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Editoriale n. 32 del 22 settembre 2019

Rinasce il Duomo di Mirandola dalle macerie del sisma Unità di intenti, terreno fertile

Perché il Duomo di Mirandola riapre e la mia chiesa no? E’ questa la prima domanda che mi viene fatta e l’unica risposta sensata che ho trovato sta proprio nel Duomo di Mirandola. A distanza di 7 anni e 4 mesi, infatti, viene restituita al culto la prima chiesa gravemente danneggiata dal sisma nella Diocesi di Carpi e la seconda per importanza dopo la Cattedrale.

Nel complesso iter della ricostruzione di questo bene, dal valore storico-artistico e identitario così rilevante, oltre alla Diocesi stessa, sono stati coinvolti due gruppi di progettisti, i Vigili del fuoco, sette diverse imprese, la Protezione civile, due diversi Servizi della Regione Emilia Romagna e la Soprintendenza. Sono quindici entità con prospettive completamente differenti, che però hanno collaborato e orientato i loro sforzi tutti nella stessa direzione. Dunque, la riapertura del Duomo di Santa Maria Maggiore si è concretizzata grazie alla simultanea presenza di tre elementi: l’unitarietà di intenti e la capacità di mediare a livello di programmazione tra gli enti coinvolti; la capacità tecnica dei progettisti; la capacità esecutiva delle imprese. Unitarietà di intenti dimostrata fin da subito, al livello di programmazione, e di questo ringrazio sentitamente la Regione e la Soprintendenza. Ma gli obiettivi rimangono carta straccia se non si trova terreno fertile nei progettisti e poi nell’impresa.

Lungo il cammino abbiamo a volte discusso ma l’aver sempre mantenuto l’obiettivo comune ci ha portato ad oggi, in cui ognuno deve vedere riconosciuto il proprio merito. Solo quando tutti questi tre elementi si sono ritrovati il bene è stato riaperto. Intendo quindi ringraziare vivamente uno per uno gli “autori” del risultato ottenuto. Per la Regione Emilia Romagna: Vasco Errani, Stefano Bonaccini, Giancarlo Muzzarelli, Palma Costi, Enrico Cocchi, Stefano Isler, Mauro Monti, Antonino Libro, Davide Parisi, oltre a tutti i ragazzi del 2° e 6° piano torre 64; Vania Passarella e Alberto Borghesi. Per la Soprintendenza: Carla Di Francesco, Paola Grifoni, Giovanna Paolozzi Strozzi, Gianna Gaudini, Luigi Malnati, Cristina Ambrosini. Inoltre, Graziella Polidori, Deborah Licastro, Emanuela Storchi, Maria Grazia Gattari, Nunzia Lanzetta, Elena Marconi, Cinzia Cavallari. Per la Protezione civile Emilia Romagna: Demetrio Egidi, Maurizio Mainetti, Rita Nicolini, Antonio Monni, Francesco Gelmuzzi, Fabrizio Cogni, Franchina Leghissa. Per i Vigili del Fuoco: Giovanni Nanni e Alberto Parrino. I progettisti: Studio Comes, Ingegner Enrico Miceli, Professor Andrea Benedetti. Le ditte, cito solo le denominazioni perché dovrei davvero utilizzare un libro per ringraziare tutti: Archos, Gefim, Bottoli, Alchimia, Caem Group, Martini e Martini, Athaena. Infine, ma non certo da ultimo, un grazie particolare va alla proprietà - monsignor Francesco Cavina, don Carlo Truzzi e don Flavio Segalina - che mi ha sempre appoggiato nei vari momenti di difficoltà emersi.

Concludo annunciando che all’interno del Duomo vi saranno due importanti novità: i poli liturgici, realizzati e donati alla parrocchia di Santa Maria Maggiore da Budri Spa di San Giacomo Roncole; una scultura in terracotta denominata “L’Albero della Vita”, opera dell’artista Marcello Aversa, donata dalla famiglia Reggiani in memoria di Albertino Reggiani. Entrambe le donazioni, pur ideate e realizzate da persone completamente diverse e distanti tra di loro, sono state pensate per far risaltare la vittoria della Vita sulla morte, di Cristo su Satana. Il nostro ringraziamento va, naturalmente, anche a questi donatori.

Questo è ciò che dovremmo sempre ricordarci quando restauriamo una chiesa: non siamo di fronte ad un involucro vuoto, ma ad un edificio sacro che ha le sue regole proprie e che parla soprattutto attraverso quello che noi inseriamo all’interno.

Ing. Marco Soglia Rup
Ufficio ricostruzione della Diocesi di Carpi

 

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Editoriale n. 31 del 15 settembre 2019

Al via un nuovo anno

La scuola guarda avanti

Siamo in un momento storico molto particolare: un crocevia di cambiamenti ambientali, economici, sociali, civili e geopolitici che si influenzano gli uni gli altri come in un vortice. Il cambiamento in atto è tumultuoso, veloce e noi fatichiamo a coglierlo nella sua complessità e nella sua portata perché ne siamo parte. La società dell’informazione ci proietta, a volte senza filtri, notizie di ogni tipo e i rischi sono l’overflow di comunicazioni che può generare indifferenza, oppure le fake news che alimentano ignoranza e superficialità. Anche a livello politico si fatica a trovare risposte adeguate perché le dinamiche e i problemi coinvolgono territori molto ampi e in mutamento dal punto di vista geopolitico, economico ed ambientale: gli immensi incendi che hanno devastato la terra durante l’estate appartengono a diversi stati dell’America latina, dell’Africa e dell’ex Unione Sovietica. I politici provano a dare risposte ma sono spesso risposte territoriali mentre i problemi hanno dinamiche sovranazionali e globali. E la tentazione di spostare l’attenzione non sui problemi veri ma su “altro” per incapacità di trovare le risposte vere, è forte. Difficile muoversi in questo marasma e il tutto è così veloce che non lo percepiamo: siamo come dentro all’occhio di un ciclone. La sfida è non farsi travolgere dal cambiamento ma anzi farne parte in modo costruttivo ed efficace. Come possiamo decifrarne le dinamiche, le criticità e le potenzialità per poter incidere positivamente sul cambiamento? In gioco c’è il nostro futuro anzi il futuro dei nostri ragazzi. Come fare? Difficile, ma dobbiamo provarci. La scuola ha un compito altissimo: quello di formare le nuove coscienze e i nuovi cittadini che abiteranno il nostro mondo.

La scuola deve avere il coraggio di guardare avanti per preparare uomini e donne resilienti, con qualità forti, capaci di trasformare la terra in qualcosa di nuovo e per questo deve avere fiducia nei ragazzi. Loro hanno in sé gli antidoti perché sono figli di questo tempo, loro sono la soluzione. Credo che l’introduzione di un’ora in più di lezione di cittadinanza e costituzione sia una grande opportunità per far riflettere gli studenti sul senso delle leggi e di una costituzione: esse sono fatte dagli uomini per regolare la vita e la costruzione di una comunità e condurla verso traguardi sempre più alti di civiltà. La costituzione e le leggi devono essere adeguate ai tempi e ai bisogni di una società, pertanto se non sono rispondenti occorre avere il coraggio di migliorarle.

Fare cittadinanza e costituzione oggi significa anche riflettere sulla necessità di adottare leggi nuove, realizzare azioni politiche, puntare sulla ricerca scientifica e tecnologica, introdurre nuovi principi economici che permettano di risolvere il disastro ambientale che le nostre generazioni hanno prodotto. Credo sia un’opportunità, anzi un dovere che la scuola ha: fornire una coscienza critica, una nuova consapevolezza e le necessarie conoscenze e competenze affinché i nostri ragazzi possano, loro, trovare gli strumenti più efficaci per migliorare la vita sulla terra e porre rimedio al problema della sostenibilità. Ai ragazzi mi permetto di dare alcuni suggerimenti che valgono sempre. Il primo: cercate punti di ancoraggio, punti di riferimento.

Cercate cioè testimoni autentici di valori che non passano con le mode. Maestri di vita vera, persone che con l’esempio sono testimonianza di senso e le cui parole scuotono le coscienze, risvegliano i nostri sentimenti, fanno risuonare la nostra anima evocando in noi sensazioni belle, positive e potenti. Non abbiate paura, abbiate anzi il coraggio e l’ostinazione di cercare questi testimoni: saranno la vostra bussola e vi permetteranno di non perdervi e di non essere travolti dagli eventi. Secondo: scommettete su di voi puntando sui vostri doni e le vostre passioni; queste saranno la meta del vostro viaggio. Terzo: coltivate e perseguite le vostre passioni ma trovatevi compagni di viaggio.

Con degli amici veri tutto avviene in modo più piacevole: ci si sorregge nelle difficoltà, si superano le sconfitte e la gioia è più grande se si può condividere quando si ottengono dei risultati o si superano degli ostacoli. E noi docenti e dirigenti abbiamo il compito di essere quei testimoni. Buon anno scolastico a tutti.

Maura Zini


 

Editoriale n. 30 dell'8 settembre 2019

Il grazie di Carpi ai frati di San Nicolò

Sono stato attento, e contento, davanti al crescere del numero delle firme che chiedevano un ripensamento all’Ordine dei frati minori sulla chiusura del convento di San Nicolò.

Pur conoscendo bene la inefficacia dell’iniziativa (le decisioni sono state prese altrove e per motivi indiscutibili), ho apprezzato l’affetto verso i nostri frati, che ciascuna firma intendeva affermare.  sempre vero che si apprezza veramente qualcuno o qualcosa solo quando viene a mancare.

Questo affetto, carissimi fratelli di San Francesco e nostri, vi accompagnerà. Assieme al nostro rammarico per il venir meno della testimonianza di umiltà e carità, caratteristiche sì dell’Ordine di San Francesco ma pure delle vostre persone; doni che porterete altrove come valori assai più grandi dei vostri pochi fagotti.

Saltando qua e là nei decenni, io pure dico il mio grazie a figure importanti per la giovinezza mia e di tanti: grazie a padre Natale paziente e coraggioso educatore, a padre Tonini tranquillo, sapiente e generoso parroco, a padre Gogo, dovevo dire “Crisologo”, infuocato consigliere di fedeltà al Vangelo, a padre Sandro guida mite e lieta della parrocchia. Poi a padre Elio, per decenni umile e silenzioso accompagnatore delle comunità religiose. E a tanti altri frati di tempi remoti, fi no a ciascuno dei presenti. Carpi ci perde.

Perde una testimonianza vivente impressa anche in un abito speciale ma soprattutto in persone, le vostre: un continuo e vivo pro memoria di come vivere oggi la proposta cristiana, dalla parte dei poveri, per i poveri, con i poveri. Ed in questo la nostra città, credenti o meno, vi ha sempre rispettato, stimato e sostenuto. Chi legge vorrebbe sapere notizie sul domani di San Nicolò: chiesa e convento, parrocchia e attività. Non basterà un primo consiglio di consultori riunito in settimana attorno al vescovo Erio per decisioni complete e definitive.

Ma non è neppure importante sapere subito soluzioni concrete su edifici in gran parte ancora inagibili, su iniziative educative e caritative che non possono né morire né afflosciarsi. La nostra comunità ecclesiale ne è responsabile e dovrà restare attenta a mantenere alta, vivace la testimonianza di Vangelo che abbiamo ricevuto da secoli e fino ad ora; ed in questi ultimi anni da voi, fratelli di San Francesco a Carpi. Grazie.

Don Carlo Malavasi


 

Editoriale n. 29 del 28 luglio 2019
Messaggio di Mons. Castellucci alla Diocesi di Carpi

Le prime impressioni

I contatti e gli incontri che ho vissuto in queste prime settimane del mio servizio di amministratore apostolico sono stati per me importanti. Ho trovato una Chiesa viva, desiderosa di continuare e intensificare il cammino e colma di doni spirituali.
Le fatiche vissute, ricordate anche dal vescovo Francesco nel suo discorso di congedo, pur avendo inciso nelle relazioni, possono e devono diventare occasioni di crescita.
Umanamente saremmo sempre tentati di considerare le sofferenze come perdite e fallimenti. La presenza del Signore risorto ci aiuta a viverle invece come “pasqua”, cioè “passaggio”, purificazione. È la dinamica della conversione, possibile solo quando ci mettiamo all'ombra del Vangelo che ristora ed allevia le fatiche.

In quest’ottica ho vissuto le celebrazioni liturgiche, i colloqui personali con alcuni sacerdoti e laici responsabili degli ambiti pastorali e la recente assemblea presbiterale, molto partecipata.
È palpabile il desiderio di proseguire il cammino insieme, nello stile sinodale della comunione, evitando di perdere troppe energie nei lamenti e nelle critiche e mantenendo piuttosto la rotta della missione: nell'adesione al magistero degli ultimi papi e in particolare di Francesco, cercheremo di impegnarci insieme per ascoltare la voce di tanti fratelli che reclamano la nostra testimonianza e il nostro servizio, specialmente di quelli che non hanno voce o il cui grido è silenziato dagli animatori dell’odio.

La missione della Chiesa oggi richiede audace profezia e non semplice conservazione dell’esistente. Ed è evidente come nella Chiesa di Carpi lo Spirito abbia seminato tanti doni di santità che devono trovare un terreno fertile e molti agricoltori.

Don Erio Castellucci


 

Editoriale n. 28 del 21 luglio 2019

Guardare alla vita senza fare graduatorie

Conoscevo già la storia di Vincent Lambert, l’infermiere francese in stato vegetativo persistente, da tempo al centro di una battaglia giudiziale tra la madre che voleva assicurare al figlio i supporti vitali (idratazione e nutrimento a mezzo peg) e chi giudicava meglio per lui morire. Un caso simile a quello di Terry Schiavo, di Eluana Englaro e dei piccoli Alfie, Isaia e Charlie. In questo caso non c’era auto-determinazione da rispettare perché Vincent non aveva espresso alcuna indicazione di volontà al riguardo: non era un malato terminale, non era attaccato a nessuna macchina e non c’era accanimento terapeutico, ma solo idratazione e alimentazione assistita. Il caso mi interessava già come legale, come ex Presidente di Scienza&Vita, ma ha assunto una valenza diversa in questi ultimi mesi, da quando ho imparato cosa è la tetraplegia. Vincent era tetraplegico; anche mia figlia Eleonora, dopo l’ischemia midollare che l’ha colpita a maggio è tetraplegica. Vincent Lambert non è morto per una malattia. È morto di fame e di sete perché disabile grave, tetraplegico dopo un incidente. E’ stato letteralmente condannato a morte proprio perché disabile grave, perché la sua vita è stata giudicata “non dignitosa”, perché qualcuno ha deciso che per lui era meglio morire (best interest). Eleonora non è così grave, ma è stata molto grave anche lei. Anche lei non mangiava da sola, non camminava, da sola non riusciva nemmeno a grattarsi il naso, come altri ragazzi che incontro ogni giorno all’unità spinale ove è ricoverata. Ora il problema non è quanto è oggettivamente grave la disabilità, perché se si entra in un giudizio di valore, tutto diventa inevitabilmente discrezionale. Il problema è: qualcuno può arrogarsi il diritto di decidere se una vita è degna di essere vissuta? I suoi genitori si sono battuti fino alla fine, ma alcune sentenze lo hanno condannato a morte, come era già successo per Charlie e Alfie. Chi avete sentito difendere questa vita? Non ci sono stati girotondi, né proclami, né cortei, nessun “Je suis Vincent”. Questa ennesima condanna a morte per sentenza nel silenzio generale è per me ancora più inquietante. Perché una ennesima mamma non ha potuto difendere la vita (perché era ancora vita) di suo figlio? Chi può con certezza dire che non sentiva nulla? Se passa l’idea che è degna solo la vita “sana”, i malati non saranno più curati. Quanto più saranno costosi, tanto più sarà economico “eliminarli”. I malati stessi saranno autorizzati a sentirsi “meno degni” di vivere. Il punto è proprio capire se è negoziabile (o no) la dignità di una persona, di ogni persona. A prescindere. Da cosa dipende la dignità? Dall’essere bello, sano, giovane e sportivo? I disabili sono indegni di vivere per antonomasia? E i disabili psichici? E i depressi? E gli anziani? Sono tutte situazioni drammatiche che vedono compromesse le funzioni e libertà “normali”. All’unita spinale vedo ogni giorno persone con capacità compromesse. A volte per sempre, a volte non si sa. Certo c’è tanto dolore, ma quello che vedo io tutti i giorni è tanta vita, vita anche bella. Ho visto anche un matrimonio con i confetti per tutti. Vedo ogni giorno sogni possibili: Eleonora ha presentato via skipe una sua ricerca ad un congresso internazionale; Marco mi racconta estasiato della sua nuova super Mercedes e mi dice che sogna di correre in auto, come Alfredo Di Cosmo. E poi c’è Laura che ha fatto la maturità scientifica proprio qui. Chi ha diritto di giudicare se queste storie sono “meno degne” di quelle di prima, dei loro coetanei “sani”. Per fortuna, vedo tanto amore. Molto di più di quello che spesso c’è fuori da qui. Qui non importa il vestito, il modello del cellulare o il titolo di studio: siamo tutti accomunati dalla malattia e dall’amore che ci unisce ai nostri cari. Le mamme poi sono eroiche. C’è chi ha mollato tutto a 1000 chilometri, chi ha lasciato il lavoro o gli altri fi gli per stare qui giorno e notte, chi ogni giorno porta un dolcetto e un sorriso per il figlio, ma spesso anche per gli altri. Menzione d’onore anche per medici, fisioterapisti, infermieri e anche o.s.a. e tanti volontari, tutti professionali ed umani, impegnati a rendere migliori le giornate dei malati e familiari. Il punto è che chi ama guarda alla vita senza esprimere una graduatoria di valore ma semplicemente con gratitudine e affetto: questo sguardo verso la vita, fa vivere meglio tutti. Da credente, sono orgogliosa che le poche voci di sostegno della vita anche più fragile, provengano dalla Chiesa e al tempo stesso prego affinché queste voci non restino afone o isolate, ma che ciascuno di noi possa, nel quotidiano, esprimere sguardi e fatti di amore e solidarietà perché la dignità dipende dall’Amore. E per un cristiano, c’è un Dio che ci ha amato per primo e che ci ama sempre e per sempre.

Silvia Pignatti


Editoriale n. 27 del 14 luglio 2019

Essere scout oggi: uno stile di vita

A Brownsea Island, nel 1907, per otto giorni, Sir Robert Baden-Powell volle sperimentare, prima di metterle in pratica, le sue idee riguardo all’educazione. Invitò, così, 21 ragazzi di differenti classi sociali, un’idea rivoluzionaria per la società di quel tempo. L’uniforme, che unisce - e non divisa che divide - era di color cachi con il distintivo del giglio. Dopo aver passato un test di nodi, tracce, e della bandiera nazionale, essi ottenevano un altro distintivo con il motto “Be Prepared” - oggi “Estote Parati”, cioè essere pronti, anzi “Sempre Pronti” - da attaccare sotto il giglio. Si svolsero inoltre varie attività all’aperto. B.-P. ritenne il test sufficiente a dimostrare la bontà delle sue idee, pertanto le raccolse per iscritto in un libro dal titolo “Scautismo per ragazzi” (Scouting for Boys). Lo scautismo era nato!

Il campo di Brownsea Island ha consentito alla Zona Agesci di Carpi di poter contare oggi su 11 gruppi, dei quali tre festeggiano nel 2019 rispettivamente i 30 anni (Medolla 1), i 50 anni (Carpi 3 - San Giuseppe) e i 60 anni (Carpi 2 - San Francesco). Una Zona che comprende 1.461 ragazzi di diverse età, guidati da 325 capi, accompagnati nel loro servizio educativo da 21 assistenti ecclesiastici della Diocesi di Carpi. Una Zona che sarà rappresentata, attraverso tredici dei suoi membri, al prossimo Jamboree, che si terrà negli Stati Uniti col motto “Unlock a new world”, letteralmente “libera un mondo nuovo”. Dal 22 luglio al 2 agosto, in West Virginia, nella Bechtel Reserve, oltre mille ragazzi da ogni angolo d’Italia porteranno l’identità dell’Agesci, le tipicità e specificità territoriali e culturali di una terra ricca e varia, consapevoli che la costruzione di ponti è la chiave per avviare percorsi di pace capaci di liberare un mondo nuovo. Alla partenza si unirà un altro momento importante: progettare e preparare il ritorno. Tornare per contagiare tutti, tornare sapendo di poter essere, per tutti e per tutta la vita, ambasciatori di un messaggio di pace, tornare per farsi strumenti dei valori scout sperimentati e vissuti. Una precisazione è doverosa: non “si fanno gli scout”, ma “si è scout”.

E’ un vero e proprio stile di vita! I ragazzi, le ragazze e gli adulti che intraprendono, ieri come oggi, lo scautismo si impegnano a crescere come artefici consapevoli e responsabili della propria strada, perché attivi nel fare il bene, quello di tutti, che è anche il loro. A noi, capi educatori, ma anche adulti educatori e cittadini di questo territorio, la responsabilità di cogliere questa sfida: valorizzare i nostri ambasciatori della Zona di Carpi, creare il terreno fertile perché possano raccontarsi ed incontrare il maggior numero possibile di coccinelle, lupetti, guide, esploratori, rover e scolte, genitori e cittadini, per testimoniare la possibilità reale di “sbloccare il mondo”, di costruire ponti, di proteggere la “casa comune”, di generare un futuro sostenibile e umano. Se crediamo nella capacità della testimonianza e della condivisione, allora spetta a ciascuno di noi il compito di rendere il Jamboree patrimonio di tutta l’Associazione e della comunità cittadina, creando e favorendo nei nostri gruppi, nelle nostre Zone, nelle nostre Regioni, nelle nostre parrocchie e, perché no, nelle nostre sedi istituzionali, occasioni per questi germogli, proteggendoli e sostenendoli. Allora cresceranno forti e si moltiplicheranno esponenzialmente… e noi tutti insieme a loro!

Davide Pignatti - Agesci Zona di Carpi


 

Editoriale n. 26 del 7 luglio 2019

Cari amici della Chiesa di Carpi,

ho appreso poco prima di voi la notizia della rinuncia del vescovo Francesco alla guida della diocesi di Carpi e contemporaneamente, con sorpresa, l’incarico di amministratore apostolico conferitomi da papa Francesco. Desidero esprimere vicinanza e gratitudine a Monsignor Cavina per il suo ministero tra di voi e per questa decisione così dolorosa e difficile per lui. Vicinanza e gratitudine che nello stesso tempo esprimo a voi, popolo di Dio in Carpi, chiamati a condividere questo passaggio inatteso e complesso. Le ferite richiedono del tempo per sanarsi; e le ferite ecclesiali richiedono dosi massicce di umiltà, conversione e perdono, opera esclusiva dello Spirito Santo. Come ho già detto nei giorni scorsi, il Nunzio apostolico mi ha riferito il desiderio del Papa di favorire, nel tempo della durata del mio incarico, una collaborazione più stretta fra le due diocesi di Carpi e di Modena, che già lavorano insieme in tanti settori civili ed ecclesiali. Pensiamo solo, per limitarci agli aspetti riguardanti le diocesi, alla formazione comune dei candidati al sacerdozio, alla partecipazione all’unico Studio Teologico, all’unico Istituto di Scienze Religiose e all’unico Tribunale ecclesiastico. Altri settori nei quali sarà possibile avviare la collaborazione potranno riguardare l’Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero, alcuni uffici pastorali e la formazione permanente dei presbiteri, dei diaconi e dei ministri istituiti. Sono collaborazioni che non tolgono nulla alle singole diocesi, ma permettono di risparmiare le forze e far circolare energie pastorali e spirituali tra una Chiesa e l’altra. Molti chiedono se si andrà verso l’unificazione delle due diocesi. Me lo sono chiesto anch’io, appena mi è stato prospettato l’incarico, che avrebbe potuto essere affidato anche ad un vescovo emerito, come del resto è avvenuto in altre situazioni di passaggio. E ho posto questa stessa domanda al Nunzio, il quale mi ha risposto così: è noto il desiderio del Santo Padre di ridurre il numero delle diocesi italiane, unificandone alcune in modo da semplificarne la vita pastorale e la gestione amministrativa. Nel caso specifico, non esiste alcun mandato per la fusione delle due diocesi, che eventualmente potrà essere frutto di un percorso sinodale (ha insistito molto su questo termine); per ora l’incarico dell’amministratore apostolico riguarda la conduzione della vita pastorale della diocesi carpigiana e la verifica della possibilità di collaborare più strettamente con la diocesi di Modena. “Percorso sinodale” significa “cammino da compiere assieme”. Cercherò quindi, proseguendo come posso l’opera del vescovo Francesco, di conoscere nei prossimi mesi le ricchezze della diocesi di Carpi, di consultare i pastori, i religiosi e i laici attraverso gli organismi di partecipazione - in primo luogo il collegio dei consultori, il consiglio presbiterale e il consiglio pastorale - e di visitare le comunità cristiane. Ripeto: lo farò per quanto potrò, perché già la diocesi di Modena è molto impegnativa e non riuscirò sempre a “sdoppiarmi” come desidererei. Confido molto nella corresponsabilità del popolo di Dio in Carpi, ben rappresentato da molte figure di Santi antichi e moderni e specialmente da innumerevoli “santi della porta accanto” che vivono nelle case, nei luoghi di lavoro, di incontro, di formazione e di cura. Elaboriamo insieme questo passaggio, affidandoci al Signore e alla sua grazia: e sarà un’esperienza di purificazione dalla quale usciremo arricchiti.

+ Erio Castellucci Amministratore apostolico


 

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