Omelia e video della III Domenica di Pasqua

Cattedrale di Carpi –  Domenica 26 aprile 2020

Omelia di mons. Ermenegildo Manicardi
Diretta televisiva Tvqui

Sorelle e fratelli carissimi,
La terza Domenica di Pasqua – dopo il “Discepolo amato” e dopo “Tommaso il Gemello” – ci fa concentrare sulla figura pasquale dei “due discepoli di Emmaus”.

1.   Due discepoli delusi e, forse, disillusi
Si tratta dei due discepoli delusi, anzi, per meglio dire, disillusi e disincantati. Essi dicono allo straniero: «“Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele”» (Lc 24,21), ma adesso non seriamo più. Essi sono soprattutto la figura un po’ drammatica di gente triste perché inconsapevole di essere, in realtà, alla presenza di Gesù risorto. Anche oggi ci sono molti “Discepoli amati” e molti “Tommaso”, ma non certo meno “discepoli di Emmaus”, a speranza relativa e ad entusiasmo sbiadito.

Ma chi sono, in concreto, questi due camminatori? Fin dall’antichità le congetture furono molte. Luca dichiara, un po’ a sorpresa, un nome: «uno di loro, di nome Clèopa» (Lc 24,18). Nel Vangelo di Giovanni si racconta che «presso la croce di Gesù» stavano “le tre Marie”, ossia: «sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèopa e Maria di Màgdala» (Gv 19,25). A causa della somiglianza di nome tra il menzionato discepolo di Emmaus e il cognato (o il nipote) della Madre di Gesù, lo storico cristiano Eusebio di Cesarea, attivo nella cerchia dell’Imperatore Costantino, aveva suggerito trattarsi di un parente, e forse addirittura di uno zio acquisito (o di un primo cugino) di Gesù. L’episodio servirebbe allora a spiegare come mai i parenti di Gesù, che durante il suo ministero erano rimasti increduli e sfiduciati, dopo la risurrezione, sia arrivati a unirsi ai discepoli nel cenacolo (cf. At 1,14).

In anni recentissimi un vescovo anglicano inglese, felicemente sposato e ottimo storico, ha avanzato la congettura che i due di Emmaus siano in realtà marito e moglie: Clèopa sarebbe il marito e il discepolo di cui non si fa il nome sarebbe sua moglie. Per questa suggestione, Thomas Wright si basa sulla somiglianza di due frasi strategiche. Luca dice: «allora si aprirono loro gli occhi (a Clèopa e al suo partner) e lo riconobbero» (Lc 24,31). Il racconto della Genesi narrava invece: «Allora si aprirono gli occhi di tutti e due, Adamo ed Eva, e conobbero di essere nudi» (Gen 3,7).

Comunque sia, questo stupendo racconto, uno dei capolavori di Luca, presenta alcuni suggerimenti importanti per lasciare il grigiore del disincanto e incamminarci verso la fede e la speranza sicura.

2.   Avere Gesù e non vederlo: il modo della presenza e del suo riconoscimento
Per ben 17 su un totale di 22 versetti, il racconto insiste sul fatto che Gesù «camminava con loro», ma i due di Emmaus non riuscivano a vederlo. Anche se si fermano stupiti per guardarlo meglio, non ce la fanno a riconoscerlo (cf. Lc 24,17s). La difficoltà non è che il risorto sia vestito in modo nuovo o strano, o che sia travestito, ma sono i loro occhi che non erano capaci di riconoscerlo. Gesù, rimproverandoli, non insiste sul guardare dicendo, per esempio, “ma siete addormentati? Sveglia, aprite gli occhi, guardatemi bene: non vedete che sono io?”. Il loro difetto, secondo Gesù, riguarda piuttosto l’ordine del cuore, ossia del cuore che cambia soltanto se ascolta. «Stolti (letteralmente: gente senza testa, in greco: anòetoi) e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!”» (Lc 24,25). Il loro problema è il cuore improduttivo perché non lavorato dalla parola dei profeti e dalle Scritture. È questo il cuore lento che tiene bloccati gli occhi. Anche se c’è Gesù, non lo si vede perché non si è davvero attenti alla vita e non si ascoltano le Scritture. In certo senso Gesù resta sempre invisibile, anche se è realmente presente. È interessante osservare che Luca non racconta che dopo il riconoscimento a Emmaus, Gesù si allontani, ma afferma: «Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista» (Lc 24,31). Non si vede più.ma resta presente accanto.

3.   Riconoscere Gesù risorto nello spazzare il pane
Il salto decisivo dalla disillusione alla speranza avviene nello spezzare il pane. Anche qui, però, occorre attenzione al racconto: non basta immaginare che lo spezzare il pane sia il semplice partecipare all’eucaristia. Riconoscere Gesù nello spezzare il pane implica avere decifrato bene un gesto, che Gesù aveva compiuto nell’ultima cena, ma che era stato decisivo anche altre volte nella sua vita terrena. I discepoli di Emmaus non avevano partecipato all’ultima cena, riservata piuttosto agli apostoli (cf. Lc 22,14), ma avevano visto, nelle moltiplicazioni, Gesù spezzare il pane per i bisognosi.

Per arrivare alla speranza occorre riconoscere che la capacità inclusiva degli altri, che aveva caratterizzato lo stile di Gesù, è decisiva per la speranza degli uomini. Gesù aveva insegnato ad includere tutti e a condividere con gli altri ciò che si possiede. Egli era riuscito a dare un pane che, da lui benedetto, nelle mani dei suoi discepoli diventava pane per tanti (cf. Lc 9,16s). Questa fornitura non fu un acquisto da un forno, né una creazione dal nulla, ma fu la moltiplicazione di quanto i discepoli avevano da mettere a disposizione. Racconta San Marco: «egli disse loro: “Quanti pani avete? Andate a vedere”. Si informarono e dissero: “Cinque, e due pesci”» (Mc 9,38). La “frazione del pane” avviene al punto di incrocio tra l’autorità di Gesù, il Figlio di Dio crocifisso/risorto, e la generosità dei suoi discepoli a donare prendendolo dal «proprio».

L’eucaristia è il segno dell’inclusione di tutti e della condivisione con tutti. Aiuta a superare lo sterile disincanto e ad arriva alla speranza. Questa speranza, per diventare concreta, ha bisogno che noi si diventi capaci di riconoscere e di assumere lo stile della frazione del pane. Il discepolo che spera e soltanto il datore gioioso, che dà a Gesù quello che possiede – pane terreno o pane spirituale – perché Lui lo moltiplichi per sostenere tutti. Come dice San Paolo: «Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia» (2Cor 8,7). È questo l’unico stile che produce speranza e che potrà produrla produrrà anche nei tempi non facili del dopo covid-19.

4.   Fede personale e fede ecclesiale
Ma nel racconto di Emmaus c’è un altro orientamento alla speranza, ed è il passaggio dalla fede personale alla fede ecclesiale. Arrivati a una profonda convinzione personale, per i due discepoli c’è ancora uno step necessario: «essi partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme» (Lc 24,33). Essi si rimettono in moto e puntano al luogo dove sanno che gli Undici e gli altri erano riuniti. È solo lì, nell’inserimento reale nella comunità, che la loro fede sarà piena, anche se per un po’ dovranno tacere ed accogliere prima il dono degli altri: «gli Undici e gli altri che erano con loro dicevano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!”» (Lc 24,34).

Non basta loro quello che hanno capito e che “sentito” individualmente. È non meno necessario che entrino nella dinamica della comunità: devono aspettare che altri li aiutino, debbono fidarsi anche delle impostazioni e delle “leggi”, devono accogliere con piacere l’ordinamento anche gerarchico della comunità. Per esempio devono capire che Pietro aveva fatto, già prima di loro, l’esperienza dell’incontro con Gesù risorto: «“Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!”» (Lc 24,34). Non possono pretendere di soffocare con i carismi e il loro entusiasmo la struttura ministeriale. Prima di loro c’è una tradizione più pesante – talvolta molto, molto pesante –che è una garanzia di autenticità e che molto spesso è anche il modo più idoneo per raggiungere davvero i più marginali.

5.   Verso il dopo coronavirus
Penso che nei prossimi giorni, nella fase due del covid-19 – e la settimana che si apre oggi potrebbe essere la settimana decisiva – dovremo identificarci seriamente con i due di Emmaus. Guai a noi se staremo a ripeter malinconicamente «noi speravamo che la vita fosse più facile, che la ripartenza fosse più veloce, ma …». Si tratta di aprirsi alla speranza, alla vera presenza di Gesù risorto, vivo tra noi, ascoltando di nuovo e come nuovo il Vangelo. Si tratta di riconoscere il ruolo dello spezzare il pane (il nostro pane!) e di saper correre veramente dentro la comunità cristiana, accanto a tutti gli uomini, vera carne di Cristo bisognosa di risurrezione. Spezzando il pane, ascoltando la Parola, amando la Chiesa spezzeremo la freddezza del disincanto. Diventeremo un valore per noi stessi e per gli altri.

Varrà la pena di accorciare le distanze di sicurezza, soltanto se avremo sufficiente calore nel petto: «“Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?”» (Lc 24,32). Amen. Sia lodato Gesù Cristo risorto.