Sabato 30 maggio, Eucarestia della Vigilia e Veglia di Pentecoste

Omelia di Monsignor Ermenegildo Manicardi, Vicario Generale

SABATO 30 MAGGIO, EUCARISTIA DELLA VIGILIA E VEGLIA di PENTECOSTE – Messa con fedeli – CATTEDRALE DI CARPI ORE 21 – Presiede Monsignor Ermenegildo Manicardi, Vicario Generale.
Per la chiesa la Pentecoste è la solennità che conclude il tempo di Pasqua. La veglia sarà animata dalla Consulta diocesana per le aggregazioni laicali.

Sorelle e Fratelli carissimi,

quale gioia celebrare la Pentecoste nella nostra cattedrale, splendidamente rinnovata dopo il catastrofico terremoto e diventata, nei duri giorni della pandemia, centro vitale di tante celebrazioni a voce sottomessa, cappella silenziosa di tante celebrazioni intensamente partecipate. In quei giorni difficili è stata anche il punto, unico e vivo, di raccolta non di gente venuta materialmente in chiesa, ma dei tanti e delle famiglie che, nella loro casa, hanno realizzato il succoso grappolo delle “cappelle esterne” collegate alla Cattedrale via internet. La nostra cattedrale all’apparenza  era vuota, ma tutti noi eravamo consapevoli che, in realtà, essa si dilatava fino a lambire i nostri luoghi più intimi e remoti della quotidianità personale. Questa sera abbiamo la gioia di vivere la Veglia pentecostale in presenza fisica, in comunione anche corporale, pur se contingentata. Un po’ distanti – un metro e mezzo – vediamo i volti delle persone che sono i nostri amici e con le quali siamo il Popolo di Dio, che cammina oggi nel tempo.

Nella solennità del Patrono San Bernardino, ormai dieci giorni fa, abbiamo battezzato due donne adulte e una bambina nata all’inizio della pandemia, in quel 21 febbraio che risultò poi essere il giorno del paziente zero. È stata una celebrazione commovente con cui la Chiesa e la città di Carpi hanno voluto sottolineare come il Signore si prepara a darci una nuova possibilità di vita, anzi una vita nuova in tutto il suo splendore di Vangelo.

Il segno di questa sera sono sei presbiteri concelebranti, incardinati nella nostra Diocesi, che vennero ordinati proprio in questa cattedrale: tre esattamente lo furono nella veglia di Pentecoste e tre ordinati in questo spazio. Questi furono ordinati qualche giorno, ma hanno celebrato la prima solenne Presidenza a Pentecoste. Questi sei sono un segno, semplice ma reale, di uno dei doni più belli e concreti che lo Spirito Santo fa alla sua Chiesa. Lo spirito infatti sono al suo popolo i carismi dei singoli credenti, anche dei Christifideles laici, ma anche i ministeri indispensabili a strutturare la comunità. Oltre a me, ci sono don Fabio e don Riccardo, ordinati in epoche diverse, da Mons. Prati, da Mons. Maggiolini, da Mons. Tinti. E ci sono don Arnaud, don Basile e don Severin, ordinati da Mons. Cavina, “in un’unica soluzione”, proprio lo scorso anno. Tra il primo e gli ultimi intercorro 44 anni, più di un’intera generazione. Il Signore non ha mai mancato di effondere lo Spirito in questi quarantacinque anni, per dare alla sua Chiesa dei veri pastori. Vorrei poi ricordare volentieri un settimo presbitero, non essendo capitato durante la Messa Crismale. Penso a don Ivan Martini, parroco di Rovereto, perito nel terremoto. Don Ivan fu ordinato a Cremona, sua diocesi, ma egli ha speso gli anni forti del suo sacerdozio e della sua maturità umana come fidei donum a Carpi ed è in questo quadro che è morto. abbattuto dal terremoto.

Sa ali d’aquila e fuori dai sepolcri

Le prime due letture, scelte dalla Bibbia d’Israele, mostrano due momenti del popolo di Dio, molti diversi. L’Esodo racconta della situazione sorgiva, al momento della nascita del popolo di Dio al Sinai. La profezia di Ezechiele, invece, vede il popolo ormai nella ormai vecchiezza e, che, nell’annientamento della deportazione a Babilonia, può essere visto come un lugubre mucchio di «ossa aride». Al popolo che nasce Dio dichiara: «Voi stessi avete visto … come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatto venire fino a me» (Es 19,4). Al popolo decomposto degli esuli Dio promette: «Ossa inaridite: … io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete … io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe … Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete» (Ez 37,4ss).

Il dono dello Spirito Santo, che questa sera stiamo invocando, avrà proprio l’effetto di sollevarci su ali d’aquila e di farci camminare all’altezza del Vangelo del Signore, senza abbandonarci al solito nostro livello del “terra a terra”. Noi non siamo nei sepolcri dell’esilio, ma stiamo cercando di uscire da una pandemia che ci ha un po’ seppelliti. Siamo qui questa sera perché sappiamo che il Signore può ricostituire la sua Chiesa di Carpi come corpo energico e giovane. Come corpo desideroso di espandere la sua energia divina e il profumo soave del vangelo.

La Parola apostolica di Paolo sulla presenza dello Spirito nel mondo e tra i cristiani

L’apostolo Paolo descrive il travaglio dell’umanità affermando che «tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi» (Rm 8,22). In questa condizione generale egli afferma, con coraggio evangelico e profetico, che «anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo» (Rm 8,23s). La Chiesa non può non gemere insieme con tutti gli uomini, ma il popolo di Dio deve essere anche l’apostolo della speranza, basata sulla risurrezione di Cristo. Dobbiamo essere gli uomini e le donne in attesa sicura di un mondo nuovo – anzi di «cieli nuovi e terra nuova» – perché sappiamo che lo Spirito di Cristo e del Padre sta agendo, con energia profonda, sia nei nostri cuori e sia nell’orditura della storia. Il tessuto delle vicende umane può aver nodi fastidiosi e strappi laceranti, ma il disegno, che si va sviluppando nel ricamo di Dio, è splendido perché è quello voluto e sostenuto dallo Spirito Santo. Lasciarsi investire questa sera dallo Spirito vuol dire farsi destinare alla speranza e al futuro. Spesso amiamo definirci «servitori della vostra gioia», forse ci farebbe bene comprenderci e, ancora di più, presentarci agli scoraggiati come «servitori della speranza». Mentre lo Spirito scende su di noi, ricordiamo le parole profetiche di Papa Francesco: «Il grande rischio del mondo attuale … è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi, non vi è più spazio per gli altri …  Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita. Questa … non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto» (EG § 2).

Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò

Nel Vangelo il grande grido del Signore descrive come opera la sua risurrezione nei credenti: «Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me”» (Gv 7,37). Il discepolo non è solo un fortunato che ha appagato la sua sete, ma Gesù lo sogna come sorgente che zampilla anche per altri: «dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva». In questa notte di veglia, noi ci dissetiamo, ma non siamo venuti qui solo per la nostra sete. Siamo qui per trasformarci in dono per gli altri, in acqua fresca e pura, che aiuta a riprendere i cammini anche più faticosi e confusi. Lo Spirito vuole trasformarci in uomini e donne che alla fine saranno per qualcuno autentiche fonti di speranza. La sfida è di diventare un grembo fecondo, capace di generare vita e speranza, cammini sensati e percorsi condivisi.

Di cosa ha bisogno la nostra chiesa di Carpi?

Di cosa ha bisogno la nostra chiesa di Carpi? Cosa vogliamo chiedere questa sera al Risorto che ci offre il suo Spirito?

Penso dobbiamo chiedere di diventare “la fontana del villaggio”, cui tanti poveri, confusi e scontenti possono gratuitamente attingere.

Penso poi che, in sintonia con il piano pastorale di questo anno, dobbiamo domandare di imparare a vivere nella sinodalità, ossia a camminare sapendo che anche per me è decisivo che l’altro riesca a camminare con me. Sinodalità non significa semplicemente “finalmente il vescovo mi ascolta”, ma sul dire anche: so che camminare vuol dire anche aspettare l’altro, sceglier un passo per cui io e gli altri possiamo starci accanto senza competizioni.

Probabilmente poi, in tanti di noi, c’è un desiderio che tace nel cuore e che forse talvolta abbiamo pudore ad esprimere. Anche se vogliamo bene sinceramente all’Amministratore Apostolico, don Erio, e siamo grati per il suo servizio squisito e delicato, noi sogniamo, spesso in silenzio, che la Chiesa di Carpi, continui la sua storia di diocesi. Saremo docilissimi alle decisioni, che la grande Chiesa prenderà, ma è più che legittimo che davanti al Signore e senza clamori, noi esprimiamo il nostro desiderio. Ricordiamo allo Spirito Santo i doni magnifici che, nei secoli, ha dato alla nostra tradizione cristiana. Diciamogli, con la spontaneità di bambini da lui educati, che siamo disposti a continuare il nostro cammino e che non temiamo le fatiche.

Dopo la recessione, che ha sbiadito non poco la nostra società, dopo il terremoto che ci ha sconquassati impietosamente, dopo il corona virus che non ci ha certo risparmiati, noi diciamo al Signore che vogliamo continuare con tutte le nostre forze, con tutta la robustezza e la tenacia che servono, e, soprattutto, con la gioia creativa della speranza.

Vieni, Santo Spirito … Dona ai tuoi fedeli, che solo in te confidano, i sette santi doni.

Amen!