Seminare, ascoltare

Nell’intervento del Vescovo l’impegno che attende una chiesa missionaria ormai fuori dal tempo della “cristianità”

Vorrei dedicare il primo minuto a dire grazie. Grazie a tutti voi: è molto bello trovarci in un’assemblea, oltretutto così ampia e qualificata. Grazie a chi ci ha dato questi spunti, in particolare a don Giacomo Violi, con la sua spiegazione approfondita del Vangelo; a don Maurizio Trevisan per l’organizzazione, ad Alessandra Gallo, Simone Ghelfi, Francesco Panigadi; ma grazie anche alle sette voci, sette esperienze che sono risuonate attraverso Giacomo, Davide e Benedetta, Benedetta e Matteo, Gabriele, Simona e Maria Laura, Cristina, Elisabeth. Sette esperienze, che potevano essere “settanta volte sette”, perché queste esperienze sono diffuse capillarmente nelle nostre diocesi e spesso non sono conosciute.

Lo Spirito è al lavoro
Purtroppo tante volte cadiamo in una sorta di pessimismo pastorale, perché pensiamo che tutto vada male, siccome ci sono degli indicatori che mostrano un calo a tutti i livelli, a partire dal calo demografico e, a cascata, dal calo di partecipazione alla vita delle comunità: allora siamo presi da un certo pessimismo, come se fossimo i curatori fallimentari delle nostre comunità. Dobbiamo immaginare queste sette esperienze come i sette colori dell’arcobaleno, con infinite sfumature che ciascuna delle nostre comunità vive: solo che a volte non vediamo i colori, non vediamo la luce, ci manca lo sguardo; o queste sette esperienze come le sette note dello spartito musicale, che danno vita a tante sinfonie, tanti canti, tanti inni eseguiti nelle nostre comunità e nei nostri territori: solo che a volte ci manca l’udito per ascoltare. Lo sguardo spesso è preso da ciò che va male, da ciò che esplode: guerre, violenze, aggressività. L’udito è spesso conquistato da chi urla di più, da chi si impone. invece lo Spirito lavora silenziosamente e invisibilmente.

La formazione integrale
In questa presentazione, che non ripete quella di giugno – e che dovremo riprendere nei cinque vicariati dove verrà presentato il tema dell’anno – vorrei semplicemente richiamare i motivi per cui è stato scelto, o per Modena ri-scelto, l’argomento della “formazione integrale”. A par dallo spunto della Samaritana, dove ciò che cambia la vita non è il dialogo su “dove è Dio”, se su questo monte o in Gerusalemme: è un dialogo importante, ma non è questo che colpisce la donna. Non è nemmeno il fatto che uno straniero le chieda dell’acqua. Quello che la colpisce, che la porta a esclamare “mi ha detto tutto quello che ho fatto”, è che lui è entrato nella sua vita. Questa è la formazione cristiana: il Vangelo prende la forma della vita e la vita prende la forma del Vangelo. Papa Leone esattamente un anno fa disse che iniziare alla vita cristiana è un processo che deve integrare l’esistenza nei suoi vari aspetti: la parola, la preghiera, la carità, il servizio, cercando di superare un’impostazione scolastica della catechesi. Non è un’offesa alla scuola, naturalmente, che si è molto rinnovata negli ultimi decenni, ma è quello che noi abbiamo definito come nozionistica cerebrale, puramente dottrinale; superarla non vuol dire abbandonarla, vuol dire integrarla. Infatti il documento finale dell’Assemblea del Cammino Sinodale auspicava la creazione di strumenti di formazione integrale che aiutino a far incontrare la vita delle persone con l’esperienza complessiva che si fa del Vangelo e quindi che valorizzi luoghi di spiritualità, catechesi con l’arte, testimoni, santi; che favorisca l’incontro con i più vulnerabili (abbiamo sentito Cristina parlarci dell’importanza dell’incontro con gli ammalati), la prossimità, l’ascolto; che dia centralità alla domenica, perché la sorgente della formazione cristiana è la liturgia eucaristica, dentro l’anno liturgico. Il documento sinodale, quasi echeggiando esistenzialmente l’anno liturgico, dice che i temi su cui muoverci sono: la speranza, riferendosi evidentemente all’Avvento, la nascita, il corpo e gli affetti a partire dal Natale, il dolore e la morte con la Quaresima, la vita eterna nel tempo Pasquale, la comunità nel tempo della Pentecoste, più tutte le occasioni offerte dalle feste di Maria e dei Santi.

Non c’è più la cristianità
Noi abbiamo questa situazione, e ce lo siamo detto più volte, non siamo più nella cristianità, cioè in quella situazione – probabilmente più immaginata che realizzata – in cui esisteva in Italia una saldatura tra i valori portati avanti dalla Chiesa, attraverso il Vangelo e la tradizione, e i valori condivisi dalla maggioranza dei cittadini; questa saldatura certamente non c’è più, se mai c’è stata. Questo ci dà comunque delle possibilità nuove, ci porta probabilmente a confidare meno nella cultura, perché è molto frammentata, è pluralista, e ci porta a confidare di più nell’incontro. Da chi ha riportato le sette esperienze, è stata pronunciata la parola relazione: parola che riecheggia i testi che durante gli anni del Camino Sinodale le nostre due diocesi hanno consegnato alla segreteria nazionale, dove era scritto: “più attenzione alla relazione che all’organizzazione, più attenzione ai volti che ai programmi”. Queste sono frasi che possono sembrare astratte, ma sono molto concrete, perché, come abbiamo sentito, preparano un cuore diverso per affrontare la vita pastorale.

Mietere o spigolare
Lo dico con un’immagine che ho ricordato altre volte e che mi è molto cara, perché i miei erano contadini e anch’io da piccolo andavo a fare qualche disastro nei campi; ricordo molto bene quando, a giugno, arrivavano le mietitrebbie che noi piccolini vedevamo nel cortile, queste grandissime macchine che prima andavano nei campi e poi ritornavano nel cortile per lavorare il grano. Dal punto di vista pastorale, noi abbiamo superato il tempo delle mietitrebbie; ora il Signore pare che ci chieda più che altro di spigolare; o, se ci chiede di mietere, non è certamente attraverso le grandi strutture, che pure abbiamo. Noi in effetti abbiamo le “mietitrebbie pastorali”, non solo fisiche ma anche mentali, però il Signore sembra chiederci di spigolare, azione molto più biblica. La spigolatura nell’Antico Testamento era lasciata alle vedove, agli orfani, ai poveri, agli stranieri perché potessero nutrirsi anche loro, dopo la grande raccolta. Noi siamo chiamati a spigolare: certo possiamo ancora mietere qualcosa, abbiamo ancora dei numeri, non siamo desertificati, però dobbiamo pensare che la cosa importante è l’incontro, quindi le nostre forze pastorali devono essere maggiormente concentrate sulla relazione, senza preoccuparci troppo dei bilanci. Il Signore nel Vangelo si preoccupa di due cose per i suoi discepoli: che possano seminare, mentre la mietitura la rimanda al Padrone della messe alla fine dei tempi, il quale distinguerà il grano dalla zizzania; e poi si preoccupa che possano ascoltare, mentre noi spesso siamo preoccupati di parlare, di cosa possiamo dire per dare testimonianza. Gesù per due volte nei Vangeli richiama situazioni in cui noi avremmo detto che dobbiamo parlare, lui invece dice: “non preoccupatevi di che cosa dovrete dire quando sarete davanti ai tribunali, perché sarà lo Spirito che parlerà in voi”; e poi quando illustra la parabola del seminatore dice: “fate attenzione a come ascoltate”, non a come parlate; cioè ci mette in un atteggiamento di grande umiltà, che non vuol dire evitare di dare testimonianza, ma di darla con lo spirito che San Francesco esprime nella “Regola non bollata”, quando con un’espressione stranissima scrive che per testimoniare Cristo agli infedeli (era appena tornato dall’incontro col Sultano) bisogna prima “sottomettersi a tutte le creature” e poi annunciare Gesù Cristo, se necessario anche con le parole. È quello che lui aveva imparato dall’incontro col Sultano, essere sottomessi a tutte le creature è profondamente francescano: noi possiamo tradurlo più laicamente, con “cercare di entrare in dialogo”, in un dialogo dove innanzi tutto ascolto e poi posso testimoniare, prima con la vita e se necessario, anche con le parole. Credo che l’opportunità che ci viene data dalla nostra cultura, così secolarizzata, sia proprio il recupero di un’umiltà tenace: noi non abbiamo da imporre nulla, noi abbiamo da testimoniare molto. Non possiamo immaginare la nostra formazione, quella che diamo nelle comunità, nelle associazioni, nei movimenti come una “saturazione”, ma dobbiamo incuriosire, aiutare a tirare fuori la vita e farla incontrare col vangelo.

Sussidi utili
Questa è l’esperienza che vorremmo proporre attraverso lo strumento regionale che verrà presentato nei singoli vicariati presente sul sito passidivita.it, un sussidio che va da 0 a 99 anni, con tanti stimoli per incontrare l’esperienza cristiana in tutte le sue dimensioni. Così vorremmo fare nel rilancio del “Vangelo nelle case”, abbiamo sentito già quanto sia preziosa questa esperienza per tante persone: nel 2018 furono alcune centinaia le esperienze nelle parrocchie della diocesi di Modena, ora lo vorremmo portare avanti; nei primi secoli dell’era cristiana si viveva nelle case l’annuncio del Vangelo e la stessa eucaristia che oggi invece è comunitaria.

Il sussidio “Il dono dell’acqua e del pane” è la lettera pastorale del 2019-2020; hanno messo il mio nome come autore, ma è stato un lavoro sinodale “ante litteram”, perché questa lettera come vedrete se avrete la pazienza di leggerla, riporta esperienze che vengono da tutta la diocesi. E’ stata stesa non a tavolino ma attraverso una serie di incontri con l’ufficio catechistico di allora e la tre giorni diocesana. La riproponiamo perché è in linea con quello che dice Papa Leone e il Cammino Sinodale. Vi aspetto agli incontri vicariali, dove vi verrà presentato il sussidio digitale, una piattaforma che vuole essere un aiuto ad allargare la catechesi nella linea delle sette esperienze che abbiamo ascoltato e di quelle “settanta volte sette” che sono già diffuse tra di noi.

mons. Erio Castellucci

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INTERVISTA

Sarà una riforma strutturale
Castellucci: “Per l’unificazione giuridica si stringono i tempi”

Si avvicinano i tempi per l’unificazione giuridica delle diocesi di Modena e di Carpi. Lo ha affermato il vescovo Erio Castellucci sollecitato in proposito dai giornalisti al termine dell’assemblea interdiocesana, presso la parrocchia di Gesù Redentore sabato 26 settembre 2026: “Sì don Maurizio ha detto che il parto è vicino…Bisogna vedere se è il parto umano o il parto dell’elefante, comunque siamo forse ormai a fine gravidanza”. Entrando più dettagliatamente nel merito della questione il Vescovo ha ripercorso il cammino fin qui compiuto: “abbiamo già realizzato due terzi dell’unificazione: gli organismi diocesani sotto forma di servizi pastorali. Poi abbiamo unificato il territorio dei precedenti tredici vicariati modenesi e sei zone pastorali carpigiane, e abbiamo fatto cinque grandi vicariati. Adesso manca il terzo passo, che dipende da Roma: l’unificazione giuridica. Ci stanno chiedendo le ultime determinazioni, il nome della diocesi, i santi protettori, e quindi tutto fa pensare che ormai andiamo verso la conclusione del percorso. Interpellato poi sui tempi mons. Castellucci rimane prudente visto i precedenti: “Ho fatto come la storiella di chi grida ‘al lupo, al lupo’: ormai non ci crede più nessuno, perché ho già dato due o tre pronostici regolarmente smentiti. Prima è morto il Papa, poi è cambiato il prefetto del dicastero per i Vescovi, che è diventato Papa, ne è venuto uno nuovo, poi è cambiato il Nunzio: sono le tre figure fondamentali per questo processo. Avrò un appuntamento con il Nunzio tra fine ottobre e inizio novembre. Spero che per l’inizio dell’anno prossimo possiamo arrivare anche a quest’ultimo tratto dell’unificazione”. Al di là degli aspetti giuridici è indubbio che l’unificazione comporti anche delle difficoltà, con po’ di scetticismo circa l’esito di questa operazione, a tal proposito il Vescovo ha parlato di una riforma strutturale non equiparabile ad altre annunciate e poi rimaste nel libro dei desideri. “Non voglio dire che questa sia risolutiva, – ha dichiarato Castellucci – però sta prendendo una forma strutturale: specialmente i laici delle nostre comunità parrocchiali, associazioni, movimenti, sono in realtà già unificati e sono molto contenti. Alcuni sacerdoti tirano indietro, perché probabilmente hanno un senso di appartenenza diocesana diverso: il sacerdote è incardinato nella diocesi e si è sempre pensato e si è formato ‘diocesano’. Allargarsi può sembrare difficile, però tutti stiamo superando questi possibili campanilismi”.

Venendo poi ai temi affrontati nel corso dell’assemblea il Vescovo si è detto molto soddisfatto della numerosa presenza e della qualità dei contributi “abbiamo sentito storie che rappresentano lo spirito di quello che si vuole ottenere. Sette storie che rappresentano in realtà tantissime esperienze che, grazie a Dio, sono diffuse nelle nostre diocesi e di cui spesso non ci rendiamo conto, perché quello che rimbalza è sempre il negativo. Invece è importante sottolineare che è possibile favorire l’incontro del Vangelo con la vita delle persone: per i bambini, i ragazzi, i giovani, gli adulti, gli ammalati, le persone con disabilità, le famiglie. Sono esperienze incoraggianti, ci fanno capire che lo Spirito Santo non è andato in pensione”. C’è poi l’accento posto sull’importanza di coltivare la “relazione”, con tutti, anche all’esterno della chiesa: “le possibilità di incontro sono moltissime, molto di più di quelle che avvengono nel perimetro della canonica o della parrocchia. I parroci e gli operatori pastorali lo sanno benissimo: anche gli incontri occasionali, e comunque una presenza nei passaggi di vita delle persone — non solamente quando vengono a chiedere i sacramenti, che pure sono passaggi importanti, ma anche in altri momenti in cui, attraverso una rete di laicato attento, si possano intercettare situazioni belle nelle case, ma anche più difficoltose, nei luoghi di cura. Penso a quando una persona si ammala, oppure quando uno studente raggiunge la maturità: sono passaggi di vita che per una famiglia e per gli amici sono importanti, ed è importante che la comunità cristiana li intercetti, si renda presente in qualche modo”.

L.L.