il peccato, il dubbio: ma sotto la cenere c’è una brace – perché Dio non ritira mai il suo dono – che si può ravvivare, soffiando via la cenere, con l’aiuto di quel mantice che è la parola di Dio e di quel vento che è lo Spirito Santo.

Visita di Maria a Elisabetta

Il pittore fiammingo Bouts ha rappresentato la scena evangelica (cf. Lc 1,39-56) nel momento dell’incontro tra Maria ed Elisabetta, dando risalto alle mani delle due donne, che toccano reciprocamente il grembo, per constatare la misericordia del Signore. Elisabetta ha il capo coperto – in alcune raffigurazione successive avrà addirittura quasi tutto il volto coperto – per esprimere la vergogna della sterilità; visibilmente più anziana, sta guardando la giovane parente con aria seria e commossa. Questo incontro a quattro (ci sono anche Gesù e Giovanni) suscita gioia e lode. Elisabetta esclama: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!”; e Maria risponde magnificando il Signore. Da questo incontro nascono il nucleo dell’Ave Maria e il Cantico del Magnificat. Non è solo un incontro tra due donne, è un incontro tra due storie salvifiche, tra due mondi, tra due generazioni.

È un incontro tra due storie salvifiche. Elisabetta, che ha in grembo Giovanni, simboleggia le Scritture di Israele; Maria, che ha in grembo Gesù, simboleggia la Nuova Alleanza. Le due donne sono l’Antico e il Nuovo Testamento che si incontrano, si abbracciano, si accolgono. Viene in mente la sentenza di Sant’Agostino, citata anche dalla Costituzione conciliare Dei Verbum: «Novum in Vetere latet et in Novo Vetus patet» ( Quaest. in Hept., 2, 73; DV 16). Per noi cristiani la pienezza della Rivelazione è Cristo, alla cui luce trovano senso compiuto le Scritture di Israele; l’incontro tra Antico e Nuovo Testamento riesce, quando diamo corpo al Nuovo attraverso l’Antico e diamo cuore all’Antico attraverso il Nuovo. Pensiamo solo al tema della pace e della guerra, così attuale. È alla luce di Cristo, delle beatitudini e della Pasqua, che possiamo leggere sensatamente le pagine delle guerre e distruzioni che gli ebrei compivano, e comprendere così che: “la nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti” (Ef 6,12). Il contesto dell’anno francescano ci aiuta.

Nelle due donne si incontrano anche due mondi: la “città di Giuda” in cui abitava Elisabetta e il villaggio di Nazareth in cui abitava Maria; il Sud progredito e il Nord depresso; la Giudea degli eletti e la Galilea delle genti. Anche Elisabetta, anticipando Natanaele, avrebbe potuto dire vedendo Maria: “da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?” (Gv 1,46); perché quel villaggio, quasi a simboleggiare l’intera regione del Nord, era ritenuto spurio e inquinato dal paganesimo. Invece Elisabetta esprime stupore per la visita: “a che devo che la madre del mio Signore venga a me?”. L’accoglienza reciproca, il superamento della diffidenza, l’abbattimento dei pregiudizi, sono le condizioni per la gioia dell’incontro. Tra di noi sono presenti e operanti sacerdoti originari di altre nazioni; sono dei doni, temporanei o permanenti, che arricchiscono il presbiterio: è necessario approfondire i legami, perché l’incontro tra chi è nato in Italia e chi è nato in altri Paesi sia generativo, come l’incontro tra le due donne. Il reciproco tocco del grembo è l’apprezzamento reciproco dei doni, della vita che abita nella tradizione altrui. Infine in Maria ed Elisabetta si incontrano due generazioni. Maria doveva essere poco più che adolescente, mentre Elisabetta era anziana; suo marito Zaccaria aveva detto all’Angelo: “io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni” (Lc 1,18). L’incontro tra le due donne è dunque intergenerazionale e rappresenta la relazione tra giovani e anziani di ogni tempo: i primi, nell’immaginario comune, dovrebbero essere emblema dell’energia e della speranza e i secondi l’emblema della saggezza e della memoria. Oggi però questo immaginario, in Occidente, non funziona più. In una società gravemente afflitta dalla crisi demografica e dalla caduta di valori condivisi, dall’imporsi di ritmi frenetici e stili mutuati dalla rapidità del digitale, dall’oblio della storia e della memoria e dal crollo delle speranze, i giovani sono troppe volte ripiegati su loro stessi – non per loro colpa – e gli anziani sono lasciati da parte, quando non del tutto messi in ripostiglio. Spesso papa Benedetto e papa Francesco hanno richiamato l’importanza del dialogo intergenerazionale, per una società e una Chiesa ricche di memoria e di futuro. È utile chiederci, come presbiterio, se l’osmosi tra giovani e anziani è soddisfacente o se occorre avviare qualche esperienza. Già alcune comunità presbiterali vivono questa osmosi, abitando insieme presbiteri di generazioni diverse. Forse si può pensare a qualche occasione, come questa, nella quale si sperimenta un ascolto reciproco, in modo che saggezza ed energia comunichino meglio.

+ Erio Castellucci
arcivescovo di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi