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Editoriale n. 06 del 16 febbraio 2020
Verso l’incontro di Bari promosso dalla Cei

Mediterraneo, frontiera di pace

C’è un’immagine molto efficace che Papa Francesco utilizza molto spesso quasi a denunciarne l’assenza o, meglio, a sottolinearne la necessità: il ponte.

Ne ha parlato in diverse occasioni in questi anni, consegnando alla Chiesa una sorta di magistero e una visione di essere cristiani nell’oggi.

Costruire ponti, più che innalzare muri è l’architettura impegnativa per costruire il futuro. Il ponte unisce, crea comunione, apre al dialogo e alla conoscenza, solidifica territori; al contrario, il muro separa, disgrega, spinge all’autoreferenzialità e alla chiusura in sé, chiude l’orizzonte.

È questa la chiave di lettura con cui guardare all’incontro di riflessione e spiritualità “Mediterraneo, frontiera di pace” (Bari, 19-23 febbraio 2020).

L’evento, promosso dalla Chiesa italiana, vedrà riuniti nel capoluogo pugliese circa 60 vescovi provenienti da 20 Paesi bagnati dal Mare Nostrum.

L’assemblea, unica nel suo genere, sarà conclusa domenica 23 febbraio con la celebrazione eucaristica presieduta dal Santo Padre.

L’incontro è basato sull’ascolto e sul discernimento, valorizzando il metodo sinodale. Intendiamo compiere un piccolo passo verso la promozione di una cultura del dialogo e verso la costruzione della pace in Europa e in tutto il bacino del Mediterraneo.

Ritorna l’immagine del ponte. Non è possibile leggere in maniera efficace lo spazio bagnato da questo mare, ha sottolineato Papa Francesco a Napoli il 21 giugno 2019, “se non in dialogo e come un ponte - storico, geografico, umano - tra l’Europa, l’Africa e l’Asia.

Si tratta di uno spazio in cui l’assenza di pace ha prodotto molteplici squilibri regionali, mondiali, e la cui pacificazione, attraverso la pratica del dialogo, potrebbe invece contribuire grandemente ad avviare processi di riconciliazione e di pace”. L’incontro di Bari si muove proprio in questa direzione: non un convegno accademico, ma uno spazio di comunione tra vescovi, che riflettono e, sotto la guida dello Spirito, provano a discernere i segni dei tempi. Siamo convinti, infatti, che una Chiesa mediterranea è già presente e operante, è ricca di tradizioni culturali, liturgiche ed ecclesiali, ed è probabilmente bisognosa di processi di dialogo. I pastori, che s’incontrano, hanno a cuore un Mediterraneo concreto con i popoli che lo abitano.

Le loro voci sono portatrici di realtà diverse, ma non contrapposte. Sta proprio qui l’intuizione del nostro cardinale presidente Gualtiero Bassetti d’invitare, in una città-ponte tra Oriente e Occidente qual è Bari, i vescovi cattolici dei Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum e che provengono da ben tre diversi Continenti: Asia, Africa ed Europa. Un’idea che ha radici profonde: rimanda alla visione profetica di Giorgio La Pira che, già dalla fi ne degli anni Cinquanta del secolo scorso, aveva ispirato i “Dialoghi mediterranei” e aveva anticipato lo spirito del Concilio Vaticano II. Oggi c’è la possibilità d’iniziare a realizzare quella visione. Un progetto ambizioso, ma necessario. Il ponte va costruito con una storia, una geografia e un’umanità che hanno fondazioni comuni. È la bellezza del mare da riscoprire e consegnare alle generazioni future.

La storia rimanda alle origini stesse del cristianesimo; il Mediterraneo ne è stato cuore pulsante. La geografia è oggi il sogno di un abbraccio che arricchisce, proprio come viene descritta la Dichiarazione di Abu Dhabi: “Simbolo dell’abbraccio tra Oriente e Occidente, tra Nord e Sud e tra tutti coloro che credono che Dio ci abbia creati per conoscerci, per cooperare tra di noi e per vivere come fratelli che si amano”.

L’umanità è quanto di più prezioso ci sia; è l’acqua che dà vita e non deve più essere simbolo di morte, di disuguaglianze, d’inequità. A tutti chiediamo di accompagnarci con la preghiera e di sentirsi in prima persona costruttori di ponti!

Monsignor Stefano Russo Segretario Generale Conferenza Episcopale Italiana



Editoriale n. 05 del 9 febbraio 2020

L’esperienza “miracolosa” della reciprocità

Nell’attuale società, dominata dai miti dell’efficienza e della prestanza, malattia e morte sono oscurate e la loro esperienza è rinchiusa in luoghi isolati.

Anche le immagini di sofferenza propinateci dai mass-media, proprio per la loro frequenza, finiscono per anestetizzarci, per renderci insensibili verso ciò che appare inevitabile o, al massimo, degno di uno sbrigativo aiuto finanziario come scarico di coscienza.

Conseguenze: crescente fragilità, soprattutto dei giovani davanti alle difficoltà, mancanza di fiducia negli altri e nel futuro, drammatica solitudine di chi è reso vulnerabile fisicamente e psicologicamente dalla malattia.

Prendersi cura dei deboli, degli emarginati, dei malati, dedicare loro tempo e profonda attenzione non può derivare solo da individuali sensi di colpa e nemmeno da un puro istinto caritatevole, moventi positivi in fase iniziale, ma destinati a soccombere davanti a necessità sociali crescenti e alla complessità istituzionale.

Le tante associazioni di volontariato presenti sul nostro territorio sono uno strumento per rafforzare, far maturare e sostenere tali sentimenti in modo che diventino consapevole volontà di collaborare al Bene comune, acquisizione di responsabilità di tutti davanti a tutti, capacità di cooperare dentro la comunità per una reale sussidiarietà. Il valore della solidarietà deve essere coltivato e riscoperto nella vita di ogni giorno, interiorizzato e condiviso per essere testimoniato: solo così i volontari diventeranno farmaci presso i malati negli ospedali, nelle

Case per anziani, negli hospice, nelle case private. La parabola del buon samaritano, letta attentamente, ci offre tanti suggerimenti. Il protagonista, per soccorrere il ferito, deve innanzitutto liberarsi da atavici pregiudizi: come non rendersi conto dell’attualità di tale atteggiamento fondamentale per abbattere i tanti muri innalzati in un illusorio tentativo di sicurezza? “I muri lasciano soli coloro che li fabbricano.

Sì, lasciano fuori tanta gente, ma coloro che rimangono dentro i muri resteranno soli e alla fine della storia sconfitti da potenti invasioni” (Papa Francesco). Il samaritano, dopo essersi preso cura del ferito in silenzio, dandogli attenzione, compassione, vicinanza e aiuto pratico, lo accompagna in un luogo protetto, ove cerca la collaborazione di chi possa continuare l’assistenza anche dopo la sua partenza.

Umanità, empatia, dialogo di silenzi e parole legano i tre uomini in diverse posizioni. “Dialogare non è annullare le differenze e accettare le convergenze, ma è far vivere le differenze allo stesso titolo delle convergenze: il dialogo non ha come fine il consenso, ma un reciproco progresso, un avanzare insieme.

Così nel dialogo… si aprono strade inesplorate” (Enzo Bianchi). Si comprende dunque come essere d’aiuto agli altri significhi esserlo anche a se stessi, acquisendo fiducia nelle proprie capacità, spesso insospettate fino al momento della prova, riconoscendo le proprie emozioni profonde per dominarle e utilizzarle, accettando anche di commettere errori, perché sapersi perdonare significa saper perdonare agli altri.

In ogni curante abita un malato e in ogni malato abita un curante: di qui l’esperienza miracolosa della reciprocità, in cui “la vita dell’altro mi interessa e permette di far nascere situazioni inedite, perché da soli siamo un filo, insieme diventiamo un tessuto (proverbio africano). Il fi lo non copre, non scalda, il tessuto sì” (Monsignor Nunzio Galantino).

Annamaria Ragazzi



Editoriale n. 04 del 2 febbraio 2020

Custodire e proteggere contro ogni violazione

La vita non è un oggetto da possedere o un manufatto da produrre, è piuttosto una promessa di bene, a cui possiamo partecipare, decidendo di aprirle le porte”.

Il Messaggio dei Vescovi per la 42ª Giornata per la vita invita ad un atteggiamento del cuore che nel tran tran quotidiano, tra famiglia, lavoro, scuola, parrocchia e attività sportive, rischia di affievolirsi: lo stupore! Come ricorda Papa Francesco “All’inizio c’è lo stupore! (...) poi pian piano ci si rende conto che non siamo l’origine di noi stessi”. Ed è proprio questo il motore che invece di farci andar via tristi come il giovane ricco, icona biblica con cui si apre il messaggio della Giornata per la vita, ci incoraggia ad aprire le porte alla vita.

Anche di fronte ai dati preoccupanti sulla denatalità occorre non scoraggiarsi a livello personale ma anche sociale e politico con proposte a favore della vita, come emerge da tempo da più parti, quali il reddito minimo per le mamme nei primi 3 anni, e anche la presenza capillare di operatori di supporto alla maternità e alla paternità nei consultori familiari. Ricordo una giovane mamma incontrata due anni fa. La figlia più grande che frequenta le elementari, bimba piena di talenti e con tante curiosità sulla vita, una di quelle persone che sprizza da ogni poro positività. La mamma era molto protettiva nei suoi confronti, sempre timorosa che potesse ammalarsi o che avesse troppi impegni, rischiando di tenerla sotto una campana di vetro. E ritirandola all’improvviso da attività parrocchiali o sportive. Poi un giorno, andando a farle visita a casa e trovandoci da sole, mi ha raccontato che qualche anno prima aveva avuto un aborto spontaneo al sesto mese. Esperienza dolorosissima che le aveva segnato la vita, anche nei rapporti familiari. Faticava a credere che potesse ancora stupirsi e provare gioia di fronte alle altre due vite che stavano crescendo accanto a lei e a suo marito... e che potesse ancora provare a rigenerare nell’amore. Capire che in quel dolore c’è qualcuno al suo fianco, ha aperto piano piano una breccia nel suo cuore, la possibilità di sentirsi ancora capace di aprirsi alla vita.

Questo stesso sguardo che vediamo in tante operatrici e volontarie del Centro aiuto alla vita, dell’Agape di Mamma Nina, delle Caritas parrocchiali che si prodigano a favore delle mamme sole, quel senso di riconoscenza e meraviglia che vediamo sul volto di chi ha scelto la vita anche in condizioni familiari precarie o d’indigenza economica. Questa è l’ora di custodire e proteggere insieme la vita umana dal concepimento fino al suo naturale termine e con coraggio rigettare ogni forma di violazione dei diritti della persona ad esistere, essere amato e amare.

Questa è l’ora di allenarsi insieme nel quotidiano ad avere uno sguardo sul mondo e sugli eventi che sa parlare del bello che ci circonda e di stare accanto, con la tenerezza con cui Dio guarda ognuno di noi, in particolare alle giovani coppie, sia a chi crede che non ci sia tempo e spazio per una nuova vita o per una vita fragile nella società odierna sia chi è stato costretto dalle circostanze o dai familiari a farne a meno e ne soffre dopo anni la mancanza. “Non è possibile vivere - ci ricordano i Vescovi - se non riconoscendoci affidati gli uni agli altri”.

Dallo stupore nasce allora il coraggio di “ospitare l’imprevedibile”. Ne è un esempio l’appuntamento di sabato 4 aprile, il Festival della Vita nella città di Modena, un’iniziativa nazionale promossa dal Movimento per la vita, la Comunità Papa Giovanni XXIII insieme ad una quindicina di movimenti e associazioni impegnati sul tema della vita nascente, della vita fragile e del superamento della denatalità. Una giornata di incontri, testimonianze e spettacoli per dare voce al bello che abita le nostre città.

Irene Ciambezi



Editoriale n. 03 del 26 gennaio 2020

Giorno della memoria

Luce per guardare all’avvenire

La luce è impalpabile, invisibile, quasi inconsistente. C’è, ma non vi facciamo caso, perché non reclama la sua presenza. Eppure basta un piccolo cristallo perché essa dipinga di colori vivaci tutto l’ambiente.

Ogni giorno della storia degli uomini è come le particelle della luce: arriva senza troppo clamore, quasi ombra che passa, e lascia il posto ad un altro.

Anche il 27 dicembre del 1944 era un giorno come tutti, in uno sperduto villaggio della Baviera. La mattina: gelida e pungente, come tante, non lasciava presagire il raggio di luce che da quell’aurora avrebbe gettato un riverbero multicolore su molte generazioni a venire e sarebbe rimasto visibile, oltre il suo tramonto.

Passando attraverso il prisma della memoria di un popolo che, fatto di uomini e donne i cui giorni sono come il soffio, quel raggio è giunto sino a noi.

In quella mattina, ad Hersbrück, il Beato Odoardo Focherini rimetteva se stesso a Dio ed alla memoria dei suoi fratelli, per essere fermento di pace, di comunione, di avvenire per tutti. Lui un uomo come tutti, una scintilla guizzante sulla terra dei viventi.

Le gemme di Vangelo che aveva visto risplendere nell’umanità fragile e luminosa di tanti suoi amici (don Armando, il Vescovo Giovanni, Mamma Nina e i suoi fratelli Zeno e Vincenzo, la moglie Maria...) e con le quali si era arricchito fi n da ragazzo, erano da lui consegnate, per bocca del Beato Teresio Olivelli, come luce che, passando dal prisma dalla memoria e dalla coscienza di noi tutti, proiettasse futuri variopinti ed inattesi sull’orizzonte della nostra città, della nostra Chiesa e del mondo.

Ogni nostro giorno è come la luce: silenzioso. Per questo talvolta siamo tentati di riempirlo di frastuoni roboanti che ci illudano di rilevanza e potenza. Ma la nostra non è lì. È vana tentazione, come sapeva bene Odoardo, pensare che ciò che conta veramente sia l’opera, finanche titanica o spettacolare: ben più valore ha l’impegno e la condivisione di esso. La nostra nobiltà di donne e uomini sta nel riconoscerci come popolo, chiamato a custodire e costruire una memoria comune, che, lungi dall’essere attaccamento patologico a tradizioni etniche o sedicenti tali, sa fare del presente il prisma che offrirà al futuro colori insperati.

Fos Ilaron, Luce gioiosa - canta un inno della liturgia orientale - Cristo nostro Signore: Egli ha voluto essere in noi, ha voluto essere noi, affinché le tenebre non soffocassero il cuore del mondo.

Nel giorno che la famiglia umana dedica alla memoria, affinché non si riscrivano pagine come quelle della shoah, illuminati da un ricordo purificato e condiviso del Beato Odoardo, possiamo guardare con fiducia all’avvenire, sul quale, attraverso i nostri legami e le nostre vite, Dio farà splendere i raggi del suo amore.

Infatti, come affermava Focherini, scrivendo alla moglie Maria: “Tutto si trasforma in benedizione”. Tutto può divenire vita nuova, se avremo il coraggio e la libertà di vivere, insieme, memoriali di fraternità.

Don Luca Baraldi



Editoriale n. 02 del 19 gennaio 2020

La scuola cattolica

Autonomia e creatività

In questo periodo, dedicato all’importante scelta della scuola che frequenteranno i figli, può essere interessante per le famiglie riflettere sulle ragioni e sulle caratteristiche della scuola paritaria, cattolica nello specifico.

Le scuole paritarie, perlopiù di indirizzo cattolico, nacquero, tra il XVIII e il XIX secolo, per supplire alla mancanza degli Stati e per offrire un’educazione agli strati più poveri della società. É però corretto chiedersi se abbia ancora senso una scuola cattolica nella nostra società contemporanea. A prescindere dai giudizi di qualità, a mio avviso sì. Alla possibilità, infatti, che l’educazione delle giovani generazioni non sia solo monopolio dello Stato si lega l’esercizio della libertà, e responsabilità, dei genitori. Lo ha ricordato anche Papa Francesco nell’Amoris Laetitia, al n. 84: “Lo Stato offre un servizio educativo in maniera sussidiaria, accompagnando la funzione non delegabile dei genitori, che hanno il diritto di poter scegliere con libertà il tipo di educazione – accessibile e di qualità – che intendono dare ai figli secondo le proprie convinzioni…”.

Ma, cosa può trovare uno studente che si avvia a frequentare una scuola cattolica? Pur conoscendo diverse realtà, mi è difficile sintetizzare quella che è la ricchezza e la pluralità delle scuole cattoliche. Anche rimanendo solo nella nostra diocesi, possiamo trovare oltre una decina di scuole dell’infanzia, due scuole primarie e una scuola secondaria di primo grado, un istituto di formazione professionale, ciascuna scuola con storie e caratteristiche differenti. Credo, tuttavia, che una radice comune di questo mondo sia l’antropologia cristiana e l’idea di educazione integrale della persona, posti al centro del processo di crescita dei ragazzi, in tutte le dimensioni che caratterizzano l’uomo, compresa quella spirituale e l’apertura al trascendente.

Il contesto scolastico nazionale, poi, impone alle scuole cattoliche un continuo ripensamento e aggiornamento dell’offerta formativa, anche per l’ovvia esigenza di “stare sul mercato”. Con un certo orgoglio possiamo notare, intanto, come varie soluzioni adottate inizialmente nelle nostre scuole cattoliche siano poi transitate nel sistema statale. Ancora oggi, le nostre scuole sperimentano, nella loro autonomia e creatività, soluzioni nuove, quali l’insegnamento potenziato della lingua inglese in tutti gli ordini di scuola, la certificazione della qualità, l’utilizzo degli spazi nel corso di tutta la giornata, l’introduzione di discipline extracurricolari, la valorizzazione di canali comunicativi, come la musica o l’arte, per arricchire sempre più la loro offerta formativa e corrispondere alla sfida educativa del nostro tempo.

Nel Rapporto sulla Scuola Cattolica del 2017, alcuni studiosi americani parlano di un “effetto scuola cattolica” come fattore di efficacia del servizio educativo. Fa piacere osservare come tutto lo sforzo messo in campo, tra tante difficoltà, dalle scuole cattoliche sia suffragato anche da autorevoli ricerche scientifiche, sebbene la conferma più evidente e importante sia il fatto che, pur in difficoltà sempre crescenti, ci siano famiglie che prendono in considerazione l’iscrizione dei loro figli in queste scuole.

Claudio Cavazzuti



Editoriale n. 01 del 12 gennaio 2020

All'inizio di un nuovo anno

Memoria riconoscente

È iniziato il nuovo anno e insieme agli auguri, ai propositi e ai desideri di un futuro migliore, ecco puntuali i venti di guerra che soffiano dall’Oriente, le crisi riaperte nel Mediterraneo, il disastro ambientale provocato dagli incendi in Australia… In questo avvio del 2020 il messaggio del Papa per la Giornata mondiale della pace, già nel titolo, ha assunto un valore quasi anticipatorio degli eventi: “La pace come cammino di speranza: dialogo, riconciliazione e conversione ecologica”.

In assenza di questi tre fattori la pace inevitabilmente si allontana. Nonostante tutto, guai a fermarsi nel cammino di speranza per costruire un futuro migliore: così ha testimoniato Odoardo Focherini, il beato carpigiano ricordato il 1° gennaio nella messa presieduta del vescovo Erio Castellucci in occasione del 75° anniversario della morte nel sottocampo di Hersbruck in Germania. La Cattedrale gremita di fedeli, presenti le Autorità civili e militari, numerosi i sacerdoti concelebranti, le corali riunite… si può dire che un intero popolo si è ritrovato unito e ha reso evidente l’affetto e l’ammirazione verso questo fratello “cristiano normale, cioè santo; imbevuto di una fede diventata semplicemente carità”, per rendere una memoria “non vendicativa” ma che “si veste di riconoscenza”, come ha evidenziato nell’omelia monsignor Castellucci.

È lo spirito che dovrebbe animare anche la società civile e politica che si appresta a celebrare nel 2020 il 75° anniversario della fine del secondo conflitto mondiale e della liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista. Una memoria che si fa storia reale “scritta nel cuore di Dio, scandita dall’impegno dei semplici, dall’off erta quotidiana del proprio lavoro e dagli affetti domestici” che per i credenti sono i “santi della porta accanto”, più laicamente tutte gli uomini e le donne di buona volontà che con il loro sacrificio hanno reso e rendono possibile per noi oggi la possibilità di godere della libertà e della democrazia nel rispetto della dignità di ogni persona. Quel popolo riunito in Cattedrale invita anche a riscoprire un’identità della Chiesa carpigiana che affonda le radici nei secoli ma che in modo particolare si è manifestato nella dimensione della carità e dell’impegno sociale attraverso fi gure di rilievo, più volte richiamate, nel XX secolo.

Un tema ripreso dalle meditazioni di monsignor Manicardi e che sarà sviluppato nel corso dell’anno proprio a partire dalla consapevolezza che “Gesù viene per rinnovare una società che ha prodotto già una cultura e un umanesimo elegante, ma che forse nel frattempo è diventata un po’ stanca e senza vitalità e bellezza… Abbiamo spesso la sensazione di qualcosa di avariato, di screpolato e bisognoso di una nuova cultura e bisognoso di un radicale “restyling” come accaduto per le nostre chiese e case dopo il terremoto.

C’è tanto da vivere, amare, pregare, servire, testimoniare anche in questo nuovo anno appena iniziato. Insieme, una comunità in cammino. Buon 2020 a tutti.

Luigi Lamma


Ultimo numero del 2019 -  Notizie tornerà in edicola e nelle case degli abbonati giovedì 9 gennaio 2020

 

Editoriale n. 45 del 22 dicembre 2019

Messaggio del Vescovo Erio in occasione del Natale

Due giovani e un neonato
Tutti e tre insieme raggiungono a malapena i 30 anni. Il più attempato è Giuseppe, che ne avrà 15 o 16. Maria, secondo l’uso del tempo, gli è destinata come sposa verso i 13 o 14 anni. Gesù poi, essendo appena nato, non può contribuire ad accrescere l’età complessiva della “santa famiglia”. Due giovanissimi e un neonato sono al centro del mistero del Natale. Il Figlio di Dio viene al mondo nel grembo di una ragazza e si affida alle braccia di un ragazzo. La sapienza eterna di Dio entra nella vita terrena consegnandosi a due adolescenti sconosciuti, non a due anziani saggi e ammirati. Come dirà San Paolo: “quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti” (1 Cor 1,27). Questi due giovani, con il loro bimbo, sono da venti secoli un modello di accoglienza. Maria e Giuseppe aderiscono prima di tutto al progetto di un Dio che sconvolge i loro disegni umani. Poi consentono di nascere ad una vita concepita troppo presto rispetto alle loro previsioni. Infine accettano di muoversi dentro le condizioni di fragilità in cui il Signore li ha posti, adattando a culla una mangiatoia e ricevendo dei semplici pastori come ospiti. Tre grandi, scomodi e attualissimi gesti di accoglienza: di una volontà divina così diversa dalla nostra, di una vita nascente inattesa, di situazioni segnate da precarietà e povertà. Quei due ragazzi hanno saputo accogliere, perché non solo la loro età, ma anche il loro cuore era giovane. Il cuore invecchiato si difende, il cuore giovane si affida. Si può avere un cuore giovane anche a 80 suonati e un cuore vecchio anche a 20 anni: la profetessa Anna, che pochi giorni dopo accoglierà Gesù al Tempio, aveva un cuore giovane (cf. Lc 1,36-38); il “giovane ricco”, che tanti anni dopo rifiuterà la chiamata di Gesù, aveva un cuore vecchio (cf. Mt 19,16- 22). Ma quando si alleano la giovinezza dell’età con quella del cuore, come nella “santa famiglia”, si sposano speranza e fiducia: due virtù in declino nelle società vecchie. San Benedetto raccomanda di “consultare tutta la comunità, perché spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore” (Regola III, 3). Papa Francesco ha voluto un anno fa un Sinodo dei giovani e per i giovani. Al di là dei luoghi comuni sui giovani - è evidente il disagio giovanile, peraltro specchio del disagio adulto - la “santa famiglia” incoraggia ad imparare dai giovani. Ci stanno educando ad ascoltare “tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri” (Laudato si’, 49). Ci stanno dicendo che il futuro è degli operatori di pace, di fraternità e di giustizia. Ci stanno invitando a creare spazi di prossimità, perché si appassionano di più alle relazioni che alle istituzioni. Ci stanno chiedendo di essere più autentici, di pensare anche a loro, di farci più responsabili verso le prossime generazioni.

+ Erio Castellucci

Il messaggio di Mons. Castellucci
per la Campagna Abbonamenti 2020

Notizie, un ponte tra centro e periferia
di Mons. Erio Castellucci - Amministratore Apostolico

Tra le belle sorprese che ho incontrato nella Diocesi di Carpi c’è “Notizie”.

Il settimanale diocesano è confezionato bene, è ricco di informazioni, è ampio di riflessioni. Un cattolico e un cittadino vi trovano letture approfondite degli avvenimenti locali, non solo ecclesiali, alla luce della visione etico-sociale cristiana.

Personalmente cerco di scorrerlo per intero, segnalando poi gli articoli che potrò riprendere anche in vista di incontri e conferenze. “Notizie” presenta almeno tre caratteristiche del buon giornalismo.

Prima di tutto offre le informazioni senza le deformazioni. Una cosa è interpretare, un’altra è distorcere. Nel codice deontologico giornalistico è scritto chiaramente che la notizia deve essere prima di tutto verificata, per quanto possibile, e poi comunicata. Ma nell'epoca delle “fake news” pare che anche qualche giornalista si faccia prendere la mano – ne ho avuto esperienza personalmente – seguendo l’onda delle illazioni più che quella delle informazioni. “Notizie” svolge prima di tutto la verifica dei fatti: detesta le dietrologie e interviene sulla base dei documenti. Il radicamento sul territorio è un’altra qualità che appartiene al giornalismo sano. Anche i cosiddetti giornali nazionali sono legati in particolare a qualche città o regione.

continua -->



 

Editoriale n. 44 del 15 dicembre 2019


Avvento, tempo che ci interroga
di Don Mauro Pancera

L’Avvento, con il quale ha inizio un nuovo anno liturgico, ci invita, credo, a riscoprire lo stile che noi assumiamo di fronte al tempo. Avvento è Tempo di Attesa: attendere, dunque, è uno dei verbi che risuonano più volte in queste settimane. Attendere non significa restare immobili come se fossimo in un luogo ad aspettare qualcuno per un incontro stabilito. Tutt’altro: attendere significa “tendere-a”, cioè andare incontro, accorciare le distanze. Ed è per questo che attendere non è restare fermi, quasi paralizzati e ansiosi, ma mettersi in movimento. Significa muoversi verso qualcuno o verso qualche situazione: è desiderare con trepidazione un incontro, ma è anche rendersi ospitali e pronti ad accogliere. E così il Tempo di Avvento ci interroga e ci invita a riflettere su come viviamo il nostro tempo, noi che tutti siamo ormai presi dalla fretta, dall’ansia, dalla frenesia e abbiamo reso il tempo malato di schizofrenia, vivendo di corsa per essere, poi, sempre in ritardo tanto che una delle espressioni più usate è “non ho tempo”, e abbiamo insegnato ai più piccoli a dire il suo opposto “non ho voglia”, ovvero il tempo non lo vogliono nemmeno impegnare. Due estremi dai quali dobbiamo fuggire. Questo Tempo di Avvento, dunque, ci invita a rivedere uno stile. Abbiamo bisogno di vivere in un modo differente anzitutto il rapporto che abbiamo con noi stessi, le nostre relazioni, le nostre responsabilità: lì riveliamo chi siamo, e da come viviamo il tempo raccontiamo la nostra persona, il nostro stile, diciamo chi e cosa per noi è importante. Ma vivere bene il tempo, significa anche impegnarsi a trovare un tempo per sé non tanto per escludere gli altri dalla propria vita o per escogitare delle fughe. Avere del tempo per sé significa imparare a vivere le stesse cose, la quotidianità, in un modo differente, in modo pieno, e per farlo dobbiamo prenderci del tempo, cioè dare più spazio: spazio prima di tutto al Signore nella preghiera, nell’Eucarestia, spazio all’ascolto della Sua Parola che sempre ci chiama a conversione. Spazio anche in Avvento per preparare con cura l’“admirabile signum” del presepe a cui ci ha richiamato nei giorni scorsi Papa Francesco. Segno che racconta la nostra appartenenza alla fede, a Cristo, un segno che parla a noi, alla nostra vita, che entra nel nostro cuore. Guardando al presepe contempliamo il tempo in cui “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). L’invito di Gesù è anche quello di vegliare: non è una minaccia la sua, ma una urgenza a cui il cristiano oggi è chiamato. Vegliare significa stare desti, non vivere da assonnati, da sonnambuli, come se fossimo presenti e assenti nello stesso tempo. Vegliare è donare il tempo per qualcosa o per qualcuno a cui tengo. Vegliare è attendere, è desiderare, è sperare. Vegliare, in ultima analisi, è amare. Non possiamo essere distratti e bisogna vincere il sonno dell’abitudine che ci rende sempre più superficiali, apatici, se non peggio accidiosi, giudici severi con l’altro, ma più accondiscendenti con noi stessi. Vigilare significa, perciò, avere più cura di sé: vigiliamo sulle parole superflue, vigiliamo sulle cose e situazioni inutili a cui abbiamo dedicato tempo e che ci hanno fatto perdere tempo. Prendiamo tempo per avere più cura di noi: soprattutto la preghiera, in questo periodo, dovrà trovare il suo giusto spazio perché curare la nostra anima e il nostro rapporto col Signore è nostro dovere e nostra responsabilità. Il presepe racconta quell’attesa. Così potremo prepararci a vivere in modo cristiano il prossimo Natale del Signore Gesù, dove non faremo finta che nascerà di nuovo: Lui è già nato nella storia. E’ già venuto nel mondo per ciascuno di noi. Noi lo attendiamo nella gloria facendo memoria e consapevoli che “grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmati di gioia” (Sal 125,3).

Don Mauro Pancera



Editoriale n. 43 dell'8 dicembre 2019

 

E’ l’ora della partecipazione dei laici

E’ iniziato ufficialmente il cammino che porterà alla costituzione del nuovo Consiglio Pastorale Diocesano, obiettivo che il Vescovo Castellucci, nella sua lettera “E camminava con loro…”, aveva fissato per la fine di novembre. Tempo scaduto allora? No, non c’è il Consiglio ma ecco firmato il nuovo statuto di tale organismo, e già nella mattinata del 28 novembre si è tenuto in Curia un primo incontro del Vicario generale con i moderatori delle zone pastorali ai quali spetta di mettere in moto la macchina delle assemblee di zona. Siamo di fronte ad un momento di dialogo e di confronto in quello stile della sinodalità che il Vescovo Erio ha posto all’attenzione della nostra Chiesa e che ha invitato ed invita a coltivare. Si terrà conto di osservazioni e suggerimenti per rispettare la specificità - sia per dimensioni, sia per tradizione e cultura - che contraddistingue le diverse zone. Come prima cosa vanno condivise le modalità di svolgimento delle assemblee zonali - la prima e fondamentale tappa - durante le quali, saranno eletti parte dei componenti laici del Consiglio Pastorale Diocesano. Non si tratta di espletare una pura formalità ma l’invito è di vivere questa tappa come momento di formazione, affinché si accresca la consapevolezza del grande valore attribuito alla presenza dei laici e della loro corresponsabilità, questa la parola chiave, nella vita della Chiesa di Carpi, e, nello stesso tempo, si favorisca la “canalizzazione” delle risorse esistenti verso un maggiore collegamento tra le zone. Per questo motivo in ciascuna assemblea zonale un relatore esterno sarà invitato a proporre una riflessione sulla natura comunionale, partecipativa e sinodale della Chiesa. Come afferma monsignor Manicardi nell’intervista che pubblichiamo all’interno del settimanale diocesano, ciò che ci si dovrebbe attendere da questo organo partecipativo della comunità diocesana, il più rappresentativo del popolo di Dio, è “più amore alla Chiesa tra quanti sono impegnati in prima persona e corresponsabili con tanti altri di porzioni del popolo di Dio. In particolare direi: dovrebbe produrre quella auspicata, maggior amicizia tra i credenti. Non si può avere una Chiesa/ comunione o una Chiesa/sinodo, vale a dire ‘cammino fatto davvero insieme’, se le persone non si vogliono bene”. Il cammino è iniziato, i tempi serrati, ma la meta finale è fissata: 6 gennaio 2020, per conoscere composizione e prima convocazione del nuovo Consiglio Pastorale Diocesano.

Dalla Lettera apostolica Novo Millennio Ineunte di Giovanni Paolo II, n. 45 - 2001

“Gli spazi della comunione vanno coltivati e dilatati giorno per giorno, ad ogni livello, nel tessuto della vita di ciascuna Chiesa. La comunione deve qui rifulgere nei rapporti tra Vescovi, presbiteri e diaconi, tra Pastori e intero Popolo di Dio, tra clero e religiosi, tra associazioni e movimenti ecclesiali. A tale scopo devono essere sempre meglio valorizzati gli organismi di partecipazione previsti dal Diritto canonico, come i Consigli presbiterali e pastorali. Essi, com’è noto, non si ispirano ai criteri della democrazia parlamentare, perché operano per via consultiva e non deliberativa; non per questo tuttavia perdono di significato e di rilevanza. La teologia e la spiritualità della comunione, infatti, ispirano un reciproco ed efficace ascolto tra Pastori e fedeli, tenendoli, da un lato, uniti a priori in tutto ciò che è essenziale, e spingendoli, dall’altro, a convergere normalmente anche nell’opinabile verso scelte ponderate e condivise Occorre a questo scopo far nostra l’antica sapienza che, senza portare alcun pregiudizio al ruolo autorevole dei Pastori, sapeva incoraggiarli al più ampio ascolto di tutto il Popolo di Dio. Significativo ciò che san Benedetto ricorda all’Abate del monastero, nell’invitarlo a consultare anche i più giovani: «Spesso ad uno più giovane il Signore ispira un parere migliore». E San Paolino di Nola esorta: «Pendiamo dalla bocca di tutti i fedeli, perché in ogni fedele soffi a lo Spirito di Dio»”.

Le assemblee già fissate: prima e quarta zona

Al momento, sono in programma le seguenti assemblee, a cui interverrà il Vicario generale: mercoledì 11 dicembre, alle 21, in Sala Duomo, per la prima zona pastorale (Cattedrale, San Francesco, San Nicolò); domenica 15 dicembre, alle 16, nella chiesa di San Giuseppe Artigiano, per la quarta zona (San Giuseppe Artigiano, Sant’Agata Cibeno, Fossoli, San Marino, Budrione-Migliarina). Sui prossimi numeri ci attendiamo di pubblicare l’elenco completo delle assemblee delle zone.

Cos’è il Consiglio Pastorale Diocesano?

La risposta è contenuta in due punti centrali del primo articolo dello Statuto del Consiglio Pastorale Diocesano firmato il 23 novembre scorso dall’Arcivescovo Amministratore, monsignor Castellucci. Anzitutto: “Il Consiglio Pastorale Diocesano (CPD) è un organismo di comunione ecclesiale in cui sono rappresentati i membri di tutto il popolo di Dio che cammina nelle realtà della Diocesi di Carpi. Con la presidenza del Vescovo il CPD collabora allo studio dei problemi riguardanti l’attività pastorale maturando valutazioni e proposte operative”. E ancora: “Il CPD mantiene uno stretto e regolare collegamento con i Consigli Pastorali parrocchiali e con il Consiglio Presbiterale affinché nella Diocesi si viva in piena comunione di spirito e di intenti”.


 

Editoriale n. 42 dell'1 dicembre 2019

Il giornale non tramonta mai

“Notizie” è nato a Carpi 35 anni fa mentre le diocesi italiane a vent’anni dal Concilio si riappropriavano delle intuizioni che dal tempo di Giovanni XXIII e Paolo VI man mano si facevano largo nella Chiesa. Un giornale appariva, e appare tuttora, una via preferenziale per raccontare la vita della comunità cristiana e il suo sguardo sul mondo. “Lavorando nel settimanale diocesano ho scoperto davvero la Chiesa, i suoi tanti volti e realtà. La Chiesa è molto più grande e ricca della bella ma piccola esperienza che vivevo nella mia associazione”: è quanto mi raccontava nei giorni scorsi una persona che ha lavorato a lungo nella sua città nella redazione del giornale diocesano. A richiamare tutto ciò ci ha pensato anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella incontrando il Consiglio nazionale della Fisc, la Federazione settimanali cattolici: “Vostro compito – sintetizzo le sue parole – è far crescere il senso di comunità, la capacità critica tra la gente. I vostri sono lettori esigenti, conoscono bene le problematiche del territorio in cui operate. Solo un forte senso di comunità permette di andare oltre gli egoismi di parte e riscoprire l’appartenenza all’Italia e a una realtà più grande come l’Europa”. I nostri - nella Fisc lo si dice fin dagli inizi nel 1966 - sono giornali di popolo, nati per far crescere la coscienza di essere popolo, di non essere soli, e questo vale ancora di più oggi quando, dietro lo schermo del computer o di uno smartphone, seguiamo ciò che accade nel mondo, ma, in fondo, siamo soli. Come può un giornale affrontare con coraggio la sfida di aiutarci a entrare nel cuore della realtà? Innanzitutto, serve una carica ideale. Senza una motivazione forte non si va da nessuna parte. La motivazione è l’anima di una “Chiesa in uscita”, che non si richiude su se stessa ma si apre al mondo per rendere ragione della speranza - Gesù Cristo - che ha incontrato. La luce della fede offre uno sguardo nuovo sulla realtà. Non è certo più tempo di battaglie armate, ma come cristiani non possiamo omologarci al pensiero dominante e lasciarci appiattire: “Se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà rendere salato?”, dice il Vangelo. Secondo, serve passione per la realtà, per tutto ciò che riguarda gli uomini e le donne, la loro vita, la loro ricerca, i loro problemi di tutti i giorni, dagli scioperi dei mezzi pubblici all’educazione dei fi gli, dalla crisi delle vocazioni a come affrontare le situazioni di fragilità della vita, dal piano regolatore della città ai progetti dei giovani per il loro futuro. Siamo nell’epoca dei social, ma resta fondamentale il legame con il territorio, con le parrocchie, le scuole, il mondo del lavoro, la gente. Un giornale funziona se crea relazioni, se costruisce una rete, se cresce insieme ai suoi lettori. Terzo: per fare tutto ciò, anche con i nuovi linguaggi della tecnologia, occorre investire. Per questo, la stampa cattolica vive un dialogo costante con il mondo politico, perché riconosca anche sul piano economico l’opera che viene fatta nel raccontare un territorio e nel dare voce a chi davvero non ha voce, che i grandi network raccontano spesso solo quando ci sono scandali o fatti sensazionali. Occorre anche che la comunità cristiana - e non solo - senta come suo il giornale e lo viva come una piazza ideale in cui confrontarsi e dialogare, e che ci siano imprenditori che credono in strumenti come questi. Solo insieme si cresce.

Davide Maloberti Direttore de “Il Nuovo Giornale”,
settimanale della diocesi di Piacenza-Bobbio
e delegato regionale della Federazione italiana settimanali cattolici


Editoriale n. 41 del 24 novembre 2019

Uscire dalla violenza 

L’attenzione al problema della violenza contro le donne appartiene alla storia recente, è legata ai casi estremi di violenza in cui un uomo uccide una donna. Per definire questi tragici eventi è entrato ormai nell’uso il neologismo “femminicidio”, evento nel quale di solito sono coinvolti uomini legati da un rapporto affettivo con la vittima: mariti, fi danzati, uomini con i quali la donna vuole interrompere una relazione, eccezionalmente si tratta di sconosciuti. L’onu e l’Ue la definiscono “violenza di genere” cioè una violenza che si annida nello squilibrio relazionale tra i sessi e nel desiderio di possesso del genere maschile sul femminile. Le macro tipologie di violenza riconosciute sono: violenza fi sica, sessuale, economica, psicologica, coercizione o riduzione della libertà. Per contrastare il fenomeno anche l’Italia ha adottato leggi che prevedono pene specifiche, tra queste l’ultima denominata “Codice Rosso” che stabilisce sanzioni più severe per chi diff onde materiale pornografi co, tempi di indagine tempestivi rispetto alla denuncia della donna, pene inasprite quando sono presenti minori e nel caso di stalking. Nonostante ciò, in Italia ogni anno oltre 100 donne continuano ad essere uccise da uomini che sostengono di amarle. A Carpi già da molti anni le istituzioni collaborano al fine di far emergere un fenomeno fi no ad ora sottaciuto, perché causa di disagio personale e familiare. Per affrontare le emergenze è stata istituita una rete tra servizi dell’Ausl, l’amministrazione comunale, le Forze dell’ordine e il Centro antiviolenza con lo scopo di prendere in carico donne in stato di sofferenza. Da diversi anni è inoltre operativa una casa di accoglienza per donne, anche maltrattate, con fi gli. Come arginare il fenomeno? I fronti sono diversi, a cominciare dall’informazione che spesso si serve di termini come “raptus”, “tempesta emotiva”, quando si tratta di pedinamenti, appuntamenti studiati per vendicarsi, servendosi anche di sicari. Questo genere di informazione rischia di trasmettere l’idea che l’uomo è forte, quando si tratta di incapacità di gestire se stessi. In sostanza sono uomini che non hanno elaborato la diversità di genere tra uomo e donna come ricchezza. Il fronte più costruttivo per spronare al rispetto reciproco tra uomini e donne è sicuramente quello educativo, a cominciare dalla famiglia, dalla scuola, dalle associazioni. Il Centro Italiano Femminile di Carpi, che ha sempre seguito con interesse eventi e iniziative di contrasto alla violenza, ha contemporaneamente ribadito il ruolo centrale della famiglia perché le buone relazioni familiari, a cominciare dal padre e dalla madre, introducono alla capacità di dialogare, discutere e superare gli inevitabili conflitti che si generano, antidoti sicuri contro comportamenti di sopraffazione. Anche la scuola può offrire un valido contributo, in quanto luogo di coeducazione, di conoscenza tra ragazzi e ragazze, di approfondimento reciproco, in cui attraverso letture e animazione, si trasmette il valore della differenza maschile e femminile. Nei percorsi associativi inoltre la coeducazione tra ragazzi e ragazze di età diverse rappresenta un’opportunità di sperimentare l’uguaglianza e, contemporaneamente, di valorizzare la diversità. La nostra associazione, di ispirazione cristiana, ha tra le sue finalità quella di “collaborare affinché sia superata ogni forma di discriminazione e sia praticata una politica di pari opportunità, di riconoscimento e di integrazione delle differenze nel rispetto dei principi costituzionali” (punto 2.3 dello Statuto). Si potrebbe anche concludere che Gesù, negli episodi riportati dai Vangeli, riconosce uguale dignità e comune vocazione alle donne e agli uomini.

Gabriella Contini - Presidente CIF Comunale  


Editoriale n. 40 del 17 novembre 2019

«Il povero è l’uomo della fiducia!»

Il povero ha la certezza di non essere mai abbandonato perché col suo Signore ha «un rapporto personale di affetto e di amore». Affascinante questa immagine nel Messaggio di Papa Francesco per la III^ Giornata mondiale dei poveri.

E chi è vicino ai poveri, dunque è straordinariamente vicino a Dio. Tocca con mano che «la speranza dei poveri non sarà mai delusa». Diceva don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII (il 23 novembre si celebrerà a Rimini la chiusura della fase diocesana del suo processo di beatificazione) che “la carità va vissuta prima che detta, va testimoniata con la vita!”.

Per questo, ha sempre invitato ad accogliere i bambini abbandonati in ospedale, i disabili gravissimi, a “dare una famiglia a chi non ce l’ha”. “Dobbiamo andare là dove sono le donne sfruttate nella prostituzione”. E ancora: “dare un’alternativa alle mamme in carcere coi loro bimbi”.

Una carità viva e visibile che ha spesso scomodato quella porzione di Chiesa abituata a vivere la fede solo tra le mura della parrocchia. Lui invece è stato uno dei pionieri della Chiesa in uscita, che raggiunge le periferie della città, uscendo a incontrare i “parrocchiani che sono fuori dalle mura”.

Un rivoluzionario della carità che ha sempre raccomandato di essere “incendiari nell’amore e non pompieri”. Ma la carità non può essere oggi un’esperienza isolata, un “fai da te” di un’unica organizzazione: tutti possiamo essere “un prolungamento dell’Amore di Dio”, unendo sempre più i diversi carismi, con uno stile non violento, che costruisce ponti di pace, che sa creare unità e allargare le cerchie, mettendosi in dialogo con tutti, nessuno escluso! Come accaduto quest’estate, quando in sinergia col Cav di Carpi, abbiamo supportato una donna incinta al terzo mese che dormiva in un giardino pubblico insieme ad un altro figlio piccolo. Pronto un santo prete ad accoglierla in emergenza e pronta una casa-famiglia della nostra Comunità ad accoglierla in sinergia coi servizi sociali nella città da dove proveniva. I poveri dunque non sono una categoria sociologica. Sono persone comuni esistenzialmente smarrite per un periodo, in cerca di qualcuno che li affianchi per un tratto di strada senza pregiudizi, ma con la speranza di un orizzonte di vita nuovo. E molto spesso sono proprio i poveri, vicini e lontani, quelli che ci indicano la via, i nostri maestri, quelli che chiedono scusa di esistere, quelli che vorrebbero denunciare l’ingiustizia ma non hanno abbastanza voce.

Davvero i poveri hanno in sé «una forza salvifica che non esclude nessuno e tutti coinvolge in un reale pellegrinaggio di conversione», come scrive Papa Francesco. Sono quelli che avendo toccato con mano l’essenziale o anche l’estrema indigenza, sanno che ciò che resta davvero alla fine della vita è solo l’amore. Sono quelli che hanno il volto di Nina, 53 anni, la prima donna che ho accolto, sopravvissuta ad un incendio sotto il ponte dove dormiva con altri senza tetto e malata di cancro. Mi spiegava che per non sentire il freddo ognuno si copriva coi cartoni e aiutava l’altro ad organizzarsi la copertura per la notte, stando tutti vicini per mantenere uno spazio di calore sotto il ponte. L’immagine di quella donna, piena di piaghe sulla pelle e di metastasi nei polmoni ma sempre col sorriso e un “grazie” sulle labbra, mi accompagna da vent’anni. «La speranza dei poveri non sarà mai delusa». Ora tocca a noi: stare tutti vicini – nessuno sia scartato - per mantenere ancora caldo il cuore nel tran tran delle nostre città.

Irene Ciambezi,
Comunità Papa Giovanni XXIII


Editoriale n. 39 del 10 novembre 2019

Notizie, un ponte tra centro e periferia

Tra le belle sorprese che ho incontrato nella Diocesi di Carpi c’è “Notizie”.

Il settimanale diocesano è confezionato bene, è ricco di informazioni, è ampio di riflessioni. Un cattolico e un cittadino vi trovano letture approfondite degli avvenimenti locali, non solo ecclesiali, alla luce della visione etico-sociale cristiana.

Personalmente cerco di scorrerlo per intero, segnalando poi gli articoli che potrò riprendere anche in vista di incontri e conferenze.

“Notizie” presenta almeno tre caratteristiche del buon giornalismo. Prima di tutto offre le informazioni senza le deformazioni. Una cosa è interpretare, un’altra è distorcere. Nel codice deontologico giornalistico è scritto chiaramente che la notizia deve essere prima di tutto verificata, per quanto possibile, e poi comunicata. Ma nell’epoca delle “fake news” pare che anche qualche giornalista si faccia prendere la mano – ne ho avuto esperienza personalmente – seguendo l’onda delle illazioni più che quella delle informazioni. “Notizie” svolge prima di tutto la verifica dei fatti: detesta le dietrologie e interviene sulla base dei documenti.

Il radicamento sul territorio è un’altra qualità che appartiene al giornalismo sano. Anche i cosiddetti giornali nazionali sono legati in particolare a qualche città o regione. Il localismo di “Notizie” è un suo valore aggiunto: riesce a dare voce alla Diocesi nelle sue diverse articolazioni, quella territoriale delle parrocchie e delle zone e quella ambientale dei settori pastorali e dell’associazionismo. Il nostro giornale è un ponte tra centro e periferia; ed è un ponte percorso in entrambe le direzioni: le realtà operanti in Diocesi ricevono volentieri le informazioni dal centro e altrettanto volentieri le inviano. Potremmo dire che è un settimanale 2.0, interattivo.

“Notizie”, infine, si potrebbe soprannominare “Buone Notizie”. Come già dicevo in un precedente messaggio, un buon giornale riesce a rendere attraenti anche le buone notizie, mentre un giornale mediocre si affida agli “scoop” in genere legati alla cronaca nera o rosa. Notizie fa cronaca bianca, ma la fa in modo da interessare il lettore. Purtroppo questa terza caratteristica del buon giornalismo è trascurata da molte testate, perché richiede maggiore impegno. Raccontare un furto è facile, diventa attraente perché evoca emozioni e reazioni immediate; raccontare un’esperienza di volontariato è più difficile, perché tocca corde più profonde rispetto alle emozioni, le corde del senso della vita. E tutti sono disposti a lasciarsi emozionare, ma non tutti a lasciarsi interrogare. Tante volte sento dire, incontrando le persone, che “la Chiesa dovrebbe dire…” o “che la Chiesa dovrebbe fare…” e qualche volta mi rendo conto che queste persone sono disinformate, perché ciò che suggeriscono di dire o di fare, già lo si dice e lo si fa. “Notizie” è uno strumento che contrasta efficacemente la disinformazione. Perché dunque abbonarsi al giornale diocesano? Per sapere che cosa davvero accade nella nostra Chiesa di Carpi e sentirsi dentro ad un cammino comune; per favorire la circolazione delle “buone notizie”, che rendono più bella la vita di una comunità e incitano a diffondere le “buone pratiche”; perché è una forma di sostegno concreta all’impegno della Diocesi nel campo della comunicazione. Sarebbe davvero bello se “Notizie” arrivasse in tutte le case dei cattolici carpigiani. Sarebbe anche un modo per rimanere al passo del progetto pastorale, raccolto nella lettera pastorale “E camminava con loro”, che “Notizie” seguirà e approfondirà nel corso dell’anno.

Approfitto di questa occasione per esprimere la mia gratitudine verso tutti gli abbonati e i lettori, ma soprattutto verso i responsabili, i giornalisti e i collaboratori: grazie per l’opera seria, intensa e appassionata che portate avanti; è una forma di carità, che possiamo chiamare “carità comunicativa”, di cui abbiamo bisogno. È una strada per la quale il Vangelo corre anche nella nostra Diocesi.

+ Erio Castellucci
Amministratore Apostolico


Editoriale n. 38 del 3 novembre 2019

In cammino con don Zeno

La Chiesa di Carpi come “terra di testimoni eccezionali” che “ci invitano a dare ossigeno alle nostre risorse migliori”. Così il Vescovo Erio si esprime nella lettera pastorale “E camminava con loro”, citando alcuni di questi testimoni, fra cui don Zeno, “uomo e sacerdote di eccezionale energia e carattere impetuoso”, segno eloquente di come il Signore continui “ad inviare profeti tra il suo popolo”. Insieme a Odoardo Focherini, Mamma Nina, Albertina Violi Zirondoli, Bernardino Realino, Camilla Pio di Savoia, la Diocesi di Carpi cammina dunque in questo anno pastorale ricordando anche il fondatore di Nomadelfia.

 Francesco di Nomadelfia

Io sono come i muli, viaggio sugli orli dei precipizi per raggiungere mete che per altre vie non si conquistano. Ad ogni grave e pauroso pericolo perdo molti amici di viaggio, perché guardano, si arrestano, retrocedono. Ma poi ne ritrovo degli altri. E la Chiesa all’ora di Dio mi ha sempre aperto ‘il sentiero’ come ha fatto anche in questa misteriosa occasione ‘pro gratia’”. Così scriveva don Zeno nel novembre 1953 al cardinale Ottaviani, all’apprendere la notizia della sua laicizzazione, appunto, “pro gratia”. A vent’anni, Zeno aveva deciso di camminare solo con Cristo, il suo “irresistibile amore”, e a trent’anni nella prima messa aveva preso come figlio uno “scarto” della società, un ragazzo appena uscito dal carcere, fondando con lui Nomadelfia. Nella sua vita don Zeno ha accolto altri 5000 fi gli. Lo hanno aiutato Irene e le altre mamme di vocazione, Nelusco e Anna con le altre coppie di sposi, i sacerdoti. Settant’anni fa, nell’ex campo di concentramento di Fossoli, è nato un popolo nuovo, un popolo perché nessuno si salva da solo, ma insieme ci si incammina per una santità “sociale”. Con una fede incrollabile, don Zeno ha osato percorrere sentieri nuovi, fi dandosi sempre della Provvidenza. Per il grande amore al popolo e alla Chiesa, che era solito dire “mi scorre nel sangue”, subì tante prove e si chiedeva: “Che cosa è un sacerdote? Certo non può essere un vigliacco. Avevo un modesto patrimonio paterno e l’ho dato tutto; avevo una carriera nel mondo e l’ho buttata; avevo un prestigio familiare e l’ho buttato; ho accolto come figli i più rovinati nel popolo per insegnare con la mia dedizione ad essere fratelli l’uno per l’altro secondo la Preghiera a l’Ultima Cena, quindi cambiando rotta nel costume dei cattolici; avevo insegnato al popolo che la Giustizia è legge di tutti e l’avevo fatto nel Nome della Chiesa”. Già da giovane sentiva l’urgenza di “saltare a piedi pari venti secoli di cristianesimo e ricominciare da capo, facendo tesoro delle esperienze fatte”. Riallacciandosi alle prime comunità cristiane, ci ricordava che tutti siamo chiamati a seguire Cristo sulle strade delle Beatitudini evangeliche, e sul Vangelo abbiamo sperimentato che nasce un mondo diverso. Il 17 dicembre 2016 Papa Francesco rivolgendosi ai Nomadelfi affermava: “Don Zeno Saltini, il vostro fondatore, aveva capito bene queste cose e, pur tra difficoltà e incomprensioni, è andato avanti fiducioso, con l’obiettivo di portare la buona semente del Vangelo, anche nei terreni più aridi. E ci è riuscito! La vostra comunità di Nomadelfia ne è la prova. Don Zeno si presenta a noi oggi come esempio di fedele discepolo di Cristo che, ad imitazione del divino Maestro, si china sulle sofferenze dei più deboli e dei più poveri diventando testimone di una carità inesausta. Il suo coraggio e la sua perseveranza vi siano di guida nel vostro quotidiano impegno di far fruttificare i germi di bene che egli ha abbondantemente seminato, animato da passione evangelica e sincero amore alla Chiesa”. E venendo a pregare sulla sua tomba il 10 maggio dell’anno scorso, il Pontefice continuava: “Il vostro Fondatore si è dedicato con ardore apostolico a preparare il terreno alla semente del Vangelo, affinché potesse portare frutti di vita nuova. Cresciuto in mezzo ai campi delle fertili pianure dell’Emilia, egli sapeva che, quando arriva la stagione adatta, è il tempo di mettere mano all’aratro e preparare il terreno per la semina. Gli era rimasta impressa la frase di Gesù: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio» (Lc 9,62). La ripeteva spesso, forse presagendo le difficoltà che avrebbe incontrato per incarnare, nella concretezza del quotidiano, la forza rinnovatrice del Vangelo”. Anche seguendo l’esempio di don Zeno, sta a noi continuare con speranza questo percorso, perché “camminando, s’apre cammino”.


Editoriale n. 37 del 27 ottobre 2019

Affido: accogliere è essere accolti

Ogni mattina mi alzo, nel silenzio della casa, per primo. Ogni mattina, ripeto in modo costante le stesse cose: vado in bagno, preparo la colazione, accendo la radio… Le abitudini certe, che ritrovo ogni mattina, sono parte essenziale del buongiorno. E’ il momento migliore della giornata. E’ il mio momento, in solitudine. Tuttavia, avendo accolto nel tempo qualche minore nella nostra casa, mi sono trovato spesso destabilizzato da qualcuno che scendeva le scale a metà della mia colazione. Inaccettabile! Poi pensavo e realizzavo che lui o lei, che scendeva le scale, si sentiva ancor più sorpreso di me. I suoi occhi si aprivano in una penombra sconosciuta; il suo corpo intorpidito entrava in un bagno estraneo, la sua tazza di colazione era un’altra. E questo non era lo sforzo di una mattina leggera per essere in vacanza. La sua abitudine era sospesa, perché si trovava in uno spazio e un tempo nuovi, dove, con grande difficoltà, andava ricostruendo ogni abitudine. Così è l’affido: è il cambiamento di un mondo di riferimento con un altro. Poco importa se questo è o sarà migliore, è comunque un altro e da qui parte la salita. Il cambiamento tocca, sempre, entrambe le parti coinvolte ed è dispari. La famiglia accoglie, nella sua casa, tra i suoi arredi e le proprie abitudini. Il minore accoglie un mondo diverso, che gli viene proposto come suo, in attesa che si riapra la porta della sua abitazione. E’ capace di accogliere chi è capace di farsi accogliere e di farlo in casa propria, rinunciando al fatto che un mobile si sposterà, un orario cambierà, una colazione avrà nuovi ingredienti e ne perderà altri. E’ questo lo sforzo dell’accoglienza ed è la parte più impegnativa. Accogliere non ha come primo gesto l’allestimento di una stanza o la preoccupazione di una cena, ma ha la preparazione a farsi accogliere. Chi entra nella nostra casa fa lo sforzo più grande, accettando di fatto di starci e di affidarsi. Facendolo vuol dire che accoglie chi gli apre la porta e, poi, deciderà se affidarsi. Iniziando così, la famiglia accogliente saprà anche percorrere i tempi e le strade che portano all’equilibrio dell’accoglienza reciproca. Perché un punto di equilibrio c’è. E non è il punto che dà incrollabile stabilità, ma è quello che fa galleggiare, in modo che si possa procedere nella navigazione senza affondare e sfruttando la corrente altrimenti nemica. Non esiste una navigazione ferma. La rotta è sempre ondeggiante, con oscillazioni incostanti ed improvvise, ma comunque in equilibrio e anche con lunghi tratti di tranquillo attraversamento. Ci sono imbarcazioni fragili, che vanno evacuate perché non affondino provocando vittime. Ci sono, non lo si può negare. E vanno soccorse. Chi lo contesta, si copre gli occhi di fronte alle difficoltà dell’uomo, fa finta di non vedere o non accetta che i contesti di vita non sono buoni in sé, ma sono positivi se funzionano o se garantiscono loro stessi un equilibrio. La famiglia accogliente è questa possibilità di navigazione alternativa. Sa di essere un punto di passaggio, un mezzo temporaneo di navigazione. Cercherà, quindi, di insegnare a navigare in ogni situazione e trasmetterà i fondamenti del nuoto, scoprendo che, molte volte, si tratta solo di recuperarli, perché erano stati dimenticati. Accogliere è essere accolti. E sentendosi accolti si sarà in grado di farlo a propria volta. Inizierà da ciò una nuova possibilità, la ricerca di un nuovo equilibrio.

Vittorio Reggiani,
Venite alla Festa


Editoriale n. 36 del 20 ottobre 2019

La psichiatria contemporanea crede alla possibilità di guarigione

Ci fu un tempo in cui le persone con malattia mentale, i “folli”, i “pazzi”, come erano chiamati, venivano emarginati, isolati dal mondo civile e dalla comunità, privati della loro voce e della loro dignità, nascosti nei manicomi dove dovevano restare per il resto della loro vita, in quanto considerati irrecuperabili, inguaribili. Non c’erano cure, ma contenzione, per questi “quasi-uomini”, che “non si erano evoluti come le persone normali” ed erano ritenuti incivili e pericolosi per sé e per gli altri.

Gli psichiatri, che li seguivano, si limitavano ad utilizzare l’elettroshock e altre terapie fi siche oltre a distribuire psicofarmaci per sedare, controllare, contenere. Il tutto su una base di esperienze empiriche che finivano per soffocare e svilire le potenzialità umane, professionali e culturali, l’empatia e le conoscenze medico-scientifiche degli psichiatri stessi.

Oggi tutto è cambiato: le mura dei manicomi sono cadute e la moderna psichiatria, facendo proprie le tesi rivoluzionarie di Franco Basaglia, psichiatra e neurologo, fondatore del moderno concetto di Salute Mentale, ha visto nella forza di accogliere e ascoltare la malattia mentale la chiave di un percorso innovativo, che ha restituito al paziente la sua dignità, il rispetto per la persona umana, la difesa dei suoi diritti e ne ha decretato la centralità in quel processo terapeutico e riabilitativo di cui la psichiatria si è fatta paladina.

La Giornata Mondiale della Salute Mentale celebra questo eccellente traguardo, questo mutato atteggiamento raggiunto grazie ad un percorso di studi sulla psiche e sulle relazioni interpersonali, oltre che di ricerche biologiche, anatomiche e scientifiche. Non da ultima, grazie alla presa di coscienza e consapevolezza dei moderni psichiatri.

Con una maggior conoscenza delle caratteristiche basilari del cervello, la scienza medica afferma che tutte le malattie della mente sono curabili e sfata il mito dell’incurabilità, invitando a superare i pregiudizi, sempre duri a morire, verso chi è affetto da disagio psichico: non un “malato”, non un “paziente”, ma una persona che manifesta in modo più esplicito la propria sofferenza, che può essere curata e recuperata.

La guarigione è il grande e ambizioso approdo del disturbo psichico: la guarigione completa, con la scomparsa dei sintomi; la guarigione sociale, quando la malattia non è più dominante, diventa marginale e accettabile e permette un recupero sociale e lavorativo.

Non sempre si arriva a questo traguardo e il lavoro del medico per ottenere anche piccoli risultati è lungo, paziente e tenace, diversificato per ogni individuo e per ogni disturbo. È un’opera corale, che coinvolge lo psichiatra, il personale infermieristico, la persona sofferente, la famiglia, consultata e ascoltata, la comunità, i servizi sociali, le associazioni dei familiari, le testimonianze di chi è sopravvissuto alla malattia.

Non tutti guariscono. Ma la voce della moderna psichiatria comunica speranza, parla di aspettative positive, di dialoghi aperti, di elementi favorenti la guarigione, di racconti personali come metodo analitico di cura e infonde grande fiducia nel paziente. Con atteggiamento rivoluzionario, lo mette al centro delle scelte e delle decisioni nel processo terapeutico.

La ricerca è ancora in corso: si fonda su indagini scientifiche e sulla metodologia rigorosa della scienza. Come afferma lo psichiatra Vittorino Andreoli: “Siamo entrati nella psichiatria scientifica”.

Il risultato è un nuovo approccio al paziente: non più un “folle”, un “quasi-uomo” incivile e immaturo, ma una persona umana, un uomo vero, relazionale, fatto di biologia e di psiche, un soggetto che vive nella sua comunità e, come tale, da accogliere, ascoltare, comprendere e aiutare.


Editoriale n. 35 del 13 ottobre 2019

Ottobre Missionario Straordinario

Battezzati e inviati  

Già due anni fa Papa Francesco aveva indicato il mese di ottobre del 2019 come un “mese missionario straordinario”. L’occasione è data dalla commemorazione del centenario della promulgazione della Lettera apostolica “Maximum Illud” di Papa Benedetto XV sull'impegno missionario della Chiesa. Penso possa essere utile per ognuno di noi entrare in questo mese missionario con l’aiuto proprio delle parole del Papa e in particolare dal messaggio per la Giornata Missionaria del prossimo 20 ottobre diffuso, come sempre, il giorno di Pentecoste, e dall'omelia tenuta durante i vespri il primo giorno di questo mese. Papa Francesco, aprendo il mese missionario straordinario lo scorso 1° ottobre, memoria di Santa Teresa di Gesù Bambino, patrona delle missioni, ha di nuovo ribadito quello che va ripetendo fi n dall’inizio del suo pontificato: “la Chiesa se non è in uscita non è Chiesa”. Questo mese missionario vuole essere, dunque, una scossa per ogni battezzato perché si senta finalmente inviato, missionario per natura. Aveva scritto il Papa nel suo messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale di quest’anno: “il mandato missionario è un mandato che ci tocca da vicino: io sono sempre una missione; tu sei sempre una missione; ogni battezzata e battezzato è una missione”. Bello che il Papa dica che “siamo una missione” e non semplicemente “in missione”. La missione non è solo ciò che dobbiamo fare, ma ciò che siamo. Dunque, il dono del mio Battesimo si esprime e si realizza nell’essere sempre proteso al di fuori di me, nell’incontro e nella relazione con chi mi sta accanto, nella testimonianza di fede. Non è solo un atteggiamento che assumo ma una natura che mi è propria e a cui non posso rinunciare senza snaturarmi. Continua il Papa: “Nessuno è escluso dalla missione della Chiesa. Quindi in questo mese il Signore chiama anche te padre o madre di famiglia, te giovane che sogni grandi cose, te che lavori in fabbrica, in un negozio, in una banca, in un ristorante; te che sei senza lavoro o in un letto di ospedale… Il Signore ti chiede di farti dono lì dove sei, così come sei, con chi ti sta vicino; di non subire semplicemente la vita, ma di donarla”. È come un dito puntato su ciascuno, su di me, su di te: il Signore chiama anche me, anche te. Anche me che tante volte ho cercato di sottrarmi all’impegno, alla testimonianza. Ma, facendo così, rinuncio a vivere in pienezza la vita di figlio di Dio. Impoverisco la mia dignità di battezzato. Papa Francesco ci ammonisce ancora. Nel suo intervento all’apertura del mese di ottobre ci ricorda che “il contrario della missione è l’omissione… Il peccato di una vita intera può essere quello di non metterla in gioco, non donarla ma trattenerla”. Per cui pecchiamo contro la missione quando il vittimismo soffoca la gioia, quando cediamo alla rassegnazione, quando ci lamentiamo continuamente, quando perdiamo tempo a piangere le cose che non vanno e i fedeli che non ci sono più, quando cerchiamo oasi protette per stare tranquilli, quando ci lasciamo paralizzare dal “si è fatto sempre così”, quando viviamo la vita come un peso e non come un   dono, quando al centro ci siamo noi con le nostre fatiche, non i fratelli e le sorelle che attendono di essere amati… Non è difficile sentire almeno qualcuno di questi richiami come rivolto a sé. Facciamo un serio esame di coscienza. Come singoli e come comunità. E siccome il cuore della missione della Chiesa è la preghiera invochiamo l’intercessione di Santa Teresa di Gesù Bambino, di San Francesco Saverio - uno dei più grandi missionari della storia -, della venerabile Pauline Jaricot, che diede inizio alle Pontificie Opere Missionarie.

Don Fabio Barbieri
Direttore Ufficio Missionario Diocesano  


Editoriale n. 34 del 6 ottobre 2019

Da San Nicolò: fedeltà e sfide

Sera di mercoledì 25 settembre, ore 20.45, il vescovo Erio arriva puntuale a San Nicolò, di ritorno dal Consiglio permanente della Cei. E’ accolto dai membri del consiglio pastorale, ormai da troppo tempo in allarme per le tante ipotesi circolate (quasi due anni, cioè da quando si era iniziata ad intuire la probabile chiusura del convento da parte dei frati minori). Allarme su “parrocchia sì, parrocchia no”. Ed è stata questa la prima domanda rivolta a don Erio che, serenamente, ha messo fine a tutti i timori “nessuna chiusura della parrocchia”, ed ha ricordato come a Modena un avvenimento del genere, cioè l’accorpamento di due comunità, richieda un cammino di riflessione di almeno quattro anni. Timori finiti e visi distesi, finalmente. Ora si poteva iniziare ad approfondire il dialogo sulle possibili soluzioni per un buon funzionamento della vita della comunità, “soluzioni che saranno oggetto di un successivo incontro del collegio consultori”, precisava l’amministratore apostolico.

A don Erio, in quell’ora, interessava una cosa sola: conoscere a fondo la vita di San Nicolò; quindi giro di nomi e di compiti: mensa del povero ed attività educative, preghiera ed accoglienza di un gruppo di ragazzi rom, aspetti amministrativi e ordine secolare francescano. Hanno risposto persone determinate, rimaste fedeli, oltre i disagi dell’incertezza di questi lunghi mesi, a servizi svolti per anni. Parrocchiani appassionati ed uniti dalla stessa convinzione: “è troppo importante crescere ragazzi e giovani dentro una parrocchia”. In verità il dialogo è stato spesso interrotto da una domanda al vescovo: “Ci sarà un prete che prende in mano la parrocchia, che apre e chiude le porte, che sia sempre presente?”. Su questo quesito si sono concretizzate le riflessioni più importanti della serata: un sacerdote che apre e chiude le porte, che accoglie e dà risposte alle persone… è questa la domanda giusta? O piuttosto: una comunità che si assume nel concreto questi compiti? Un sacerdote che dirige e distribuisce incarichi o un corpo vivo che fa casa a tutti, sacerdote compreso, ed insieme a lui cerca le vie del Vangelo, assume responsabilità, sa fare propri gli interrogativi della gente? Ecco la proposta pungente e realista che ci viene da questo incontro con il consiglio di San Nicolò, e su cui le altre parrocchie dovranno necessariamente riflettere, sacerdoti compresi.

Riassumo così le convinzioni condivise fra tutti e che hanno fatto di questi 90 minuti di confronto un momento veramente importante; ripeto, convinzioni forse da rilanciare in Diocesi: - fedeltà nei momenti dell’incertezza, fedeltà nel pregare e nell’educare, nell’essere aperti a tutti, in primis ai poveri; - non sappiamo fino a quando avremo un prete per ogni parrocchia, pur popolosa come questa. “Forse questo prete che il vescovo ci potrà dare, sarà l’ultimo od il penultimo”, commentava un membro a fine consiglio. Ma la parrocchia resterà e continuerà la sua missione”. Ad una condizione: passare da una parrocchia concepita come un “supermercato” dove vado a cercare qualcosa che mi serve, a “parrocchia casa, famiglia”, dove io, ciascuno insieme ad altri, mi sento responsabile nel far crescere “gli ideali più alti del cuore”.

Resteranno vive nel tempo solo parrocchie che accettano questa sfida, e si impegnano a farla diventare vita quotidiana.

Don Carlo Malavasi


Editoriale n. 33 del 29 settembre 2019

Eutanasia è falsa compassione non libertà

A supporto dell’attuale dibattito sul tema del fine vita, riprendiamo il discorso che Papa Francesco ha rivolto alla Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri ricevuta in udienza nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico lo scorso 20 settembre. Cari fratelli e sorelle, accolgo con piacere tutti voi. So che avete dedicato l’ultimo triennio agli “stati generali” della professione medica, ossia al confronto su come esercitare al meglio la vostra attività in un mutato contesto sociale, per meglio individuare i cambiamenti utili a interpretare le necessità delle persone e per offrire loro, insieme con le competenze professionali, anche un buon rapporto umano. La medicina, per definizione, è servizio alla vita umana, e come tale essa comporta un essenziale e irrinunciabile riferimento alla persona nella sua integrità spirituale e materiale, nella sua dimensione individuale e sociale: la medicina è a servizio dell’uomo, di tutto l’uomo, di ogni uomo. E voi medici siete convinti di questa verità sulla scorta di una lunghissima tradizione, che risale alle stesse intuizioni ippocratiche; ed è proprio da tale convinzione che scaturiscono le vostre giuste preoccupazioni per le insidie a cui è esposta la medicina odierna. Occorre sempre ricordare che la malattia, oggetto delle vostre preoccupazioni, è più di un fatto clinico, medicalmente circoscrivibile; è sempre la condizione di una persona, il malato, ed è con questa visione integralmente umana che i medici sono chiamati a rapportarsi al paziente: considerando perciò la sua singolarità di persona che ha una malattia, e non solo il caso di quale malattia ha quel paziente. Si tratta per i medici di possedere, insieme alla dovuta competenza tecnico-professionale, un codice di valori e di significati con cui dare senso alla malattia e al proprio lavoro e fare di ogni singolo caso clinico un incontro umano. Di fronte, dunque, a qualsiasi cambiamento della medicina e della società da voi identificato, è importante che il medico non perda di vista la singolarità di ogni malato, con la sua dignità e la sua fragilità. Un uomo o una donna da accompagnare con coscienza, con intelligenza e cuore, specialmente nelle situazioni più gravi. Con questo atteggiamento si può e si deve respingere la tentazione – indotta anche da mutamenti legislativi – di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l’eutanasia. Si tratta di strade sbrigative di fronte a scelte che non sono, come potrebbero sembrare, espressione di libertà della persona, quando includono lo scarto del malato come possibilità, o falsa compassione di fronte alla richiesta di essere aiutati ad anticipare la morte. Come afferma la Nuova Carta per gli Operatori Sanitari: “Non esiste un diritto a disporre arbitrariamente della propria vita, per cui nessun medico può farsi tutore esecutivo di un diritto inesistente” (n. 169). San Giovanni Paolo II osserva che la responsabilità degli operatori sanitari “è oggi enormemente accresciuta e trova la sua ispirazione più profonda e il suo sostegno più forte proprio nell’intrinseca e imprescindibile dimensione etica della professione sanitaria, come già riconosceva l’antico e sempre attuale giuramento di Ippocrate, secondo il quale ad ogni medico è chiesto di impegnarsi per il rispetto assoluto della vita umana e della sua sacralità” (Enc. Evangelium vitae, 89). Cari amici, invoco sul vostro impegno la benedizione di Dio e vi affido all’intercessione della Vergine Maria Salus infirmorum. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Papa Francesco


Editoriale n. 32 del 22 settembre 2019

Rinasce il Duomo di Mirandola dalle macerie del sisma Unità di intenti, terreno fertile

Perché il Duomo di Mirandola riapre e la mia chiesa no? E’ questa la prima domanda che mi viene fatta e l’unica risposta sensata che ho trovato sta proprio nel Duomo di Mirandola. A distanza di 7 anni e 4 mesi, infatti, viene restituita al culto la prima chiesa gravemente danneggiata dal sisma nella Diocesi di Carpi e la seconda per importanza dopo la Cattedrale.

Nel complesso iter della ricostruzione di questo bene, dal valore storico-artistico e identitario così rilevante, oltre alla Diocesi stessa, sono stati coinvolti due gruppi di progettisti, i Vigili del fuoco, sette diverse imprese, la Protezione civile, due diversi Servizi della Regione Emilia Romagna e la Soprintendenza. Sono quindici entità con prospettive completamente differenti, che però hanno collaborato e orientato i loro sforzi tutti nella stessa direzione. Dunque, la riapertura del Duomo di Santa Maria Maggiore si è concretizzata grazie alla simultanea presenza di tre elementi: l’unitarietà di intenti e la capacità di mediare a livello di programmazione tra gli enti coinvolti; la capacità tecnica dei progettisti; la capacità esecutiva delle imprese. Unitarietà di intenti dimostrata fin da subito, al livello di programmazione, e di questo ringrazio sentitamente la Regione e la Soprintendenza. Ma gli obiettivi rimangono carta straccia se non si trova terreno fertile nei progettisti e poi nell’impresa.

Lungo il cammino abbiamo a volte discusso ma l’aver sempre mantenuto l’obiettivo comune ci ha portato ad oggi, in cui ognuno deve vedere riconosciuto il proprio merito. Solo quando tutti questi tre elementi si sono ritrovati il bene è stato riaperto. Intendo quindi ringraziare vivamente uno per uno gli “autori” del risultato ottenuto. Per la Regione Emilia Romagna: Vasco Errani, Stefano Bonaccini, Giancarlo Muzzarelli, Palma Costi, Enrico Cocchi, Stefano Isler, Mauro Monti, Antonino Libro, Davide Parisi, oltre a tutti i ragazzi del 2° e 6° piano torre 64; Vania Passarella e Alberto Borghesi. Per la Soprintendenza: Carla Di Francesco, Paola Grifoni, Giovanna Paolozzi Strozzi, Gianna Gaudini, Luigi Malnati, Cristina Ambrosini. Inoltre, Graziella Polidori, Deborah Licastro, Emanuela Storchi, Maria Grazia Gattari, Nunzia Lanzetta, Elena Marconi, Cinzia Cavallari. Per la Protezione civile Emilia Romagna: Demetrio Egidi, Maurizio Mainetti, Rita Nicolini, Antonio Monni, Francesco Gelmuzzi, Fabrizio Cogni, Franchina Leghissa. Per i Vigili del Fuoco: Giovanni Nanni e Alberto Parrino. I progettisti: Studio Comes, Ingegner Enrico Miceli, Professor Andrea Benedetti. Le ditte, cito solo le denominazioni perché dovrei davvero utilizzare un libro per ringraziare tutti: Archos, Gefim, Bottoli, Alchimia, Caem Group, Martini e Martini, Athaena. Infine, ma non certo da ultimo, un grazie particolare va alla proprietà - monsignor Francesco Cavina, don Carlo Truzzi e don Flavio Segalina - che mi ha sempre appoggiato nei vari momenti di difficoltà emersi.

Concludo annunciando che all’interno del Duomo vi saranno due importanti novità: i poli liturgici, realizzati e donati alla parrocchia di Santa Maria Maggiore da Budri Spa di San Giacomo Roncole; una scultura in terracotta denominata “L’Albero della Vita”, opera dell’artista Marcello Aversa, donata dalla famiglia Reggiani in memoria di Albertino Reggiani. Entrambe le donazioni, pur ideate e realizzate da persone completamente diverse e distanti tra di loro, sono state pensate per far risaltare la vittoria della Vita sulla morte, di Cristo su Satana. Il nostro ringraziamento va, naturalmente, anche a questi donatori.

Questo è ciò che dovremmo sempre ricordarci quando restauriamo una chiesa: non siamo di fronte ad un involucro vuoto, ma ad un edificio sacro che ha le sue regole proprie e che parla soprattutto attraverso quello che noi inseriamo all’interno.

Ing. Marco Soglia Rup
Ufficio ricostruzione della Diocesi di Carpi


Editoriale n. 31 del 15 settembre 2019

Al via un nuovo anno

La scuola guarda avanti

Siamo in un momento storico molto particolare: un crocevia di cambiamenti ambientali, economici, sociali, civili e geopolitici che si influenzano gli uni gli altri come in un vortice. Il cambiamento in atto è tumultuoso, veloce e noi fatichiamo a coglierlo nella sua complessità e nella sua portata perché ne siamo parte. La società dell’informazione ci proietta, a volte senza filtri, notizie di ogni tipo e i rischi sono l’overflow di comunicazioni che può generare indifferenza, oppure le fake news che alimentano ignoranza e superficialità. Anche a livello politico si fatica a trovare risposte adeguate perché le dinamiche e i problemi coinvolgono territori molto ampi e in mutamento dal punto di vista geopolitico, economico ed ambientale: gli immensi incendi che hanno devastato la terra durante l’estate appartengono a diversi stati dell’America latina, dell’Africa e dell’ex Unione Sovietica. I politici provano a dare risposte ma sono spesso risposte territoriali mentre i problemi hanno dinamiche sovranazionali e globali. E la tentazione di spostare l’attenzione non sui problemi veri ma su “altro” per incapacità di trovare le risposte vere, è forte. Difficile muoversi in questo marasma e il tutto è così veloce che non lo percepiamo: siamo come dentro all’occhio di un ciclone. La sfida è non farsi travolgere dal cambiamento ma anzi farne parte in modo costruttivo ed efficace. Come possiamo decifrarne le dinamiche, le criticità e le potenzialità per poter incidere positivamente sul cambiamento? In gioco c’è il nostro futuro anzi il futuro dei nostri ragazzi. Come fare? Difficile, ma dobbiamo provarci. La scuola ha un compito altissimo: quello di formare le nuove coscienze e i nuovi cittadini che abiteranno il nostro mondo.

La scuola deve avere il coraggio di guardare avanti per preparare uomini e donne resilienti, con qualità forti, capaci di trasformare la terra in qualcosa di nuovo e per questo deve avere fiducia nei ragazzi. Loro hanno in sé gli antidoti perché sono figli di questo tempo, loro sono la soluzione. Credo che l’introduzione di un’ora in più di lezione di cittadinanza e costituzione sia una grande opportunità per far riflettere gli studenti sul senso delle leggi e di una costituzione: esse sono fatte dagli uomini per regolare la vita e la costruzione di una comunità e condurla verso traguardi sempre più alti di civiltà. La costituzione e le leggi devono essere adeguate ai tempi e ai bisogni di una società, pertanto se non sono rispondenti occorre avere il coraggio di migliorarle.

Fare cittadinanza e costituzione oggi significa anche riflettere sulla necessità di adottare leggi nuove, realizzare azioni politiche, puntare sulla ricerca scientifica e tecnologica, introdurre nuovi principi economici che permettano di risolvere il disastro ambientale che le nostre generazioni hanno prodotto. Credo sia un’opportunità, anzi un dovere che la scuola ha: fornire una coscienza critica, una nuova consapevolezza e le necessarie conoscenze e competenze affinché i nostri ragazzi possano, loro, trovare gli strumenti più efficaci per migliorare la vita sulla terra e porre rimedio al problema della sostenibilità. Ai ragazzi mi permetto di dare alcuni suggerimenti che valgono sempre. Il primo: cercate punti di ancoraggio, punti di riferimento.

Cercate cioè testimoni autentici di valori che non passano con le mode. Maestri di vita vera, persone che con l’esempio sono testimonianza di senso e le cui parole scuotono le coscienze, risvegliano i nostri sentimenti, fanno risuonare la nostra anima evocando in noi sensazioni belle, positive e potenti. Non abbiate paura, abbiate anzi il coraggio e l’ostinazione di cercare questi testimoni: saranno la vostra bussola e vi permetteranno di non perdervi e di non essere travolti dagli eventi. Secondo: scommettete su di voi puntando sui vostri doni e le vostre passioni; queste saranno la meta del vostro viaggio. Terzo: coltivate e perseguite le vostre passioni ma trovatevi compagni di viaggio.

Con degli amici veri tutto avviene in modo più piacevole: ci si sorregge nelle difficoltà, si superano le sconfitte e la gioia è più grande se si può condividere quando si ottengono dei risultati o si superano degli ostacoli. E noi docenti e dirigenti abbiamo il compito di essere quei testimoni. Buon anno scolastico a tutti.

Maura Zini


 

Editoriale n. 30 dell'8 settembre 2019

Il grazie di Carpi ai frati di San Nicolò

Sono stato attento, e contento, davanti al crescere del numero delle firme che chiedevano un ripensamento all’Ordine dei frati minori sulla chiusura del convento di San Nicolò.

Pur conoscendo bene la inefficacia dell’iniziativa (le decisioni sono state prese altrove e per motivi indiscutibili), ho apprezzato l’affetto verso i nostri frati, che ciascuna firma intendeva affermare.  sempre vero che si apprezza veramente qualcuno o qualcosa solo quando viene a mancare.

Questo affetto, carissimi fratelli di San Francesco e nostri, vi accompagnerà. Assieme al nostro rammarico per il venir meno della testimonianza di umiltà e carità, caratteristiche sì dell’Ordine di San Francesco ma pure delle vostre persone; doni che porterete altrove come valori assai più grandi dei vostri pochi fagotti.

Saltando qua e là nei decenni, io pure dico il mio grazie a figure importanti per la giovinezza mia e di tanti: grazie a padre Natale paziente e coraggioso educatore, a padre Tonini tranquillo, sapiente e generoso parroco, a padre Gogo, dovevo dire “Crisologo”, infuocato consigliere di fedeltà al Vangelo, a padre Sandro guida mite e lieta della parrocchia. Poi a padre Elio, per decenni umile e silenzioso accompagnatore delle comunità religiose. E a tanti altri frati di tempi remoti, fi no a ciascuno dei presenti. Carpi ci perde.

Perde una testimonianza vivente impressa anche in un abito speciale ma soprattutto in persone, le vostre: un continuo e vivo pro memoria di come vivere oggi la proposta cristiana, dalla parte dei poveri, per i poveri, con i poveri. Ed in questo la nostra città, credenti o meno, vi ha sempre rispettato, stimato e sostenuto. Chi legge vorrebbe sapere notizie sul domani di San Nicolò: chiesa e convento, parrocchia e attività. Non basterà un primo consiglio di consultori riunito in settimana attorno al vescovo Erio per decisioni complete e definitive.

Ma non è neppure importante sapere subito soluzioni concrete su edifici in gran parte ancora inagibili, su iniziative educative e caritative che non possono né morire né afflosciarsi. La nostra comunità ecclesiale ne è responsabile e dovrà restare attenta a mantenere alta, vivace la testimonianza di Vangelo che abbiamo ricevuto da secoli e fino ad ora; ed in questi ultimi anni da voi, fratelli di San Francesco a Carpi. Grazie.

Don Carlo Malavasi


 

Editoriale n. 29 del 28 luglio 2019
Messaggio di Mons. Castellucci alla Diocesi di Carpi

Le prime impressioni

I contatti e gli incontri che ho vissuto in queste prime settimane del mio servizio di amministratore apostolico sono stati per me importanti. Ho trovato una Chiesa viva, desiderosa di continuare e intensificare il cammino e colma di doni spirituali.
Le fatiche vissute, ricordate anche dal vescovo Francesco nel suo discorso di congedo, pur avendo inciso nelle relazioni, possono e devono diventare occasioni di crescita.
Umanamente saremmo sempre tentati di considerare le sofferenze come perdite e fallimenti. La presenza del Signore risorto ci aiuta a viverle invece come “pasqua”, cioè “passaggio”, purificazione. È la dinamica della conversione, possibile solo quando ci mettiamo all'ombra del Vangelo che ristora ed allevia le fatiche.

In quest’ottica ho vissuto le celebrazioni liturgiche, i colloqui personali con alcuni sacerdoti e laici responsabili degli ambiti pastorali e la recente assemblea presbiterale, molto partecipata.
È palpabile il desiderio di proseguire il cammino insieme, nello stile sinodale della comunione, evitando di perdere troppe energie nei lamenti e nelle critiche e mantenendo piuttosto la rotta della missione: nell'adesione al magistero degli ultimi papi e in particolare di Francesco, cercheremo di impegnarci insieme per ascoltare la voce di tanti fratelli che reclamano la nostra testimonianza e il nostro servizio, specialmente di quelli che non hanno voce o il cui grido è silenziato dagli animatori dell’odio.

La missione della Chiesa oggi richiede audace profezia e non semplice conservazione dell’esistente. Ed è evidente come nella Chiesa di Carpi lo Spirito abbia seminato tanti doni di santità che devono trovare un terreno fertile e molti agricoltori.

Don Erio Castellucci


 

Editoriale n. 28 del 21 luglio 2019

Guardare alla vita senza fare graduatorie

Conoscevo già la storia di Vincent Lambert, l’infermiere francese in stato vegetativo persistente, da tempo al centro di una battaglia giudiziale tra la madre che voleva assicurare al figlio i supporti vitali (idratazione e nutrimento a mezzo peg) e chi giudicava meglio per lui morire. Un caso simile a quello di Terry Schiavo, di Eluana Englaro e dei piccoli Alfie, Isaia e Charlie. In questo caso non c’era auto-determinazione da rispettare perché Vincent non aveva espresso alcuna indicazione di volontà al riguardo: non era un malato terminale, non era attaccato a nessuna macchina e non c’era accanimento terapeutico, ma solo idratazione e alimentazione assistita. Il caso mi interessava già come legale, come ex Presidente di Scienza&Vita, ma ha assunto una valenza diversa in questi ultimi mesi, da quando ho imparato cosa è la tetraplegia. Vincent era tetraplegico; anche mia figlia Eleonora, dopo l’ischemia midollare che l’ha colpita a maggio è tetraplegica. Vincent Lambert non è morto per una malattia. È morto di fame e di sete perché disabile grave, tetraplegico dopo un incidente. E’ stato letteralmente condannato a morte proprio perché disabile grave, perché la sua vita è stata giudicata “non dignitosa”, perché qualcuno ha deciso che per lui era meglio morire (best interest). Eleonora non è così grave, ma è stata molto grave anche lei. Anche lei non mangiava da sola, non camminava, da sola non riusciva nemmeno a grattarsi il naso, come altri ragazzi che incontro ogni giorno all’unità spinale ove è ricoverata. Ora il problema non è quanto è oggettivamente grave la disabilità, perché se si entra in un giudizio di valore, tutto diventa inevitabilmente discrezionale. Il problema è: qualcuno può arrogarsi il diritto di decidere se una vita è degna di essere vissuta? I suoi genitori si sono battuti fino alla fine, ma alcune sentenze lo hanno condannato a morte, come era già successo per Charlie e Alfie. Chi avete sentito difendere questa vita? Non ci sono stati girotondi, né proclami, né cortei, nessun “Je suis Vincent”. Questa ennesima condanna a morte per sentenza nel silenzio generale è per me ancora più inquietante. Perché una ennesima mamma non ha potuto difendere la vita (perché era ancora vita) di suo figlio? Chi può con certezza dire che non sentiva nulla? Se passa l’idea che è degna solo la vita “sana”, i malati non saranno più curati. Quanto più saranno costosi, tanto più sarà economico “eliminarli”. I malati stessi saranno autorizzati a sentirsi “meno degni” di vivere. Il punto è proprio capire se è negoziabile (o no) la dignità di una persona, di ogni persona. A prescindere. Da cosa dipende la dignità? Dall’essere bello, sano, giovane e sportivo? I disabili sono indegni di vivere per antonomasia? E i disabili psichici? E i depressi? E gli anziani? Sono tutte situazioni drammatiche che vedono compromesse le funzioni e libertà “normali”. All’unita spinale vedo ogni giorno persone con capacità compromesse. A volte per sempre, a volte non si sa. Certo c’è tanto dolore, ma quello che vedo io tutti i giorni è tanta vita, vita anche bella. Ho visto anche un matrimonio con i confetti per tutti. Vedo ogni giorno sogni possibili: Eleonora ha presentato via skipe una sua ricerca ad un congresso internazionale; Marco mi racconta estasiato della sua nuova super Mercedes e mi dice che sogna di correre in auto, come Alfredo Di Cosmo. E poi c’è Laura che ha fatto la maturità scientifica proprio qui. Chi ha diritto di giudicare se queste storie sono “meno degne” di quelle di prima, dei loro coetanei “sani”. Per fortuna, vedo tanto amore. Molto di più di quello che spesso c’è fuori da qui. Qui non importa il vestito, il modello del cellulare o il titolo di studio: siamo tutti accomunati dalla malattia e dall’amore che ci unisce ai nostri cari. Le mamme poi sono eroiche. C’è chi ha mollato tutto a 1000 chilometri, chi ha lasciato il lavoro o gli altri fi gli per stare qui giorno e notte, chi ogni giorno porta un dolcetto e un sorriso per il figlio, ma spesso anche per gli altri. Menzione d’onore anche per medici, fisioterapisti, infermieri e anche o.s.a. e tanti volontari, tutti professionali ed umani, impegnati a rendere migliori le giornate dei malati e familiari. Il punto è che chi ama guarda alla vita senza esprimere una graduatoria di valore ma semplicemente con gratitudine e affetto: questo sguardo verso la vita, fa vivere meglio tutti. Da credente, sono orgogliosa che le poche voci di sostegno della vita anche più fragile, provengano dalla Chiesa e al tempo stesso prego affinché queste voci non restino afone o isolate, ma che ciascuno di noi possa, nel quotidiano, esprimere sguardi e fatti di amore e solidarietà perché la dignità dipende dall’Amore. E per un cristiano, c’è un Dio che ci ha amato per primo e che ci ama sempre e per sempre.

Silvia Pignatti


Editoriale n. 27 del 14 luglio 2019

Essere scout oggi: uno stile di vita

A Brownsea Island, nel 1907, per otto giorni, Sir Robert Baden-Powell volle sperimentare, prima di metterle in pratica, le sue idee riguardo all’educazione. Invitò, così, 21 ragazzi di differenti classi sociali, un’idea rivoluzionaria per la società di quel tempo. L’uniforme, che unisce - e non divisa che divide - era di color cachi con il distintivo del giglio. Dopo aver passato un test di nodi, tracce, e della bandiera nazionale, essi ottenevano un altro distintivo con il motto “Be Prepared” - oggi “Estote Parati”, cioè essere pronti, anzi “Sempre Pronti” - da attaccare sotto il giglio. Si svolsero inoltre varie attività all’aperto. B.-P. ritenne il test sufficiente a dimostrare la bontà delle sue idee, pertanto le raccolse per iscritto in un libro dal titolo “Scautismo per ragazzi” (Scouting for Boys). Lo scautismo era nato!

Il campo di Brownsea Island ha consentito alla Zona Agesci di Carpi di poter contare oggi su 11 gruppi, dei quali tre festeggiano nel 2019 rispettivamente i 30 anni (Medolla 1), i 50 anni (Carpi 3 - San Giuseppe) e i 60 anni (Carpi 2 - San Francesco). Una Zona che comprende 1.461 ragazzi di diverse età, guidati da 325 capi, accompagnati nel loro servizio educativo da 21 assistenti ecclesiastici della Diocesi di Carpi. Una Zona che sarà rappresentata, attraverso tredici dei suoi membri, al prossimo Jamboree, che si terrà negli Stati Uniti col motto “Unlock a new world”, letteralmente “libera un mondo nuovo”. Dal 22 luglio al 2 agosto, in West Virginia, nella Bechtel Reserve, oltre mille ragazzi da ogni angolo d’Italia porteranno l’identità dell’Agesci, le tipicità e specificità territoriali e culturali di una terra ricca e varia, consapevoli che la costruzione di ponti è la chiave per avviare percorsi di pace capaci di liberare un mondo nuovo. Alla partenza si unirà un altro momento importante: progettare e preparare il ritorno. Tornare per contagiare tutti, tornare sapendo di poter essere, per tutti e per tutta la vita, ambasciatori di un messaggio di pace, tornare per farsi strumenti dei valori scout sperimentati e vissuti. Una precisazione è doverosa: non “si fanno gli scout”, ma “si è scout”.

E’ un vero e proprio stile di vita! I ragazzi, le ragazze e gli adulti che intraprendono, ieri come oggi, lo scautismo si impegnano a crescere come artefici consapevoli e responsabili della propria strada, perché attivi nel fare il bene, quello di tutti, che è anche il loro. A noi, capi educatori, ma anche adulti educatori e cittadini di questo territorio, la responsabilità di cogliere questa sfida: valorizzare i nostri ambasciatori della Zona di Carpi, creare il terreno fertile perché possano raccontarsi ed incontrare il maggior numero possibile di coccinelle, lupetti, guide, esploratori, rover e scolte, genitori e cittadini, per testimoniare la possibilità reale di “sbloccare il mondo”, di costruire ponti, di proteggere la “casa comune”, di generare un futuro sostenibile e umano. Se crediamo nella capacità della testimonianza e della condivisione, allora spetta a ciascuno di noi il compito di rendere il Jamboree patrimonio di tutta l’Associazione e della comunità cittadina, creando e favorendo nei nostri gruppi, nelle nostre Zone, nelle nostre Regioni, nelle nostre parrocchie e, perché no, nelle nostre sedi istituzionali, occasioni per questi germogli, proteggendoli e sostenendoli. Allora cresceranno forti e si moltiplicheranno esponenzialmente… e noi tutti insieme a loro!

Davide Pignatti - Agesci Zona di Carpi


 

Editoriale n. 26 del 7 luglio 2019

Cari amici della Chiesa di Carpi,

ho appreso poco prima di voi la notizia della rinuncia del vescovo Francesco alla guida della diocesi di Carpi e contemporaneamente, con sorpresa, l’incarico di amministratore apostolico conferitomi da papa Francesco. Desidero esprimere vicinanza e gratitudine a Monsignor Cavina per il suo ministero tra di voi e per questa decisione così dolorosa e difficile per lui. Vicinanza e gratitudine che nello stesso tempo esprimo a voi, popolo di Dio in Carpi, chiamati a condividere questo passaggio inatteso e complesso. Le ferite richiedono del tempo per sanarsi; e le ferite ecclesiali richiedono dosi massicce di umiltà, conversione e perdono, opera esclusiva dello Spirito Santo. Come ho già detto nei giorni scorsi, il Nunzio apostolico mi ha riferito il desiderio del Papa di favorire, nel tempo della durata del mio incarico, una collaborazione più stretta fra le due diocesi di Carpi e di Modena, che già lavorano insieme in tanti settori civili ed ecclesiali. Pensiamo solo, per limitarci agli aspetti riguardanti le diocesi, alla formazione comune dei candidati al sacerdozio, alla partecipazione all’unico Studio Teologico, all’unico Istituto di Scienze Religiose e all’unico Tribunale ecclesiastico. Altri settori nei quali sarà possibile avviare la collaborazione potranno riguardare l’Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero, alcuni uffici pastorali e la formazione permanente dei presbiteri, dei diaconi e dei ministri istituiti. Sono collaborazioni che non tolgono nulla alle singole diocesi, ma permettono di risparmiare le forze e far circolare energie pastorali e spirituali tra una Chiesa e l’altra. Molti chiedono se si andrà verso l’unificazione delle due diocesi. Me lo sono chiesto anch’io, appena mi è stato prospettato l’incarico, che avrebbe potuto essere affidato anche ad un vescovo emerito, come del resto è avvenuto in altre situazioni di passaggio. E ho posto questa stessa domanda al Nunzio, il quale mi ha risposto così: è noto il desiderio del Santo Padre di ridurre il numero delle diocesi italiane, unificandone alcune in modo da semplificarne la vita pastorale e la gestione amministrativa. Nel caso specifico, non esiste alcun mandato per la fusione delle due diocesi, che eventualmente potrà essere frutto di un percorso sinodale (ha insistito molto su questo termine); per ora l’incarico dell’amministratore apostolico riguarda la conduzione della vita pastorale della diocesi carpigiana e la verifica della possibilità di collaborare più strettamente con la diocesi di Modena. “Percorso sinodale” significa “cammino da compiere assieme”. Cercherò quindi, proseguendo come posso l’opera del vescovo Francesco, di conoscere nei prossimi mesi le ricchezze della diocesi di Carpi, di consultare i pastori, i religiosi e i laici attraverso gli organismi di partecipazione - in primo luogo il collegio dei consultori, il consiglio presbiterale e il consiglio pastorale - e di visitare le comunità cristiane. Ripeto: lo farò per quanto potrò, perché già la diocesi di Modena è molto impegnativa e non riuscirò sempre a “sdoppiarmi” come desidererei. Confido molto nella corresponsabilità del popolo di Dio in Carpi, ben rappresentato da molte figure di Santi antichi e moderni e specialmente da innumerevoli “santi della porta accanto” che vivono nelle case, nei luoghi di lavoro, di incontro, di formazione e di cura. Elaboriamo insieme questo passaggio, affidandoci al Signore e alla sua grazia: e sarà un’esperienza di purificazione dalla quale usciremo arricchiti.

+ Erio Castellucci Amministratore apostolico


 

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