Omelia all’esequie di Romano Pelloni

Pubblichiamo di seguito il testo integrale dell’omelia pronunciata dal Vicario generale, monsignor Gildo Manicardi, alle esequie del professor Romano Pelloni, celebrate lo scorso 10 dicembre nella Cattedrale di Carpi.

 

Carissimi fedeli, amiche ed amici,

in giorni peculiari della vicenda storica della diocesi e della successione dei suoi vescovi, siamo radunati nella cattedrale perché, per il nostro Romano Pelloni, si è realizzato l’avvento del Signore; un avvento preparato da 89 anni di vita terrena e terminato a un mese dalla morte della carissima moglie Elisa – ed è proprio il caso di dirlo – l’amatissima con-sorte.

In tempi in cui tanti se ne vanno quasi alla chetichella, a noi è dato oggi di essere con l’amico Romano per l’estremo saluto. Siamo in preghiera, meditazione e ringraziamento per avere avuto in dono questo nostro fratello e per le per i talenti che il Signore gli ha dato e da lui effusi in abbondanza nel nostro territorio e nelle nostre comunità parrocchiali.

I tre figli hanno scelto come prima lettura, dal lezionario per i defunti, una delle pagine finali dell’Apocalisse. Lo hanno fatto, in particolare, ricordando come il padre, circa dieci anni fa, realizzasse ben quaranta tavole, ossia un commento continuo al libro dell’Apocalisse. Il punto omega, per il veggente di Patmos, è quella Gerusalemme celeste, in cui il pittore carpigiano ha creduto, con forza semplice ma robustissima, fin da quando giovanissimo ha affrescato la cappella del nostro cimitero monumentale, appunto con allegorie della forza di suffragio dell’Eucaristia e della comunione dei santi in paradiso. Della città del cielo il pittore Pelloni gusta adesso i cromatismi e si disseta al torrente delle sue acque trasparenti e deliziose, secondo la promessa: «A colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita» (Ap 21,6).

Romano, però, non è stato semplicemente un visionario, facile e mistico, ma ha investito tutta la sua intensa e lunga vita per portare concretamente nella società – oltre che nella sua famiglia e nella Chiesa – i valori del Vangelo o, forse – come lui ci direbbe più volentieri – della sana “dottrina cattolica”. Per questa diffusione ha utilizzato tutti i mezzi espressivi di cui era capace: pittura, scultura, fusione di medaglie, arti grafiche. In questa direzione egli ha espresso la sua passione per la comunità e la società, sempre consapevole del rilievo decisivo della dimensione politica per il formarsi di una vera umanità e spiritualità autenticamente cristiana.

Importanza ha dato anche alla scrittura delle parole, con vivaci libri d’arte e di storia locale. Un suo notevole specifico fu, inoltre, l’attenzione alla comunicazione pubblica della Chiesa nella società. È stato, infatti, il fondatore del primo mensile diocesano Centro D, ciclostilato e poi stampato, durante l’episcopato Prati a pochi anni dal Concilio Vaticano II. Centro D, da lui fondato e realizzato, è stato il primo collegamento diocesano postconciliare nella Chiesa che cominciava a riscoprirsi come comunità e comunione. Qualche anno dopo, poi, Romano Pelloni fu il primo direttore del settimanale Notizie sotto gli stimoli, un po’ presenzialisti, del Vescovo Maggiolini, tanto votato alla stampa e alla saggistica.

Il lavoro educativo coi ragazzi e coi genitori ha impegnato Romano, anche professionalmente, per molti decenni. Ha insegnato davvero a tanti a “vedere l’arte” e a percepire il bello. Anch’io sono tra i privilegiati che da lui hanno ricevuto due anni di formazione alla storia dell’arte, nel liceo del Seminario di Carpi: un passaggio che apprezzai sinceramente soprattutto durante la maturazione accademica romana.

Ho ripreso questi alcuni dati della biografia di Romano per concretizzare il significato della parabola evangelica scelta dai figli per questo congedo. Dio è lontano dalla nostra vita e nel tempo del covid-19, poi, siamo costretti a sentire ancora di più questa ferita, che pur è di tutti i giorni ordinari della vita terrena. Il Signore Gesù, dal giardino del sepolcro vuoto, dopo la sua risurrezione, è partito per un viaggio lontano, nel cielo presso il Padre.

In questa lontananza, però, c’è un «ma» capace di integrare il quadro, in gran parte ribaltandolo. Dio non ci ha lasciati sprovveduti dei suoi doni e del suo amore. I beni del Signore, infatti, non sono lontani da ciascuno di noi. I talenti dati da Dio – ossia la sua forza, la sua grazia e la sua ricchezza – sono presenti nel mondo e nel mondo crescono nella misura in cui gli uomini, che li hanno ricevuti, li trafficano. Gli uomini che utilizzano i talenti, loro affidati, rendono presente Dio e danno gloria a al suo nome testimoniando quella innegabile via pulcritudinis, ossia il percorso della «bellezza che salverà il mondo» (Fëdor Michajlovič Dostoevskij).

Quello che la parabola insegna è che Dio lontano è sì dalla storia e in certo modo passivo, ma solo là dove ci sia un uomo pigro e un servitore spaventato e brontolone, che ha nascosto sotto terra il talento ricevuto. Chi non usa il dono del Signore, con la sua indolente pigrizia e con un acido disincanto, consegna un apporto all’agnosticismo e contribuisce a creare quel non/spazio in cui qualcuno comincia a dire: Dio è lontano, Dio – se c’è – è troppo remoto, perciò concludiamo con virile coraggio che non c’è affatto. L’uomo che trascura e non investe quanto ha ricevuto da un rilevante apporto al disfattismo e a una visione desertificata del mondo e della storia.

Al contrario, l’uomo che usa per il vantaggio degli altri ciò che ha ricevuto da Dio, questi canta la gloria al suo nome santo e mette una vera traccia di Dio nella vita e nella storia. Come ci dice il Vangelo di oggi, l’uomo che traffica il dono ricevuto, questi strappa proprio a Dio stesso, un grido che ricorda l’esultanza divina davanti alle opere da lui create. Il libro della genesi racconta che Dio ha gioito di fronte alla sua creazione: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gn 1,31). Agli uomini che hanno trafficato ii talenti ricevuti – qualunque sia la loro quantità – il Signore dice: «Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25,21).

Il vangelo non elogia l’attivismo volontarista e non gradisce lo stakanovismo meccanico. Gesù elogia Maria l’ascoltatrice, mentre ridimensiona l’attivissima Marta (Lc 10,38-42). La Sacra Scrittura, con amabilità esorta a mettere a frutto per gli altri i doni ricevuti, fino agli ultimi giorni. Come dice il Salterio per gli uomini giusti: «Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno verdi e rigogliosi, per annunciare quanto è retto il Signore» (Sal 92,15s). E, pensando alla donna felicemente attiva, il Libro dei Proverbi conclude: «Siatele riconoscenti per il frutto delle sue mani e le sue opere la lodino alle porte della città» (Pr 31,31).

Carissimo Romano, preghiamo per te; e a te che hai cercato la bellezza del colore divino, che sapevi rifulgere anche nel disordine, talvolta un po’ deprimente della storia umana, auguriamo di raggiungere nel Signore quello spazio curvo, quelle forme sferiche di perfezione e compiutezza, che hai cercato sulla terra in fraternità con noi.

Riposa con Elisa e tutti i tuoi cari, mentre anche noi – ancora pellegrini – cerchiamo i colori e le forme del cielo. Amen

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