Omelia nella giornata della Pace 2024

Giornata della Pace, Castellucci: “O la pace nasce nel cuore o possiamo invocare la pace, gridare per la pace ma non arriverà”.

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Il vescovo Erio Castellucci ha presieduto la celebrazione eucaristica del 1° gennaio nella Cattedrale di Carpi e come ogni anno l’animazione della liturgia, ispirata al tema del messaggio del Papa, è stata curata alla Consulta diocesana delle Aggregazioni Laicali e per i canti dalle Corali riunite della Diocesi. Nel corso della celebrazione il vicario generale mons. Gildo Manicardi ha rivolto parole di ringraziamento al vescovo Erio nel terzo anniversario dell’inizio del ministero pastorale alla guida della Chiesa di Carpi.

Nell’omelia mons. Castellucci ha invitato a non perdere la provocazione “forse anche una piccola rivoluzione” presente nel testo del vangelo, riferendosi innanzitutto alla scena domestica e assai sobria che si è presentata ai pastori, accorsi a seguito dell’annuncio degli angeli: “Potevano aspettarsi ben altro: Dio ci spiazza sempre. Lui non si fa trovare dove e come noi vorremmo trovarlo; noi tante volte vorremmo trovarlo rivestito di gloria, nei panni di un re potente, di un dominatore che risolva di colpo tutti i problemi del mondo, di uno venuto dal cielo che possa davvero cambiare le cose e metterci a disposizione una società bella e perfetta. Un risolutore di problemi. Invece si fa trovare problematico lui stesso, perché Gesù adagiato nella mangiatoia significa, come aveva detto il Vangelo, che per loro non c’era posto nella locanda”.

Al centro della riflessione del Vescovo di Carpi la figura di Maria, e il suo “raccogliere tutto nel suo cuore”, ogni momento della vita di Gesù il “figlio dell’Altissimo” che gli era stato promesso. “Maria ha ricomposto tutto il mosaico, ha messo a posto tutti i pezzi della sua vita, ha calato nel cuore tutte le sue esperienze, senza dubitare che il Signore passasse anche attraverso le fatiche, che scegliesse come ritmo la vita ordinaria: ed è questo che ha creato nel suo cuore la pace”.

“È la pace del cuore il cuore della pace”

È questo il punto di congiunzione tra la liturgia che propone di contemplare “Maria, Madre di Dio” e la Giornata mondiale della Pace, con il suo carico di attese e di invocazioni. “Ecco il motivo per cui – ha concluso il mons. Castellucci – c’è una provocazione, forse una piccola rivoluzione, in questa scena. La Chiesa, per avviare l’anno civile con la Giornata della Pace, sceglie come emblema di pace non una grande scena, un trattato dopo una guerra, un accordo tra sovrani: sceglie una scena domestica, la più domestica possibile, una piccola famiglia in una stalla. Questo è il segno della pace: la pace vive di profondità, di radici. “È la pace del cuore il cuore della pace” come disse Papa Giovanni Paolo II. O la pace nasce nel cuore e il nostro cuore diventa una piccola Betlemme accogliendo Dio nel quotidiano, oppure possiamo invocare la pace, manifestare per la pace, ma non arriverà mai. Chiediamo al Signore in questo mondo, che sembra dominato spesso da Erode, di aiutarci a calare la pace nel cuore, a raccogliere tutti i pezzi della nostra vita, anche quelli che sembrano più estranei all’opera di Dio, come ha fatto Maria, perché dentro di noi scenda la sua pace”.

 

Sotto il test integrale dell’omelia.


Maria SS.ma Madre di Dio

Giornata mondiale della pace

Cattedrale di Carpi – 1° gennaio 2024

(Nm 6,22-27; Sal 66; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21)

Mons. Erio Castellucci

Non vorrei che perdessimo la provocazione, forse anche una piccola rivoluzione, contenuta nel Vangelo di oggi. La provocazione è data da una scena domestica e quotidiana là dove ci si aspetterebbe una scena solenne e imponente. I pastori avevano ricevuto un annuncio straordinario, che faceva pensare a chissà cosa: “Gloria a Dio e pace sulla terra” ed era apparso “l’esercito celeste”, dice Luca. Questi pastori, mossi da un annuncio così solenne, sono andati a cercare la gloria e la pace annunciata dall’angelo e hanno trovato invece una famigliola: Maria, Giuseppe e un neonato di nome Gesù, adagiato su una mangiatoia. Potevano aspettarsi ben altro: Dio ci spiazza sempre. Lui non si fa trovare dove e come noi vorremmo trovarlo; noi tante volte vorremmo trovarlo rivestito di gloria, nei panni di un re potente, di un dominatore che risolva di colpo tutti i problemi del mondo, di uno venuto dal cielo che possa davvero cambiare le cose e metterci a disposizione una società bella e perfetta.

Un risolutore di problemi. Invece si fa trovare problematico lui stesso, perché Gesù adagiato nella mangiatoia significa, come aveva detto il Vangelo, che per loro non c’era posto nella locanda. Forse la comparsa dell’esercito celeste aveva fatto ipotizzare ai pastori di trovare questo re su un trono, dentro ad un palazzo. Veramente l’angelo aveva già suggerito loro che l’avrebbero dovuto cercare in una mangiatoia, ma chissà quale mangiatoia: magari fatta di avorio di pietre preziose. Invece lo trovano in una stalla, e non rivestito di panni sontuosi, ma fasciato come tutti i bambini. Non lo trovano in mezzo a un re o una regina ma a due popolani, due giovani, Maria e Giuseppe.

Puntiamo ora la lente su Maria che sembra il personaggio principale di questa scena. Noi sappiamo che in realtà tutto ruota attorno a Gesù, ma Luca dice che i pastori trovarono “Maria, Giuseppe e il bambino”, e poi continua a puntare i riflettori su Maria, che andava meditando nel suo cuore tutti questi avvenimenti. Il verbo che usa Luca, tradotto con “meditare”, è ancora più evocativo e si potrebbe rendere con: “raccoglieva tutto” nel suo cuore; Maria raccoglieva i pezzi della sua vita e li metteva nel suo cuore, cercando di farsi un quadro coerente. A volte parlando di Maria si pensa forse alla fata delle favole, come se essendo la madre di Dio – oggi la festeggiamo così – dovesse esserle andato tutto bene. Invece Maria ha vissuto con una sensibilità unica tutte le esperienze che attraversava, e quindi ha anche sofferto con una sensibilità unica e ha gioito con una sensibilità unica: ha esclamato: “l’anima mia magnifica il Signore”, ma anche: “figlio, perché ci hai fatto questo?”.

Maria doveva mettere insieme tutti i pezzi a partire da quella prima promessa: “sarà grande chiamato Figlio dell’altissimo”, dopo la quale poteva aspettarsi cose straordinarie e invece questo bimbo concepito cresce in lei come in tutte le altre donne. San Paolo ce lo dice nel passaggio appena proclamato, “nato da donna” come tutti noi, senza segni straordinari che facciano pensare al Figlio dell’altissimo. Questo Figlio dell’altissimo nasce in una stalla, e Maria deve raccogliere anche questo pezzo della sua storia. Poi, quando presenta quaranta giorni dopo Gesù per la circoncisione, si sente dire da Simeone: “a te una spada trafiggerà l’anima” … ma non è il Figlio dell’altissimo? Anche questo pezzo Maria lo mette nel suo cuore. Quando Erode scatena la persecuzione, lei, Giuseppe e il bimbo devono fuggire come profughi da una situazione di violenza per andare in Egitto: e questa sarebbe la sorte del Figlio dell’altissimo? Quando Gesù si perde a dodici anni nel tempio e Maria gli dice, come accennato, “perché ci hai fatto questo? Tuo padre io angosciati ti cercavamo”, si sente rispondere: “perché mi cercavate? Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Che strano Figlio dell’altissimo: e anche questa parte entra nel cuore di Maria. Quando poi Gesù esce a trent’anni da casa, senza un lavoro, senza una famiglia propria, per annunciare il regno di Dio – un lavoro precario – Maria deve rinnovare la fede nel fatto che quello è il Figlio dell’altissimo. Le poche volte che cerca di avvicinarlo nella sua vita pubblica, sembra che Gesù ne prenda le distanze: “chi è mia madre chi sono i miei fratelli? Chiunque fa la volontà del Padre mio”. Ma soprattutto è l’esperienza della croce che deve avere aperto in Maria una domanda enorme a Dio: perché il Figlio dell’altissimo muore come un brigante, come uno che è dimenticato da Dio? Questa esperienza, la più drammatica che una madre possa fare sulla terra – veder morire un figlio oltretutto in quelle condizioni, vilipese e vergognose – deve essere stato il pezzo più difficile che Maria ha raccolto e inserito nel proprio cuore. Ma ce l’ha fatta per grazia, se poi la troviamo nella Pentecoste, insieme agli apostoli, a ricevere il dono dello Spirito.

Maria ha ricomposto tutto il mosaico, ha messo a posto tutti i pezzi della sua vita, ha calato nel cuore tutte le sue esperienze, senza dubitare che il Signore passasse anche attraverso le fatiche, che scegliesse come ritmo la vita ordinaria: ed è questo che ha creato nel suo cuore la pace.  Ecco il motivo per cui dicevo che c’è una provocazione, forse una piccola rivoluzione, in questa scena. La Chiesa, per avviare l’anno civile con la Giornata della Pace, sceglie come emblema di pace non una grande scena, un trattato dopo una guerra, un accordo tra sovrani: sceglie una scena domestica, la più domestica possibile, una piccola famiglia in una stalla.

Questo è il segno della pace: la pace vive di profondità, di radici. “E’ la pace del cuore il cuore della pace” come disse Papa Giovanni Paolo II. O la pace nasce nel cuore e il nostro cuore diventa una piccola Betlemme accogliendo Dio nel quotidiano, oppure possiamo invocare la pace, manifestare per la pace, ma non arriverà mai. Chiediamo al Signore in questo mondo, che sembra dominato spesso da Erode, di aiutarci a calare la pace nel cuore, a raccogliere tutti i pezzi della nostra vita, anche quelli che sembrano più estranei all’opera di Dio, come ha fatto Maria, perché dentro di noi scenda la sua pace.