Fraternità senza confini

Nell’ambito de “I Giorni della Terra”, conferenza del vescovo Castellucci sull’attualità di San Francesco

di Virginia Panzani

Francesco d’Assisi a tutto tondo nel valore universale della sua esperienza di fraternità. Questo il ritratto tratteggiato dal vescovo Erio Castellucci nella conferenza “L’attualità di San Francesco” sabato 26 settembre, presso la sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Mirandola, organizzata dal Comitato Sala Trionfini e compresa nel programma della rassegna “I Giorni della Terra” (25-27 settembre). Ampia la partecipazione del pubblico, che ha riempito il giardino di Palazzo Vischi, a rappresentare tutte le “anime” della città. L’incontro è stato introdotto da Francesco Vincenzi e Cosimo Quarta, rispettivamente presidente e segretario generale della Fondazione CR Mirandola, ente promotore de “I Giorni della Terra” – quest’anno il tema era il valore e la tutela dell’acqua – e da Gino Mantovani per il Comitato Sala Trionfini.

“Feci misericordia con i lebbrosi”
Cinque gli spunti di riflessione proposti da monsignor Castellucci, per andare al di là delle innumerevoli immagini del Santo sviluppatesi in otto secoli – l’illuminista, il pacifista, l’ecologista, e persino il comunista e il fascista, poi, la figura leggiadra del film Zeffirelli e quella tormentata dei film della Cavani, etc. – e partire da un fatto fondamentale senza il quale non si può comprendere il “vero” Francesco, ovvero il suo rapporto con Gesù Crocifisso. “Alla base di tutto c’è la conversione del figlio di un ricco mercante, che frequentava ‘il bel mondo’ tanto da essere chiamato ‘re delle feste’, che voleva fare il cavaliere e aveva anche combattuto. Una conversione a Cristo, come lui stesso ricorda nel Testamento, nata dall’abbraccio con i ‘fratelli lebbrosi’”. Insolita l’espressione usata per descrivere questo incontro, “feci misericordia con loro”, dove, ha evidenziato il Vescovo, la parola chiave è “con”. “Mentre nel Vangelo il buon samaritano si ferma, scende dal cavallo e ‘fecit misericordiam ad eum’, cioè ‘a lui’, all’uomo derubato e malmenato dai briganti, Francesco concepisce la misericordia e la carità non come un calarsi dall’alto al basso, ma come un porsi sullo stesso livello”.

Non monaci, ma i fratelli più piccoli
Una volta convertitosi, intorno al 1205, passarono tuttavia tre anni prima che Francesco avesse chiaro cosa fare della propria vita. Aveva capito infatti che il suo futuro non era né quello di cavaliere né di mercante. “Allora si consigliò, ma nessuno lo convinse – ha raccontato il Vescovo -. Molti gli dicevano ‘sei diventato matto, aspetta che ti passi, poi tornerai alla vita di prima’. Altri, più spirituali, gli suggerivano, se voleva vivere in povertà e castità, di diventare monaco. Ma Francesco non avvertiva la vocazione dei monaci, pur avendone grande stima. Egli, infatti, diceva ‘i monaci possiedono dei beni comunitari’”. Inoltre, i monasteri erano normalmente al di fuori degli agglomerati urbani, mentre Francesco si sentiva chiamato a stare in città. “Intorno al 1208 iniziarono ad arrivare i primi che chiedevano di unirsi a lui presso la Porziuncola – ha spiegato – . Nacque così la prima comunità dei ‘fratres minores’, cioè i minori, i più piccoli, un’espressione che inventò Francesco. Dunque, dopo ‘aver fatto misericordia con i lebbrosi’, diede l’avvio ad una forma di vita religiosa, potremmo dire oggi, egualitaria, mentre nel monastero il singolo monaco è in rapporto diretto con l’abate, cioè c’è un rapporto da figlio a padre. Per Francesco, tutti siamo fratelli, non c’è un padre, perché l’unico padre è Dio”.

I briganti disarmati… dalla porta aperta
In questa sua totale adesione al Vangelo, Francesco considerava fratelli persino i nemici. “I primi frati vivevano in luoghi poverissimi e insicuri, capanne di legno, come raccontano le fonti, spesso esposte ai furti e alle violenze dei briganti – ha sottolineato il Vescovo – . Il suggerimento di Francesco ai frati sembra inapplicabile: ‘voi non chiudete mai la porta, ma lasciatela aperta. I ladri rimarranno stupiti, entreranno, non vi faranno del male e dopo un po’ diventerete fratelli’. La cosa interessante è che qualche frate ci provò e vide che funzionava. Addirittura, alcuni briganti, dopo qualche tempo, chiesero di entrare nella fraternità”. Un “metodo” che Francesco, ha ricordato il Vescovo, sperimentò anche con “frate lupo” di Gubbio e nell’incontro con il sultano al-Malik a Damietta in Egitto.

I beni devono essere condivisi
Per quanto riguarda i beni, monsignor Castellucci ha spiegato come il pensiero del Santo fosse molto diverso da quello dei catari, movimento spirituale a lui contemporaneo, che riteneva che tutto ciò che è materia è opera del diavolo. Francesco era rimasto molto colpito dall’episodio dell’incontro di Gesù con il giovane ricco, a cui il Maestro dice: “Va’, vendi tutto e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi”.

“La strada indicata è quella della condivisione, fare in modo che la ricchezza sia a disposizione degli altri. Ciascun frate, per Francesco, deve sostentarsi con il lavoro delle proprie mani e quello che c’è in più viene messo in circolo per chi non può lavorare”. Da questa intuizione, ha proseguito, il Vescovo, si sviluppò nei secoli successivi una vera e propria teoria economica da parte dei francescani – fra cui Pietro di Giovanni Olivi e Bernardino da Siena – a contrasto dell’usura e nacquero i Monti di Pietà e forme antesignane di microcredito. Una scuola di pensiero che vive oggi grazie alla riscoperta portata avanti attraverso i principi dell’economia civile.

Non un lamento, ma un Cantico
Per concludere, un accenno al Cantico delle Creature. Quando fu composto “nella primavera del 1225, il Santo si trovava a San Damiano in una grande crisi spirituale, come raccontano le fonti, malato e cieco in una cella con la muffa, dove c’erano i topi – ha spiegato monsignor Castellucci – . Proprio lì Francesco detta non un lamento, ma un cantico: ‘Altissimo, onnipotente, bon Signore, tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione’ e poi prosegue con ‘laudato si’’”.

Per la prima volta nella storia della Chiesa, ha sottolineato il Vescovo, un essere umano definisce fratelli e sorelle persino gli elementi naturali. Il Cantico “non solo è alla base della letteratura nella nostra lingua, ma rappresenta il vertice della spiritualità di un uomo che vede nella fraternità e, come giustamente si dice oggi, nella sororità una rete senza confini. Ecco perché tutta la tradizione chiama Francesco ‘alter Christus’, l’altro Cristo – ha concluso – : pochi come lui hanno interpretato la radicalità evangelica in questo modo, che a noi oggi appare di una attualità sconcertante”.