Intervento in occasione del IV° centenario della morte di San Bernardino Realino

Sabato 17 dicembre 2016
22-12-2016

Celebriamo i 400 anni dalla morte di San Bernardino Realino. Nasce spontanea una domanda: “Che senso ha, per noi e per questa comunità di Castelleone, ricordare un uomo che è vissuto quattro secoli fa, in un contesto culturale, sociale e politico totalmente altro da quello nel quale ci troviamo a vivere noi?”.

Il Papa Benedetto XVI in un suo discorso affermava la necessità di avere dei “compagni di viaggio” nel viaggio della vita e tra questi amici citava espressamente la Vergine Maria e i Santi. Ognuno – diceva – dovrebbe avere qualche santo che gli sia familiare, per sentirlo vicino con la preghiera e l’intercessione, ma anche per imitarlo. Di qui l’invito “a conoscere maggiormente i Santi”, in particolare la loro vita e i loro scritti. Il Pontefice concludeva: “Siate certi che diventeranno buone guide per amare ancora di più il Signore e validi aiuti per la vostra crescita umana e spirituale”.

Ebbene, San Bernardino può sicuramente essere un “buon compagno di viaggio”. Infatti, la sua vita, i suoi scritti e le sue opere costituiscono la splendida testimonianza di un uomo che, ponendosi al servizio di Dio e dei fratelli, ha fatto della sua esistenza un capolavoro. Quando ci si imbatte in personalità di grande spessore umano e spirituale è impossibile rimanere indifferenti perché non solo la nostra vita si arricchisce, ma si comprende anche che senza di esse la storia di un popolo, di una città sarebbe stata diversa, forse più difficile e problematica. Torna, quindi, a proposito l’ammonimento della Sacra Scrittura: “Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede” (Ebr.13.7).

San Bernardino Realino è nato nel 1530 da una famiglia illustre di Carpi, la cui prima preoccupazione è stata quella di assicurargli un’adeguata formazione religiosa e culturale prima a Carpi, e poi all’Accademia di Modena, all’epoca uno dei più illustri centri culturali d’Italia e quindi a Bologna, grande ed importante centro universitario famoso per gli studi in giurisprudenza e medicina.

La sua giovinezza è stata molto spensierata e caratterizzata da una profonda inquietudine: ferisce in un duello un uomo per vendicarsi di un torto subito e per questo fu condannato o al taglio della mano o all’esilio. Naturalmente scelse quest’ultimo.

Inoltre, come accade anche a tanti giovani oggi, mentre era fuori casa per gli studi si legò ad alcuni amici con i quali, anzichè dedicarsi alle fatiche dello studio, trascorreva le serate in divertimenti, rincasando a notte fonda e alzandosi molto tardi al mattino. E così le lezioni e gli esami passarono in secondo piano e il nostro studente si trovò, noi oggi diremmo, fuori corso. L’educazione e gli insegnamenti spirituali ricevuti in famiglia, tuttavia, ad un certo momento riemersero nella sua vita e lo aiutarono a svincolarsi dal vortice rovinoso nel quale era entrato. La voce della coscienza si risvegliò e questo risveglio gli fece maturare la decisione di non volere più offendere Dio né recare un dolore ai suoi genitori, che lo avevano lasciato partire per studiare.

Riprende con impegno il suo dovere di studente e la sua intelligenza, curiosa ed eclettica, lo porta ad appassionarsi alla letteratura classica (ci è giunto un suo commento in latino a Catullo) e alla filosofia. Nonostante questi interessi Bernardino sceglie di dedicarsi allo studio della medicina perché più utile per aiutare il prossimo.

Come avviene a tutti i giovani, anche lui si innamorò di una bella ragazza di nome Chiara che esercitò una influenza decisiva sulla sua vita. Infatti, per compiacerla, poiché ne era molto innamorato, sospende i corsi di medicina ed intraprende quelli di giurisprudenza. E così, all’età di 26 anni (1556), si laurea in diritto civile e canonico.

La fidanzata muore stroncata da una lunga malattia all’età di 28 anni. Bernardino ne ha 30 anni. Il dolore, così profondo e sconvolgente, lo precipita in una crisi esistenziale che lo porta a pensare anche al suicidio. Due furono i pilastri che lo salvarono da questa drammatica situazione.

Il primo è costituito dall’apparizione in sogno, per ben due volte, dell’amata fidanzata, la quale lo rimproverò per il pensiero del suicidio che coltivava e lo invitò a contemplare le gioie del cielo, di cui lei godeva pienamente; gioie che avrebbe voluto condividere con lui.

Il secondo pilastro è rappresentato dall’educazione ricevuta in famiglia e dal bagaglio culturale con cui aveva arricchito la sua personalità.

Aiutato da questi pilastri, si interroga sul senso della vita, della morte e della vanità del mondo e la riflessione su queste tematiche lo aiuterà a riscoprire la bellezza della poesia e l’importanza della preghiera. Recuperato il gusto per la vita, o meglio ancora, maturato umanamente e spiritualmente, si dedica con rinnovato impegno ad esercitare la sua professione di Magistrato che lo porterà in diverse località. Ovunque fu apprezzato per la sua onestà e l’alto senso della giustizia. Egli, infatti, amava presentarsi più come un padre che come magistrato. Nella sua funzione di amministratore della giustizia si era dotato di un codice etico e morale che prevedeva questi principi: 1. dirimere con celerità ed equità le controversie. 2. Non lasciarsi condizionare da antipatia verso qualcuno. 3. Nelle controversie usare sempre la prudenza e la via della conciliazione. 3. Rifiutare doni, per non sembrare essere di parte.

Inoltre, nell’esercizio del suo mandato si impegnò a coniugare interessi privati e bene pubblico; si mostrò discreto nel comando, ma inflessibile nel fare rispettare la legge e a reprimere i delitti.  Ai bisognosi che si rivolgevano a lui cercò di dare risposte concrete, ponendo alla base del suo governo l’arma infallibile della carità.

I successi ottenuti come Podestà a Castelleone (1562-1564) indussero il Marchese di Pescara, da cui dipendeva, a nominarlo luogotenente generale nei territori che possedeva nel regno di Napoli (1564). Svolse il suo mandato con la sua solita onestà, rettitudine morale e fermezza nei principi per soli tre mesi. Infatti, il Signore, lo attendeva al varco perché da tempo lo lavorava nel segreto del suo spirito. A Castelleone, infatti, non lo abbandonava il pensiero della fidanzata morta ed il suo ricordo riempiva di tristezza il suo cuore. L’8 settembre del 1562, festa della natività della Beata Vergine Maria, il Realino avvertì una voce interiore che lo invitava al distacco dalle realtà terrestri e a valorizzare le virtù della fidanzata.  E’ nato, così, il trattato Sulle Vanità del mondo. Sempre durante la sua permanenza qui a Castelleone compose un commento del Pater noster e un trattatello dal titolo Sul pigliar moglie, in cui esalta il valore sacramentale del matrimonio.

A conclusione di questa fase della sua vita era ormai pronto ad accogliere la volontà di Dio sulla sua vita, la quale si rivelò ascoltando una predica in una chiesa di Napoli. Da quella predica nacque in lui il desiderio di vivere con maggiore impegno l’ideale evangelico. La prima cosa che fece, uscito dalla chiesa, fu quello di cercare un sacerdote per fare una confessione generale dei propri peccati e lo trovò in un gesuita, il Padre Carminata. Così viene descritta l’esperienza di quella confessione: …Egli si prostrò ai piedi del ministro di Gesù Cristo fece con lacrime abbondanti la tanto bramata confessione generale ripigliandola dalle prime memorie della sua vita: e se ne risollevò determinato di dare un eterno addio al mondo, e consacrarsi al Signore in qualche istituto religioso(E. Venturi)

Da quella confessione nacque una regola di vita che prevedeva la meditazione quotidiana, la partecipazione alla Messa domenicale e l’abolizione di ogni divertimento che fosse in contrasto con il Vangelo. Questo serio cammino di vita spirituale lo portò a maturare la decisione di entrare nella Compagnia di Gesù. Una scelta che si scontrò, inizialmente, con una serie di difficoltà legate alla situazione del padre, ormai vecchio, cagionevole di salute e bisognoso dell’aiuto del figlio. Da una parte a Bernardino sembrava una crudeltà abbandonare suo padre, dall’altra non nutriva alcun dubbio in merito alla verità della sua chiamata alla vita religiosa. Aiutato dalla preghiera e da una visione della vergine Maria scrisse una lunghissima lettera al padre per confortarlo e invitarlo a compiere il sacrificio di lasciarlo intraprendere la sua strada. Il consenso del padre, finalmente giunse e, il 13 ottobre 1564, varcò la soglia del noviziato.

Divenuto gesuita, tante furono le attività apostoliche che svolse. Fu un apprezzato predicatore, un illuminato direttore di anime, un grande animatore dei giovani, ma soprattutto si distinse per la sua predilezione per gli ultimi. Gli storici ci tramandano il suo amore per gli schiavi, che andava a trovare presso i loro padroni, nelle galere e in ogni altro ambiente, con l’unico intento di testimoniare loro l’amore di Dio. La sua straordinaria carità fece molte conversioni tra gli schiavi, spesso di fede musulmana.

Alcune considerazioni conclusive.

1 . San Bernardino Realino è un santo che ci insegna a gioire per le tante trasformazioni positive che avvengono sotto ai nostri occhi e che contribuiscono a migliorare la vita delle persone. Tuttavia, ricorderebbe anche che una società, per essere veramente libera, deve favorire i valori che garantiscano il bene supremo di tutto l’uomo perché non ogni cambiamento serve per la costruzione di un mondo più umano e più giusto. Ci invita a mettere le nostre energie morali, spirituali e fisiche a servizio dei fratelli per contribuire a dare risposte ai problemi delle nostre comunità e ai bisogni dell’uomo concreto, specialmente di quello povero e debole. Ci ricorda che una società è sana solo quando è capace di circondare di particolare cura la famiglia, la vita umana, l’educazione delle giovani generazioni, la dignità del lavoro.

2 . Mi sembra di potere dire che San Bernardino Realino è un esempio di come sia possibile conciliare fede e impegno politico, sociale ed economico. La fede, se vissuta in maniera retta e coerente, è in grado di apportare alla società in cui si vive una visione completa sull’uomo, sulla sua dignità e sul destino eterno per il quale è stato creato. Inoltre, il vero amore per Dio porta ad assolvere con fedeltà i propri doveri di cittadini e con impegno e responsabilità la propria professione. Il Concilio Vaticano II insegna che la comunità politica e la Chiesa, anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale degli stessi uomini.

3 . Un altro insegnamento che impariamo da San Bernardino è la sua semplicità che gli consentiva di giungere al cuore delle persone. E’ stato scritto: Non esageriamo se ricorriamo al seguente paragone: Bernardino fu per la Lecce delle seconda metà del Cinquecento e il primo ventennio del Seicento, ciò che fu P. Pio da Petralcina a San Giovanni Rotondo nella prima metà del secolo scorso. Con una differenza, rispetto a Padre Pio. San Bernardino ha sempre goduto della stima e della considerazione di tutti. Il Cardinale Bellarmino, il quale riuscì a strappare al nostro santo la promessa di un posto in paradiso, riteneva che la santità del Realino fosse molto diversa dalla vita condotta dagli altri santi, in quanto egli non ebbe mai alcun detrattore. A questo riguardo appare emblematico quello che un nemico dei gesuiti era solito dire: Maledetti tutti i gesuiti, ad eccezione di Bernardino. L’universale stima e affetto che la popolazione di Lecce nutriva per Bernardino è dimostrata anche dal fatto, caso unico nella storia, che il Realino fu proclamato patrono della Città quando era ancora in vita.

In conclusione, san Bernardino Realino era così amato, stimato, ricercato perché parlava un linguaggio che era compreso da tutti: il linguaggio dell’amore e nello stesso tempo era armato di una pazienza, verso il prossimo, realmente eroica. Aveva un solo desiderio mettere pace nei cuori degli individui, troppo spesso in lite tra loro, e offrire a tutti, ma veramente a tutti, il dono di cui ogni uomo necessita per vivere: Gesù Cristo.

+ Francesco Cavina