Dalle associazioni: alla Festa più pazza del mondo l’incontro con don Matteo Mioni

Quella misericordia da portare agli altri

Lo scorso 30 giugno, nell’ambito della Festa più Pazza del Mondo, si è tenuto l’incontro-testimonianza con don Matteo Mioni, docente di Teologia all’Istituto di Scienze Religiose di Reggio Emilia e cappellano della Casa Circondariale di Reggio Emilia “La Pulce”. Don Mioni ha esordito con qualche breve accenno alla sua prima occasionale esperienza presso il carcere di Rebibbia, a Roma, quando era ancora un giovane sacerdote. Alla domanda perché ha scelto di rimanere dentro a quel tipo di situazione ha raccontato il primo episodio che gli è accaduto e che lo ha segnato indelebilmente. “Ero appena entrato come aiuto cappellano a Rebibbia e una delle prime persone che ho conosciuto è stato un detenuto che sapevo aveva commesso gravi reati di abuso sessuale. Durante la prima celebrazione eucaristica al momento dello scambio della pace ho accusato il colpo di doverla offrire attraverso le mie mani anche a lui, di dover inoltre accogliere la pace del Signore attraverso le sue, e subito dopo dover spezzare il pane eucaristico con le mie stesse mani”. Il breve aneddoto di don Mioni termina qui, nel silenzio dell’assemblea e avvolto in un misterioso intreccio di male e di bene, profondo, scandaloso e bruciante come domanda di senso. Altri brevi cenni su Rebibbia, incontri reali ed episodi concreti che lo richiamano costantemente ed analogicamente ai racconti evangelici di Gesù e all’esperienza di figliolanza come frate e sacerdote nelle Case della Carità, dov’è maturata la sua vocazione. Un susseguirsi di esperienze che raggiungono un giudizio decisivo per la sua vita: “ho compreso che io, biblista, comprendevo di più la Bibbia a Rebibbia che fra i banchi di teologia”. Da qui la decisione di non abbandonare il carcere e di continuarlo anche dopo il suo trasferimento presso la Diocesi di Reggio Emilia. Dal suo racconto emerge una indiscriminata intensità di sguardo e tenerezza verso ogni persona che incontra: agenti, volontari, e soprattutto i detenuti. Le loro vite, le risposte che loro stessi offrono alla realtà lo interrogano, fanno emergere fi n dove può arrivare il male che ci accomuna, ma allo stesso tempo mostrano il volto sofferente di Cristo in croce, sia attraverso le loro specifiche sofferenze ma soprattutto perché resi oggetto di un amore senza condizioni da Cristo stesso, che ama il “ladrone pentito tanto come quello che lo rinnega”. Proprio questo passo evangelico, ci racconta don Mioni, è argomento di discussione con un detenuto che non intende abbandonare le sue scelte malavitose e don Matteo lo provoca sollecitando la sua libertà suggerendo che “su un Dio così ci si dovrebbe fare delle domande”. Le domande dal pubblico sono numerose e profonde: ci si interroga sul perdono e sul senso di impotenza di fronte al male nostro ed altrui. “L’unica nostra potenza è l’impotenza, è l’accogliere la misura della misericordia di Cristo su di noi e portarla agli altri”. E continua: “il mio compito è di essere cerniera fra la grazia di Cristo e il povero”. Da questo stato di impotenza emerge la pace e dalla pace un’instancabile operosità, perché “anche dai nostri errori scelti deliberatamente il Signore si ripropone per riscattarci, per salvarci dal nostro ed altrui male”. Da episodi concreti che racconta, come dell’ultimo pestaggio di tre detenuti ai danni di un loro compagno, si comprende che anche per lui non è una certezza granitica e conquistata una volta per tutte, ma una ferita sanguinante, in cui tutta la sua umanità è chiamata a paragonarsi col Vangelo vissuto e testimoniato da sempre nella Chiesa, e oggi in particolar modo nella persona di Papa Francesco che suggerisce di portare in ogni cella la buona notizia, cioè che il Signore ci ama in qualsiasi situazione ci troviamo e qualsiasi peccato abbiamo commesso.
 
Alessandra Marani