Il Servizio civile Caritas in collaborazione con Libera

E-state liberi



Da alcuni anni ormai la Caritas diocesana offre ai ragazzi impegnati nel servizio civile l’opportunità di vivere un’esperienza forte durante il periodo estivo, quando il lavoro presso le sedi di servizio rallenta.


Le proposte hanno spaziato da un campo di animazione in Kosovo nel 2007, a una settimana di formazione sul tema della mediazione sociale nel 2008, alla visita alla Caritas di Zara lo scorso anno. Obiettivi della proposta sono quelli di conoscere realtà impegnate nell’educazione alla pace e alla legalità, valori chiave dell’esperienza del servizio civile. In linea con queste finalità, il gruppo di giovani volontari della Caritas ha deciso quest’anno di partecipare a uno dei campi di lavoro e formazione che l’associazione Libera Terra organizza durante l’estate.


Libera Terra è una rete di associazioni nata nel 1995 con l’intento di sollecitare la società civile nel contrasto alle mafie e nella promozione alla legalità e alla giustizia. Attualmente aderiscono alla rete oltre 1.500 fra associazioni, cooperative sociali, gruppi e realtà locali, oltre a circa 4.000 scuole.


Fra le varie attività in cui Libera è impegnata, figura l’organizzazione di campi di formazione per conoscere meglio la realtà della criminalità organizzata e le azioni concrete per combatterla.


La particolarità di questi campi è che vengono effettuati nei beni confiscati alle mafie. Una delle prime campagne in cui Libera si è impegnata è stata infatti quella per promuovere l’uso sociale dei beni confiscati. Grazie a una raccolta firme su tutto il territorio, nel 1996 è stata approvata la legge n. 109 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, che prevede l’assegnazione dei patrimoni e delle ricchezze di provenienza illecita a quei soggetti ‘ associazioni, cooperative, Comuni, Province e Regioni ‘ in grado di restituirli alla cittadinanza, tramite servizi, attività di promozione


sociale e lavoro. Il lavoro sui terreni confiscati ha portato alla produzione di olio, vino, pasta, taralli, legumi, conserve alimentari e altri prodotti biologici realizzati dalle cooperative di giovani in Sicilia, Calabria, Campania, Puglia, Lazio e Piemonte contrassegnati dal marchio di qualità e legalità Libera Terra.


Ogni anno su questi terreni si svolgono i campi di volontariato e di studio con migliaia di


persone provenienti da ogni parte d’Italia. Quest’anno anche noi abbiamo potuto indossare la maglietta di Libera e darci da fare per far fruttare questa importante esperienza.


La destinazione del nostro viaggio è stata la Cascina Caccia, bene confiscato a S. Sebastiano Po, a 30 km da Torino. Abbiamo scelto un bene confiscato al nord Italia per approfondire la conoscenza sulle infiltrazioni delle organizzazioni mafiose nel nostro territorio. La Cascina Caccia apparteneva fino agli anni Novanta alla famiglia Belfiore, che annovera alcuni suoi componenti nelle fila della criminalità organizzata torinese. Domenico Belfiore, il capo famiglia, è stato condannato nel 1992 alla pena dell’ergastolo per essere il mandante dell’omicidio del procuratore Bruno Caccia, ucciso il 26 giugno del 1983.


La cascina tuttavia ha dovuto attendere molti anni prima di essere definitivamente confiscata, perchè, come spesso accade tra gli affiliati delle cosche, era stato intestata ad un soggetto non legato agli affari illeciti della famiglia, in questo caso ad un fratello incensurato. Solo nel 2005 il bene viene destinato, per la sua riutilizzazione a fini sociali, al Gruppo Abele e a Libera Terra.


Grazie a questo percorso virtuoso abbiamo potuto prendere parte a uno dei campi di lavoro che da giugno ad agosto animano la cascina.


Le giornate erano scandite dal lavoro mattutino, impegnati in diversi servizi agricoli e di ristrutturazione della cascina, e nella formazione pomeridiana. Il tema della mafia e dell’anti-mafia è stato sviscerato nelle sue radici storiche e nella sua organizzazione attuale attraverso la visione di film, la lettura di libri e articoli, la conoscenza di testimonianze di familiari delle vittime e del coraggio di chi ha deciso di rifiutare un meccanismo che in alcuni contesti sembra essere l’unica prospettiva. Come giustamente ha sottolineato Giuseppe, giovane in servizio civile presso l’associazione Porta Aperta di Carpi, una parola che non è mai comparsa sulle bocche dei partecipanti al campo è ‘rassegnazione’. Il messaggio chiaro che è passato è stato piuttosto quello di speranza, anche davanti a meccanismi più grandi di noi, anche se l’affiliazione sembra l’unica via, anche se la posta in gioco sembra troppo alta.


Un’esperienza di comunità importante, a cui ognuno ha partecipato secondo le proprie capacità e che abbiamo vissuto insieme ad un gruppo scout di Varese.


La domenica, ultimo giorno di campo, è arrivata in fretta,ù e ha portato con sé una domanda comune: ‘noi cosa possiamo fare?’. La carica e l’entusiasmo che esperienze di questo tipo trasmettono hanno un valore aggiunto se riescono ad arricchire il nostro territorio e ad avere una ricaduta sulle persone che lo abitano. Da questi giorni intensi è germogliato nei giovani in servizio civile un piccolo proposito che speriamo possa diventare realtà: dare vita al presidio di Libera a Carpi. Un presidio che promuova atteggiamenti rispettosi della legalità sul nostro territorio e che tenga viva l’attenzione della cittadinanza sulle tematiche della giustizia sociale e della lotta alle mafie.


Un presidio in cui la parola rassegnazione suona vuota e che si aggiunge a un puzzle di speranza che attraversa la nostra penisola e la ricongiunge a un comune ideale di legalità e di giustizia.


Benedetta Rovatti