Omelia nella Messa della Notte di Natale

Cattedrale di Carpi, 24 dicembre 2019 - Monsignor Ermenegildo Manicardi, Vicario generale della Diocesi di Carpi

Carissimi fratelli e amici,

siamo riuniti in questa commovente sera per celebrare il ricordo della nascita di Gesù nella notte di Betlemme. Lo facciamo in questa splendida cattedrale, rinnovata dopo il terremoto e che corona la piazza. Questo Duomo e questa piazza insieme esprimono l’identità più vera della nostra città. Qui vogliamo meditare sul mistero di Dio che si fa uomo, del figlio di Dio che si incarna per sempre come figlio della Vergine Maria. Se la nostra meditazione raggiungerà una profondità adeguata a diventare preghiera, essa renderà più chiara e incisiva l’evangelizzazione di cui siamo debitori ai nostri cari e alla società che sostiene la nostra vita pubblica.

Per vivere con profondità il mistero di questa notte e di questa nostra celebrazione ci possono aiutare alcune osservazioni che nascono dal confronto con il sobrio racconto lucano del Natale e con alcuni dei ricchi elementi che caratterizzano il segno del presepe.

La semplicità del racconto lucano

Gli elementi della parte iniziale del racconto del vangelo sono soprattutto tre:

  • il censimento che impone ai protagonisti una fatica purtroppo inevitabile,
  • il servizio amorevole di Giuseppe alla sua sposa incinta,
  • la stalla come inaspettato luogo del parto.

2.      Un censimento che impone una fatica purtroppo inevitabile

Il censimento rappresenta in modo chiaro una circostanza che tutti sperimentiamo nella vita. La nostra esistenza si muove in un reticolato di decisioni di altri, di leggi, di situazioni imposte e inevitabili. La decisione di Cesare Augusto di censire la popolazione del suo impero, per irrobustire e razionalizzare il carico delle tasse, costringe spesso a dei viaggi difficili e assolutamente evitabili.

La situazione, in cui si trovano Giuseppe e Maria a causa della decisione dell’imperatore, non assomiglia forse a tante circostanze che affaticano anche la nostra vita?

3.      Il servizio amorevole di Giuseppe alla sua sposa Vergine nel viaggio

Nel quadro pesante del viaggio, così inopportuno per Maria, che è incinta e in avanzata gravidanza, si staglia il servizio amorevole di Giuseppe. Come Luca fa capire molto bene, è lui il protagonista del viaggio che protegge la Vergine sua sposa e rende possibile lo spostamento pericoloso. Maria porta il Bambino, ma Giuseppe le rende possibile arrivare a Betlemme.

4.      Il parto in una stalla e non nel legittimo alloggio

Ma il tratto più importante è l’assenza di accoglienza a Betlemme nell’alloggio, molto probabilmente nella casa degli antenati.

In questo modo il bambino nasce collocato al livello più basso dell’umanità. È un uomo senza spazio; è un bambino non riconosciuto nei suoi diritti. Gesù non si incarna in una condizione tranquilla nei ceti medi, tra i nobili e i ricchi. In un certo senso non fa neanche la scelta ideologica di essere un povero. È un bambino semplicemente costretto alla mangiatoia.

L’incarnazione del figlio di Dio raggiunge così il livello di tutti gli uomini, senza esclusioni: non solo quelli da un certo ceto in su. Non è esclusa nessuna delle caste, nemmeno le più basse, e per lui non ci sono i “fuori casta”.

Questa notte ci ricorda che ogni uomo vale perché è uomo, e non per quello che ha, o per quello che sa o per quello che fa. Per Dio ogni uomo ha un valore assoluto. Ciascuno è creato dalla sua paternità e il Figlio s’incarna per tutti, senza preferenze, indicandoci la dignità di ogni persona.

La nostra esistenza non è segnata da possibilità a noi rese disponibili automaticamente dalla storia, ma la nostra gioia – anzi il nostro “farcela nella vita” – dipende dalla cura che altri si prendono di noi. Maria non ce l’avrebbe fatta a raggiungere Betlemme se non avesse incontrato l’accoglienza di Giuseppe. Non avrebbe potuto sopravvivere dignitosamente nell’impero di Cesare Augusto, se il marito non l’avesse circondata di un’assistenza premurosa e realistica. Come avrebbe da sola trovato la mangiatoia?

 

Gli allargamenti del presepe
A questi tratti del racconto lucano, vorrei aggiungere alcuni tratti tradizionali del presepe, che quest’anno papa Francesco ha indicato nella Lettera apostolica Admirabile signum.

5.      L’asino e il bue

Il primo tratto che dalla più remota antichità è stato aggiunto al racconto del Vangelo sono l’asino e il bue. Luca non parla direttamente di questi due animali, ma la tradizione fin dall’antichità ha riconosciuto che l’evangelista parlando della mangiatoia, in cui Gesù era appoggiato, alludeva a un passo del profeta Isaia. Questi, per rimproverare Israele, ha palato di una mangiatoria, mettendo in opposizione l’infedeltà di Israele per i doni del Signore con la riconoscenza di un asinello e un bue verso la loro greppia e i loro padroni.

 

Is 1,s: Udite, o cieli, ascolta, o terra, così parla il Signore:

«Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me.

Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la mangiatoia del suo padrone,

ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende».

L’asino e il bue del presepe ci ricordano – silenziosamente ma chiaramente – che il rischio del rifiuto non è solo un fatto del passato, degli abitanti e dei familiari di Betlemme, ma è un pericolo anche per noi. Anche noi rischiamo di non riconoscere Gesù nella mangiatoia di Betlemme come il nutrimento offerto a persone che potrebbero smascherarsi come meno accoglienti delle due bestie della capanna.

6.      Lo sfondo delle rovine e il castello di Erode

Nella rappresentazione del presepe abbiamo poi, molto spesso, la rappresentazione di uno sfondo delle rovine di case e palazzi antichi e la sagoma lontana del castello di Erode.

Questo tratto interessante, in fondo, esprime la consapevolezza che Gesù viene per rinnovare una società che ha prodotto già una cultura e un umanesimo eleganti, ma che forse nel frattempo è diventata un po’ stanca e senza vitalità e bellezza. Oggi, nel cambiamento d’epoca che tutti sentiamo di vivere – sia nei rapporti interpersonali diventati più faticosi e aggressivi, sia nelle lacune poco sopportabili della politica, sia nello stile stesso di Chiesa talvolta sconnesso e lamentoso – abbiamo spesso la sensazione di qualcosa di avariato, di screpolato e bisognoso di una nuova cultura, per non dire di un radicale restyling da dopo terremoto.

Lo sfondo delle rovine e il castello di Erode non è un elemento pittoresco e infantile, ma uno stimolo a vedere nel natale di Gesù, che stiamo celebrando questa notte, lo stimolo più forte a impegnarci per il necessario rinnovamento della civiltà. Tra l’altro il Natale ci pone in un’evidente prospettiva ecologica. Il silenzio della notte santa, l’umiltà semplice dei personaggi, la gioia per un nuovo bambino ci invita a non sciupare “sorella terra”, ma a rallegrarci del genuino.

7.      Il presepe napoletano

L’ultimo tratto che mi permetto di ricordare è il “presepe napoletano”, ossia il presepe in cui c’è tutto e ci sono tutti. Nei loro mestieri, nei loro problemi, nella gioia del loro piccolo dono. Non è un caso che i bambini vogliano “infilare” nel presepe proprio tutte le cose, le persone e le figure che amano davvero. Noi cosa vorremmo mettere nel nostro presepe?

Chiusa

Carissimi, personalizziamo il grande segno del Natale. Scegliamo gli elementi del presepe che riteniamo possano parlarci di più questa notte. Quale per me il simbolo più importante: la mangiatoia, l’asino e il bue? I palazzi sfasciati, il castello di Erode? Oppure qualcuna delle innumerevoli figurine che pulsano di vita sotto gli occhi del neonato?

Forse impariamo soprattutto da Giuseppe, lo sposo di Maria chiamato a essere il padre terreno di Gesù nella casa di Nazaret. Lui ha saputo affrontare il carico del censimento; lui ha difeso il bambino da Erode; lui ha accolto e protetto la fragilità della Vergine Maria; lui ha avuto il coraggio di migrare in Egitto per salvare Gesù.

 

Nella preghiera di questa notte, in questa cattedrale ricostruita, chiediamo al Signore che il nostro cuore contemplando il dono dell’incarnazione sappia testimoniare la gioia del vangelo nella nostra città, di oggi e di domani. Lasciamo che il vangelo riempia il nostro animo e la nostra intelligenza e saremo tramite perché la gioia di Betlemme sia energia dinamica. La nostra fede e la nostra preghiera, uscendo dal Duomo, rendano più vivace la nostra piazza. Alla cattedrale rinnovata facciamo corrispondere una piazza sempre più umana e più degna del meglio della nostra storia.

 

Sia lodato Gesù Cristo!

 

Monsignor Ermenegildo Manicardi