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Notizie, un ponte tra centro e periferia

Tra le belle sorprese che ho incontrato nella Diocesi di Carpi c’è “Notizie”.

Il settimanale diocesano è confezionato bene, è ricco di informazioni, è ampio di riflessioni. Un cattolico e un cittadino vi trovano letture approfondite degli avvenimenti locali, non solo ecclesiali, alla luce della visione etico-sociale cristiana.

Personalmente cerco di scorrerlo per intero, segnalando poi gli articoli che potrò riprendere anche in vista di incontri e conferenze. “Notizie” presenta almeno tre caratteristiche del buon giornalismo.

Prima di tutto offre le informazioni senza le deformazioni. Una cosa è interpretare, un’altra è distorcere. Nel codice deontologico giornalistico è scritto chiaramente che la notizia deve essere prima di tutto verificata, per quanto possibile, e poi comunicata. Ma nell'epoca delle “fake news” pare che anche qualche giornalista si faccia prendere la mano – ne ho avuto esperienza personalmente – seguendo l’onda delle illazioni più che quella delle informazioni. “Notizie” svolge prima di tutto la verifica dei fatti: detesta le dietrologie e interviene sulla base dei documenti. Il radicamento sul territorio è un’altra qualità che appartiene al giornalismo sano. Anche i cosiddetti giornali nazionali sono legati in particolare a qualche città o regione. Il localismo di “Notizie” è un suo valore aggiunto: riesce a dare voce alla Diocesi nelle sue diverse articolazioni, quella territoriale delle parrocchie e delle zone e quella ambientale dei settori pastorali e dell’associazionismo. Il nostro giornale è un ponte tra centro e periferia; ed è un ponte percorso in entrambe le direzioni: le realtà operanti in Diocesi ricevono volentieri le informazioni dal centro e altrettanto volentieri le inviano. Potremmo dire che è un settimanale 2.0, interattivo.

“Notizie”, infine, si potrebbe soprannominare “Buone Notizie”. Come già dicevo in un precedente messaggio, un buon giornale riesce a rendere attraenti anche le buone notizie, mentre un giornale mediocre si affida agli “scoop” in genere legati alla cronaca nera o rosa. Notizie fa cronaca bianca, ma la fa in modo da interessare il lettore. Purtroppo questa terza caratteristica del buon giornalismo è trascurata da molte testate, perché richiede maggiore impegno. Raccontare un furto è facile, diventa attraente perché evoca emozioni e reazioni immediate; raccontare un’esperienza di volontariato è più difficile, perché tocca corde più profonde rispetto alle emozioni, le corde del senso della vita. E tutti sono disposti a lasciarsi emozionare, ma non tutti a lasciarsi interrogare. Tante volte sento dire, incontrando le persone, che “la Chiesa dovrebbe dire…” o “che la Chiesa dovrebbe fare…” e qualche volta mi rendo conto che queste persone sono disinformate, perché ciò che suggeriscono di dire o di fare, già lo si dice e lo si fa. “Notizie” è uno strumento che contrasta efficacemente la disinformazione.

Perché dunque abbonarsi al giornale diocesano? Per sapere che cosa davvero accade nella nostra Chiesa di Carpi e sentirsi dentro ad un cammino comune; per favorire la circolazione delle “buone notizie”, che rendono più bella la vita di una comunità e incitano a diffondere le “buone pratiche”; perché è una forma di sostegno concreta all'impegno della Diocesi nel campo della comunicazione. Sarebbe davvero bello se “Notizie” arrivasse in tutte le case dei cattolici carpigiani. Sarebbe anche un modo per rimanere al passo del progetto pastorale, raccolto nella lettera pastorale “E camminava con loro”, che “Notizie” seguirà e approfondirà nel corso dell’anno.

Approfitto di questa occasione per esprimere la mia gratitudine verso tutti gli abbonati e i lettori, ma soprattutto verso i responsabili, i giornalisti e i collaboratori: grazie per l’opera seria, intensa e appassionata che portate avanti; è una forma di carità, che possiamo chiamare “carità comunicativa”, di cui abbiamo bisogno. È una strada per la quale il Vangelo corre anche nella nostra Diocesi.

+ Erio Castellucci
Amministratore Apostolico


Editoriale n. 40 del 17 novembre 2019

«Il povero è l’uomo della fiducia!»

Il povero ha la certezza di non essere mai abbandonato perché col suo Signore ha «un rapporto personale di affetto e di amore». Affascinante questa immagine nel Messaggio di Papa Francesco per la III^ Giornata mondiale dei poveri.

E chi è vicino ai poveri, dunque è straordinariamente vicino a Dio. Tocca con mano che «la speranza dei poveri non sarà mai delusa». Diceva don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII (il 23 novembre si celebrerà a Rimini la chiusura della fase diocesana del suo processo di beatificazione) che “la carità va vissuta prima che detta, va testimoniata con la vita!”.

Per questo, ha sempre invitato ad accogliere i bambini abbandonati in ospedale, i disabili gravissimi, a “dare una famiglia a chi non ce l’ha”. “Dobbiamo andare là dove sono le donne sfruttate nella prostituzione”. E ancora: “dare un’alternativa alle mamme in carcere coi loro bimbi”.

Una carità viva e visibile che ha spesso scomodato quella porzione di Chiesa abituata a vivere la fede solo tra le mura della parrocchia. Lui invece è stato uno dei pionieri della Chiesa in uscita, che raggiunge le periferie della città, uscendo a incontrare i “parrocchiani che sono fuori dalle mura”.

Un rivoluzionario della carità che ha sempre raccomandato di essere “incendiari nell’amore e non pompieri”. Ma la carità non può essere oggi un’esperienza isolata, un “fai da te” di un’unica organizzazione: tutti possiamo essere “un prolungamento dell’Amore di Dio”, unendo sempre più i diversi carismi, con uno stile non violento, che costruisce ponti di pace, che sa creare unità e allargare le cerchie, mettendosi in dialogo con tutti, nessuno escluso! Come accaduto quest’estate, quando in sinergia col Cav di Carpi, abbiamo supportato una donna incinta al terzo mese che dormiva in un giardino pubblico insieme ad un altro figlio piccolo. Pronto un santo prete ad accoglierla in emergenza e pronta una casa-famiglia della nostra Comunità ad accoglierla in sinergia coi servizi sociali nella città da dove proveniva. I poveri dunque non sono una categoria sociologica. Sono persone comuni esistenzialmente smarrite per un periodo, in cerca di qualcuno che li affianchi per un tratto di strada senza pregiudizi, ma con la speranza di un orizzonte di vita nuovo. E molto spesso sono proprio i poveri, vicini e lontani, quelli che ci indicano la via, i nostri maestri, quelli che chiedono scusa di esistere, quelli che vorrebbero denunciare l’ingiustizia ma non hanno abbastanza voce.

Davvero i poveri hanno in sé «una forza salvifica che non esclude nessuno e tutti coinvolge in un reale pellegrinaggio di conversione», come scrive Papa Francesco. Sono quelli che avendo toccato con mano l’essenziale o anche l’estrema indigenza, sanno che ciò che resta davvero alla fine della vita è solo l’amore. Sono quelli che hanno il volto di Nina, 53 anni, la prima donna che ho accolto, sopravvissuta ad un incendio sotto il ponte dove dormiva con altri senza tetto e malata di cancro. Mi spiegava che per non sentire il freddo ognuno si copriva coi cartoni e aiutava l’altro ad organizzarsi la copertura per la notte, stando tutti vicini per mantenere uno spazio di calore sotto il ponte. L’immagine di quella donna, piena di piaghe sulla pelle e di metastasi nei polmoni ma sempre col sorriso e un “grazie” sulle labbra, mi accompagna da vent’anni. «La speranza dei poveri non sarà mai delusa». Ora tocca a noi: stare tutti vicini – nessuno sia scartato - per mantenere ancora caldo il cuore nel tran tran delle nostre città.

Irene Ciambezi,
Comunità Papa Giovanni XXIII


Editoriale n. 39 del 10 novembre 2019

Notizie, un ponte tra centro e periferia

Tra le belle sorprese che ho incontrato nella Diocesi di Carpi c’è “Notizie”.

Il settimanale diocesano è confezionato bene, è ricco di informazioni, è ampio di riflessioni. Un cattolico e un cittadino vi trovano letture approfondite degli avvenimenti locali, non solo ecclesiali, alla luce della visione etico-sociale cristiana.

Personalmente cerco di scorrerlo per intero, segnalando poi gli articoli che potrò riprendere anche in vista di incontri e conferenze.

“Notizie” presenta almeno tre caratteristiche del buon giornalismo. Prima di tutto offre le informazioni senza le deformazioni. Una cosa è interpretare, un’altra è distorcere. Nel codice deontologico giornalistico è scritto chiaramente che la notizia deve essere prima di tutto verificata, per quanto possibile, e poi comunicata. Ma nell’epoca delle “fake news” pare che anche qualche giornalista si faccia prendere la mano – ne ho avuto esperienza personalmente – seguendo l’onda delle illazioni più che quella delle informazioni. “Notizie” svolge prima di tutto la verifica dei fatti: detesta le dietrologie e interviene sulla base dei documenti.

Il radicamento sul territorio è un’altra qualità che appartiene al giornalismo sano. Anche i cosiddetti giornali nazionali sono legati in particolare a qualche città o regione. Il localismo di “Notizie” è un suo valore aggiunto: riesce a dare voce alla Diocesi nelle sue diverse articolazioni, quella territoriale delle parrocchie e delle zone e quella ambientale dei settori pastorali e dell’associazionismo. Il nostro giornale è un ponte tra centro e periferia; ed è un ponte percorso in entrambe le direzioni: le realtà operanti in Diocesi ricevono volentieri le informazioni dal centro e altrettanto volentieri le inviano. Potremmo dire che è un settimanale 2.0, interattivo.

“Notizie”, infine, si potrebbe soprannominare “Buone Notizie”. Come già dicevo in un precedente messaggio, un buon giornale riesce a rendere attraenti anche le buone notizie, mentre un giornale mediocre si affida agli “scoop” in genere legati alla cronaca nera o rosa. Notizie fa cronaca bianca, ma la fa in modo da interessare il lettore. Purtroppo questa terza caratteristica del buon giornalismo è trascurata da molte testate, perché richiede maggiore impegno. Raccontare un furto è facile, diventa attraente perché evoca emozioni e reazioni immediate; raccontare un’esperienza di volontariato è più difficile, perché tocca corde più profonde rispetto alle emozioni, le corde del senso della vita. E tutti sono disposti a lasciarsi emozionare, ma non tutti a lasciarsi interrogare. Tante volte sento dire, incontrando le persone, che “la Chiesa dovrebbe dire…” o “che la Chiesa dovrebbe fare…” e qualche volta mi rendo conto che queste persone sono disinformate, perché ciò che suggeriscono di dire o di fare, già lo si dice e lo si fa. “Notizie” è uno strumento che contrasta efficacemente la disinformazione. Perché dunque abbonarsi al giornale diocesano? Per sapere che cosa davvero accade nella nostra Chiesa di Carpi e sentirsi dentro ad un cammino comune; per favorire la circolazione delle “buone notizie”, che rendono più bella la vita di una comunità e incitano a diffondere le “buone pratiche”; perché è una forma di sostegno concreta all’impegno della Diocesi nel campo della comunicazione. Sarebbe davvero bello se “Notizie” arrivasse in tutte le case dei cattolici carpigiani. Sarebbe anche un modo per rimanere al passo del progetto pastorale, raccolto nella lettera pastorale “E camminava con loro”, che “Notizie” seguirà e approfondirà nel corso dell’anno.

Approfitto di questa occasione per esprimere la mia gratitudine verso tutti gli abbonati e i lettori, ma soprattutto verso i responsabili, i giornalisti e i collaboratori: grazie per l’opera seria, intensa e appassionata che portate avanti; è una forma di carità, che possiamo chiamare “carità comunicativa”, di cui abbiamo bisogno. È una strada per la quale il Vangelo corre anche nella nostra Diocesi.

+ Erio Castellucci
Amministratore Apostolico


Editoriale n. 38 del 3 novembre 2019

In cammino con don Zeno

La Chiesa di Carpi come “terra di testimoni eccezionali” che “ci invitano a dare ossigeno alle nostre risorse migliori”. Così il Vescovo Erio si esprime nella lettera pastorale “E camminava con loro”, citando alcuni di questi testimoni, fra cui don Zeno, “uomo e sacerdote di eccezionale energia e carattere impetuoso”, segno eloquente di come il Signore continui “ad inviare profeti tra il suo popolo”. Insieme a Odoardo Focherini, Mamma Nina, Albertina Violi Zirondoli, Bernardino Realino, Camilla Pio di Savoia, la Diocesi di Carpi cammina dunque in questo anno pastorale ricordando anche il fondatore di Nomadelfia.

 Francesco di Nomadelfia

Io sono come i muli, viaggio sugli orli dei precipizi per raggiungere mete che per altre vie non si conquistano. Ad ogni grave e pauroso pericolo perdo molti amici di viaggio, perché guardano, si arrestano, retrocedono. Ma poi ne ritrovo degli altri. E la Chiesa all’ora di Dio mi ha sempre aperto ‘il sentiero’ come ha fatto anche in questa misteriosa occasione ‘pro gratia’”. Così scriveva don Zeno nel novembre 1953 al cardinale Ottaviani, all’apprendere la notizia della sua laicizzazione, appunto, “pro gratia”. A vent’anni, Zeno aveva deciso di camminare solo con Cristo, il suo “irresistibile amore”, e a trent’anni nella prima messa aveva preso come figlio uno “scarto” della società, un ragazzo appena uscito dal carcere, fondando con lui Nomadelfia. Nella sua vita don Zeno ha accolto altri 5000 fi gli. Lo hanno aiutato Irene e le altre mamme di vocazione, Nelusco e Anna con le altre coppie di sposi, i sacerdoti. Settant’anni fa, nell’ex campo di concentramento di Fossoli, è nato un popolo nuovo, un popolo perché nessuno si salva da solo, ma insieme ci si incammina per una santità “sociale”. Con una fede incrollabile, don Zeno ha osato percorrere sentieri nuovi, fi dandosi sempre della Provvidenza. Per il grande amore al popolo e alla Chiesa, che era solito dire “mi scorre nel sangue”, subì tante prove e si chiedeva: “Che cosa è un sacerdote? Certo non può essere un vigliacco. Avevo un modesto patrimonio paterno e l’ho dato tutto; avevo una carriera nel mondo e l’ho buttata; avevo un prestigio familiare e l’ho buttato; ho accolto come figli i più rovinati nel popolo per insegnare con la mia dedizione ad essere fratelli l’uno per l’altro secondo la Preghiera a l’Ultima Cena, quindi cambiando rotta nel costume dei cattolici; avevo insegnato al popolo che la Giustizia è legge di tutti e l’avevo fatto nel Nome della Chiesa”. Già da giovane sentiva l’urgenza di “saltare a piedi pari venti secoli di cristianesimo e ricominciare da capo, facendo tesoro delle esperienze fatte”. Riallacciandosi alle prime comunità cristiane, ci ricordava che tutti siamo chiamati a seguire Cristo sulle strade delle Beatitudini evangeliche, e sul Vangelo abbiamo sperimentato che nasce un mondo diverso. Il 17 dicembre 2016 Papa Francesco rivolgendosi ai Nomadelfi affermava: “Don Zeno Saltini, il vostro fondatore, aveva capito bene queste cose e, pur tra difficoltà e incomprensioni, è andato avanti fiducioso, con l’obiettivo di portare la buona semente del Vangelo, anche nei terreni più aridi. E ci è riuscito! La vostra comunità di Nomadelfia ne è la prova. Don Zeno si presenta a noi oggi come esempio di fedele discepolo di Cristo che, ad imitazione del divino Maestro, si china sulle sofferenze dei più deboli e dei più poveri diventando testimone di una carità inesausta. Il suo coraggio e la sua perseveranza vi siano di guida nel vostro quotidiano impegno di far fruttificare i germi di bene che egli ha abbondantemente seminato, animato da passione evangelica e sincero amore alla Chiesa”. E venendo a pregare sulla sua tomba il 10 maggio dell’anno scorso, il Pontefice continuava: “Il vostro Fondatore si è dedicato con ardore apostolico a preparare il terreno alla semente del Vangelo, affinché potesse portare frutti di vita nuova. Cresciuto in mezzo ai campi delle fertili pianure dell’Emilia, egli sapeva che, quando arriva la stagione adatta, è il tempo di mettere mano all’aratro e preparare il terreno per la semina. Gli era rimasta impressa la frase di Gesù: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio» (Lc 9,62). La ripeteva spesso, forse presagendo le difficoltà che avrebbe incontrato per incarnare, nella concretezza del quotidiano, la forza rinnovatrice del Vangelo”. Anche seguendo l’esempio di don Zeno, sta a noi continuare con speranza questo percorso, perché “camminando, s’apre cammino”.


Editoriale n. 37 del 27 ottobre 2019

Affido: accogliere è essere accolti

Ogni mattina mi alzo, nel silenzio della casa, per primo. Ogni mattina, ripeto in modo costante le stesse cose: vado in bagno, preparo la colazione, accendo la radio… Le abitudini certe, che ritrovo ogni mattina, sono parte essenziale del buongiorno. E’ il momento migliore della giornata. E’ il mio momento, in solitudine. Tuttavia, avendo accolto nel tempo qualche minore nella nostra casa, mi sono trovato spesso destabilizzato da qualcuno che scendeva le scale a metà della mia colazione. Inaccettabile! Poi pensavo e realizzavo che lui o lei, che scendeva le scale, si sentiva ancor più sorpreso di me. I suoi occhi si aprivano in una penombra sconosciuta; il suo corpo intorpidito entrava in un bagno estraneo, la sua tazza di colazione era un’altra. E questo non era lo sforzo di una mattina leggera per essere in vacanza. La sua abitudine era sospesa, perché si trovava in uno spazio e un tempo nuovi, dove, con grande difficoltà, andava ricostruendo ogni abitudine. Così è l’affido: è il cambiamento di un mondo di riferimento con un altro. Poco importa se questo è o sarà migliore, è comunque un altro e da qui parte la salita. Il cambiamento tocca, sempre, entrambe le parti coinvolte ed è dispari. La famiglia accoglie, nella sua casa, tra i suoi arredi e le proprie abitudini. Il minore accoglie un mondo diverso, che gli viene proposto come suo, in attesa che si riapra la porta della sua abitazione. E’ capace di accogliere chi è capace di farsi accogliere e di farlo in casa propria, rinunciando al fatto che un mobile si sposterà, un orario cambierà, una colazione avrà nuovi ingredienti e ne perderà altri. E’ questo lo sforzo dell’accoglienza ed è la parte più impegnativa. Accogliere non ha come primo gesto l’allestimento di una stanza o la preoccupazione di una cena, ma ha la preparazione a farsi accogliere. Chi entra nella nostra casa fa lo sforzo più grande, accettando di fatto di starci e di affidarsi. Facendolo vuol dire che accoglie chi gli apre la porta e, poi, deciderà se affidarsi. Iniziando così, la famiglia accogliente saprà anche percorrere i tempi e le strade che portano all’equilibrio dell’accoglienza reciproca. Perché un punto di equilibrio c’è. E non è il punto che dà incrollabile stabilità, ma è quello che fa galleggiare, in modo che si possa procedere nella navigazione senza affondare e sfruttando la corrente altrimenti nemica. Non esiste una navigazione ferma. La rotta è sempre ondeggiante, con oscillazioni incostanti ed improvvise, ma comunque in equilibrio e anche con lunghi tratti di tranquillo attraversamento. Ci sono imbarcazioni fragili, che vanno evacuate perché non affondino provocando vittime. Ci sono, non lo si può negare. E vanno soccorse. Chi lo contesta, si copre gli occhi di fronte alle difficoltà dell’uomo, fa finta di non vedere o non accetta che i contesti di vita non sono buoni in sé, ma sono positivi se funzionano o se garantiscono loro stessi un equilibrio. La famiglia accogliente è questa possibilità di navigazione alternativa. Sa di essere un punto di passaggio, un mezzo temporaneo di navigazione. Cercherà, quindi, di insegnare a navigare in ogni situazione e trasmetterà i fondamenti del nuoto, scoprendo che, molte volte, si tratta solo di recuperarli, perché erano stati dimenticati. Accogliere è essere accolti. E sentendosi accolti si sarà in grado di farlo a propria volta. Inizierà da ciò una nuova possibilità, la ricerca di un nuovo equilibrio.

Vittorio Reggiani,
Venite alla Festa


Editoriale n. 36 del 20 ottobre 2019

La psichiatria contemporanea crede alla possibilità di guarigione

Ci fu un tempo in cui le persone con malattia mentale, i “folli”, i “pazzi”, come erano chiamati, venivano emarginati, isolati dal mondo civile e dalla comunità, privati della loro voce e della loro dignità, nascosti nei manicomi dove dovevano restare per il resto della loro vita, in quanto considerati irrecuperabili, inguaribili. Non c’erano cure, ma contenzione, per questi “quasi-uomini”, che “non si erano evoluti come le persone normali” ed erano ritenuti incivili e pericolosi per sé e per gli altri.

Gli psichiatri, che li seguivano, si limitavano ad utilizzare l’elettroshock e altre terapie fi siche oltre a distribuire psicofarmaci per sedare, controllare, contenere. Il tutto su una base di esperienze empiriche che finivano per soffocare e svilire le potenzialità umane, professionali e culturali, l’empatia e le conoscenze medico-scientifiche degli psichiatri stessi.

Oggi tutto è cambiato: le mura dei manicomi sono cadute e la moderna psichiatria, facendo proprie le tesi rivoluzionarie di Franco Basaglia, psichiatra e neurologo, fondatore del moderno concetto di Salute Mentale, ha visto nella forza di accogliere e ascoltare la malattia mentale la chiave di un percorso innovativo, che ha restituito al paziente la sua dignità, il rispetto per la persona umana, la difesa dei suoi diritti e ne ha decretato la centralità in quel processo terapeutico e riabilitativo di cui la psichiatria si è fatta paladina.

La Giornata Mondiale della Salute Mentale celebra questo eccellente traguardo, questo mutato atteggiamento raggiunto grazie ad un percorso di studi sulla psiche e sulle relazioni interpersonali, oltre che di ricerche biologiche, anatomiche e scientifiche. Non da ultima, grazie alla presa di coscienza e consapevolezza dei moderni psichiatri.

Con una maggior conoscenza delle caratteristiche basilari del cervello, la scienza medica afferma che tutte le malattie della mente sono curabili e sfata il mito dell’incurabilità, invitando a superare i pregiudizi, sempre duri a morire, verso chi è affetto da disagio psichico: non un “malato”, non un “paziente”, ma una persona che manifesta in modo più esplicito la propria sofferenza, che può essere curata e recuperata.

La guarigione è il grande e ambizioso approdo del disturbo psichico: la guarigione completa, con la scomparsa dei sintomi; la guarigione sociale, quando la malattia non è più dominante, diventa marginale e accettabile e permette un recupero sociale e lavorativo.

Non sempre si arriva a questo traguardo e il lavoro del medico per ottenere anche piccoli risultati è lungo, paziente e tenace, diversificato per ogni individuo e per ogni disturbo. È un’opera corale, che coinvolge lo psichiatra, il personale infermieristico, la persona sofferente, la famiglia, consultata e ascoltata, la comunità, i servizi sociali, le associazioni dei familiari, le testimonianze di chi è sopravvissuto alla malattia.

Non tutti guariscono. Ma la voce della moderna psichiatria comunica speranza, parla di aspettative positive, di dialoghi aperti, di elementi favorenti la guarigione, di racconti personali come metodo analitico di cura e infonde grande fiducia nel paziente. Con atteggiamento rivoluzionario, lo mette al centro delle scelte e delle decisioni nel processo terapeutico.

La ricerca è ancora in corso: si fonda su indagini scientifiche e sulla metodologia rigorosa della scienza. Come afferma lo psichiatra Vittorino Andreoli: “Siamo entrati nella psichiatria scientifica”.

Il risultato è un nuovo approccio al paziente: non più un “folle”, un “quasi-uomo” incivile e immaturo, ma una persona umana, un uomo vero, relazionale, fatto di biologia e di psiche, un soggetto che vive nella sua comunità e, come tale, da accogliere, ascoltare, comprendere e aiutare.


Editoriale n. 35 del 13 ottobre 2019

Ottobre Missionario Straordinario

Battezzati e inviati  

Già due anni fa Papa Francesco aveva indicato il mese di ottobre del 2019 come un “mese missionario straordinario”. L’occasione è data dalla commemorazione del centenario della promulgazione della Lettera apostolica “Maximum Illud” di Papa Benedetto XV sull'impegno missionario della Chiesa. Penso possa essere utile per ognuno di noi entrare in questo mese missionario con l’aiuto proprio delle parole del Papa e in particolare dal messaggio per la Giornata Missionaria del prossimo 20 ottobre diffuso, come sempre, il giorno di Pentecoste, e dall'omelia tenuta durante i vespri il primo giorno di questo mese. Papa Francesco, aprendo il mese missionario straordinario lo scorso 1° ottobre, memoria di Santa Teresa di Gesù Bambino, patrona delle missioni, ha di nuovo ribadito quello che va ripetendo fi n dall’inizio del suo pontificato: “la Chiesa se non è in uscita non è Chiesa”. Questo mese missionario vuole essere, dunque, una scossa per ogni battezzato perché si senta finalmente inviato, missionario per natura. Aveva scritto il Papa nel suo messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale di quest’anno: “il mandato missionario è un mandato che ci tocca da vicino: io sono sempre una missione; tu sei sempre una missione; ogni battezzata e battezzato è una missione”. Bello che il Papa dica che “siamo una missione” e non semplicemente “in missione”. La missione non è solo ciò che dobbiamo fare, ma ciò che siamo. Dunque, il dono del mio Battesimo si esprime e si realizza nell’essere sempre proteso al di fuori di me, nell’incontro e nella relazione con chi mi sta accanto, nella testimonianza di fede. Non è solo un atteggiamento che assumo ma una natura che mi è propria e a cui non posso rinunciare senza snaturarmi. Continua il Papa: “Nessuno è escluso dalla missione della Chiesa. Quindi in questo mese il Signore chiama anche te padre o madre di famiglia, te giovane che sogni grandi cose, te che lavori in fabbrica, in un negozio, in una banca, in un ristorante; te che sei senza lavoro o in un letto di ospedale… Il Signore ti chiede di farti dono lì dove sei, così come sei, con chi ti sta vicino; di non subire semplicemente la vita, ma di donarla”. È come un dito puntato su ciascuno, su di me, su di te: il Signore chiama anche me, anche te. Anche me che tante volte ho cercato di sottrarmi all’impegno, alla testimonianza. Ma, facendo così, rinuncio a vivere in pienezza la vita di figlio di Dio. Impoverisco la mia dignità di battezzato. Papa Francesco ci ammonisce ancora. Nel suo intervento all’apertura del mese di ottobre ci ricorda che “il contrario della missione è l’omissione… Il peccato di una vita intera può essere quello di non metterla in gioco, non donarla ma trattenerla”. Per cui pecchiamo contro la missione quando il vittimismo soffoca la gioia, quando cediamo alla rassegnazione, quando ci lamentiamo continuamente, quando perdiamo tempo a piangere le cose che non vanno e i fedeli che non ci sono più, quando cerchiamo oasi protette per stare tranquilli, quando ci lasciamo paralizzare dal “si è fatto sempre così”, quando viviamo la vita come un peso e non come un   dono, quando al centro ci siamo noi con le nostre fatiche, non i fratelli e le sorelle che attendono di essere amati… Non è difficile sentire almeno qualcuno di questi richiami come rivolto a sé. Facciamo un serio esame di coscienza. Come singoli e come comunità. E siccome il cuore della missione della Chiesa è la preghiera invochiamo l’intercessione di Santa Teresa di Gesù Bambino, di San Francesco Saverio - uno dei più grandi missionari della storia -, della venerabile Pauline Jaricot, che diede inizio alle Pontificie Opere Missionarie.

Don Fabio Barbieri
Direttore Ufficio Missionario Diocesano  


Editoriale n. 34 del 6 ottobre 2019

Da San Nicolò: fedeltà e sfide

Sera di mercoledì 25 settembre, ore 20.45, il vescovo Erio arriva puntuale a San Nicolò, di ritorno dal Consiglio permanente della Cei. E’ accolto dai membri del consiglio pastorale, ormai da troppo tempo in allarme per le tante ipotesi circolate (quasi due anni, cioè da quando si era iniziata ad intuire la probabile chiusura del convento da parte dei frati minori). Allarme su “parrocchia sì, parrocchia no”. Ed è stata questa la prima domanda rivolta a don Erio che, serenamente, ha messo fine a tutti i timori “nessuna chiusura della parrocchia”, ed ha ricordato come a Modena un avvenimento del genere, cioè l’accorpamento di due comunità, richieda un cammino di riflessione di almeno quattro anni. Timori finiti e visi distesi, finalmente. Ora si poteva iniziare ad approfondire il dialogo sulle possibili soluzioni per un buon funzionamento della vita della comunità, “soluzioni che saranno oggetto di un successivo incontro del collegio consultori”, precisava l’amministratore apostolico.

A don Erio, in quell’ora, interessava una cosa sola: conoscere a fondo la vita di San Nicolò; quindi giro di nomi e di compiti: mensa del povero ed attività educative, preghiera ed accoglienza di un gruppo di ragazzi rom, aspetti amministrativi e ordine secolare francescano. Hanno risposto persone determinate, rimaste fedeli, oltre i disagi dell’incertezza di questi lunghi mesi, a servizi svolti per anni. Parrocchiani appassionati ed uniti dalla stessa convinzione: “è troppo importante crescere ragazzi e giovani dentro una parrocchia”. In verità il dialogo è stato spesso interrotto da una domanda al vescovo: “Ci sarà un prete che prende in mano la parrocchia, che apre e chiude le porte, che sia sempre presente?”. Su questo quesito si sono concretizzate le riflessioni più importanti della serata: un sacerdote che apre e chiude le porte, che accoglie e dà risposte alle persone… è questa la domanda giusta? O piuttosto: una comunità che si assume nel concreto questi compiti? Un sacerdote che dirige e distribuisce incarichi o un corpo vivo che fa casa a tutti, sacerdote compreso, ed insieme a lui cerca le vie del Vangelo, assume responsabilità, sa fare propri gli interrogativi della gente? Ecco la proposta pungente e realista che ci viene da questo incontro con il consiglio di San Nicolò, e su cui le altre parrocchie dovranno necessariamente riflettere, sacerdoti compresi.

Riassumo così le convinzioni condivise fra tutti e che hanno fatto di questi 90 minuti di confronto un momento veramente importante; ripeto, convinzioni forse da rilanciare in Diocesi: - fedeltà nei momenti dell’incertezza, fedeltà nel pregare e nell’educare, nell’essere aperti a tutti, in primis ai poveri; - non sappiamo fino a quando avremo un prete per ogni parrocchia, pur popolosa come questa. “Forse questo prete che il vescovo ci potrà dare, sarà l’ultimo od il penultimo”, commentava un membro a fine consiglio. Ma la parrocchia resterà e continuerà la sua missione”. Ad una condizione: passare da una parrocchia concepita come un “supermercato” dove vado a cercare qualcosa che mi serve, a “parrocchia casa, famiglia”, dove io, ciascuno insieme ad altri, mi sento responsabile nel far crescere “gli ideali più alti del cuore”.

Resteranno vive nel tempo solo parrocchie che accettano questa sfida, e si impegnano a farla diventare vita quotidiana.

Don Carlo Malavasi


Editoriale n. 33 del 29 settembre 2019

Eutanasia è falsa compassione non libertà

A supporto dell’attuale dibattito sul tema del fine vita, riprendiamo il discorso che Papa Francesco ha rivolto alla Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri ricevuta in udienza nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico lo scorso 20 settembre. Cari fratelli e sorelle, accolgo con piacere tutti voi. So che avete dedicato l’ultimo triennio agli “stati generali” della professione medica, ossia al confronto su come esercitare al meglio la vostra attività in un mutato contesto sociale, per meglio individuare i cambiamenti utili a interpretare le necessità delle persone e per offrire loro, insieme con le competenze professionali, anche un buon rapporto umano. La medicina, per definizione, è servizio alla vita umana, e come tale essa comporta un essenziale e irrinunciabile riferimento alla persona nella sua integrità spirituale e materiale, nella sua dimensione individuale e sociale: la medicina è a servizio dell’uomo, di tutto l’uomo, di ogni uomo. E voi medici siete convinti di questa verità sulla scorta di una lunghissima tradizione, che risale alle stesse intuizioni ippocratiche; ed è proprio da tale convinzione che scaturiscono le vostre giuste preoccupazioni per le insidie a cui è esposta la medicina odierna. Occorre sempre ricordare che la malattia, oggetto delle vostre preoccupazioni, è più di un fatto clinico, medicalmente circoscrivibile; è sempre la condizione di una persona, il malato, ed è con questa visione integralmente umana che i medici sono chiamati a rapportarsi al paziente: considerando perciò la sua singolarità di persona che ha una malattia, e non solo il caso di quale malattia ha quel paziente. Si tratta per i medici di possedere, insieme alla dovuta competenza tecnico-professionale, un codice di valori e di significati con cui dare senso alla malattia e al proprio lavoro e fare di ogni singolo caso clinico un incontro umano. Di fronte, dunque, a qualsiasi cambiamento della medicina e della società da voi identificato, è importante che il medico non perda di vista la singolarità di ogni malato, con la sua dignità e la sua fragilità. Un uomo o una donna da accompagnare con coscienza, con intelligenza e cuore, specialmente nelle situazioni più gravi. Con questo atteggiamento si può e si deve respingere la tentazione – indotta anche da mutamenti legislativi – di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l’eutanasia. Si tratta di strade sbrigative di fronte a scelte che non sono, come potrebbero sembrare, espressione di libertà della persona, quando includono lo scarto del malato come possibilità, o falsa compassione di fronte alla richiesta di essere aiutati ad anticipare la morte. Come afferma la Nuova Carta per gli Operatori Sanitari: “Non esiste un diritto a disporre arbitrariamente della propria vita, per cui nessun medico può farsi tutore esecutivo di un diritto inesistente” (n. 169). San Giovanni Paolo II osserva che la responsabilità degli operatori sanitari “è oggi enormemente accresciuta e trova la sua ispirazione più profonda e il suo sostegno più forte proprio nell’intrinseca e imprescindibile dimensione etica della professione sanitaria, come già riconosceva l’antico e sempre attuale giuramento di Ippocrate, secondo il quale ad ogni medico è chiesto di impegnarsi per il rispetto assoluto della vita umana e della sua sacralità” (Enc. Evangelium vitae, 89). Cari amici, invoco sul vostro impegno la benedizione di Dio e vi affido all’intercessione della Vergine Maria Salus infirmorum. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Papa Francesco


Editoriale n. 32 del 22 settembre 2019

Rinasce il Duomo di Mirandola dalle macerie del sisma Unità di intenti, terreno fertile

Perché il Duomo di Mirandola riapre e la mia chiesa no? E’ questa la prima domanda che mi viene fatta e l’unica risposta sensata che ho trovato sta proprio nel Duomo di Mirandola. A distanza di 7 anni e 4 mesi, infatti, viene restituita al culto la prima chiesa gravemente danneggiata dal sisma nella Diocesi di Carpi e la seconda per importanza dopo la Cattedrale.

Nel complesso iter della ricostruzione di questo bene, dal valore storico-artistico e identitario così rilevante, oltre alla Diocesi stessa, sono stati coinvolti due gruppi di progettisti, i Vigili del fuoco, sette diverse imprese, la Protezione civile, due diversi Servizi della Regione Emilia Romagna e la Soprintendenza. Sono quindici entità con prospettive completamente differenti, che però hanno collaborato e orientato i loro sforzi tutti nella stessa direzione. Dunque, la riapertura del Duomo di Santa Maria Maggiore si è concretizzata grazie alla simultanea presenza di tre elementi: l’unitarietà di intenti e la capacità di mediare a livello di programmazione tra gli enti coinvolti; la capacità tecnica dei progettisti; la capacità esecutiva delle imprese. Unitarietà di intenti dimostrata fin da subito, al livello di programmazione, e di questo ringrazio sentitamente la Regione e la Soprintendenza. Ma gli obiettivi rimangono carta straccia se non si trova terreno fertile nei progettisti e poi nell’impresa.

Lungo il cammino abbiamo a volte discusso ma l’aver sempre mantenuto l’obiettivo comune ci ha portato ad oggi, in cui ognuno deve vedere riconosciuto il proprio merito. Solo quando tutti questi tre elementi si sono ritrovati il bene è stato riaperto. Intendo quindi ringraziare vivamente uno per uno gli “autori” del risultato ottenuto. Per la Regione Emilia Romagna: Vasco Errani, Stefano Bonaccini, Giancarlo Muzzarelli, Palma Costi, Enrico Cocchi, Stefano Isler, Mauro Monti, Antonino Libro, Davide Parisi, oltre a tutti i ragazzi del 2° e 6° piano torre 64; Vania Passarella e Alberto Borghesi. Per la Soprintendenza: Carla Di Francesco, Paola Grifoni, Giovanna Paolozzi Strozzi, Gianna Gaudini, Luigi Malnati, Cristina Ambrosini. Inoltre, Graziella Polidori, Deborah Licastro, Emanuela Storchi, Maria Grazia Gattari, Nunzia Lanzetta, Elena Marconi, Cinzia Cavallari. Per la Protezione civile Emilia Romagna: Demetrio Egidi, Maurizio Mainetti, Rita Nicolini, Antonio Monni, Francesco Gelmuzzi, Fabrizio Cogni, Franchina Leghissa. Per i Vigili del Fuoco: Giovanni Nanni e Alberto Parrino. I progettisti: Studio Comes, Ingegner Enrico Miceli, Professor Andrea Benedetti. Le ditte, cito solo le denominazioni perché dovrei davvero utilizzare un libro per ringraziare tutti: Archos, Gefim, Bottoli, Alchimia, Caem Group, Martini e Martini, Athaena. Infine, ma non certo da ultimo, un grazie particolare va alla proprietà - monsignor Francesco Cavina, don Carlo Truzzi e don Flavio Segalina - che mi ha sempre appoggiato nei vari momenti di difficoltà emersi.

Concludo annunciando che all’interno del Duomo vi saranno due importanti novità: i poli liturgici, realizzati e donati alla parrocchia di Santa Maria Maggiore da Budri Spa di San Giacomo Roncole; una scultura in terracotta denominata “L’Albero della Vita”, opera dell’artista Marcello Aversa, donata dalla famiglia Reggiani in memoria di Albertino Reggiani. Entrambe le donazioni, pur ideate e realizzate da persone completamente diverse e distanti tra di loro, sono state pensate per far risaltare la vittoria della Vita sulla morte, di Cristo su Satana. Il nostro ringraziamento va, naturalmente, anche a questi donatori.

Questo è ciò che dovremmo sempre ricordarci quando restauriamo una chiesa: non siamo di fronte ad un involucro vuoto, ma ad un edificio sacro che ha le sue regole proprie e che parla soprattutto attraverso quello che noi inseriamo all’interno.

Ing. Marco Soglia Rup
Ufficio ricostruzione della Diocesi di Carpi


Editoriale n. 31 del 15 settembre 2019

Al via un nuovo anno

La scuola guarda avanti

Siamo in un momento storico molto particolare: un crocevia di cambiamenti ambientali, economici, sociali, civili e geopolitici che si influenzano gli uni gli altri come in un vortice. Il cambiamento in atto è tumultuoso, veloce e noi fatichiamo a coglierlo nella sua complessità e nella sua portata perché ne siamo parte. La società dell’informazione ci proietta, a volte senza filtri, notizie di ogni tipo e i rischi sono l’overflow di comunicazioni che può generare indifferenza, oppure le fake news che alimentano ignoranza e superficialità. Anche a livello politico si fatica a trovare risposte adeguate perché le dinamiche e i problemi coinvolgono territori molto ampi e in mutamento dal punto di vista geopolitico, economico ed ambientale: gli immensi incendi che hanno devastato la terra durante l’estate appartengono a diversi stati dell’America latina, dell’Africa e dell’ex Unione Sovietica. I politici provano a dare risposte ma sono spesso risposte territoriali mentre i problemi hanno dinamiche sovranazionali e globali. E la tentazione di spostare l’attenzione non sui problemi veri ma su “altro” per incapacità di trovare le risposte vere, è forte. Difficile muoversi in questo marasma e il tutto è così veloce che non lo percepiamo: siamo come dentro all’occhio di un ciclone. La sfida è non farsi travolgere dal cambiamento ma anzi farne parte in modo costruttivo ed efficace. Come possiamo decifrarne le dinamiche, le criticità e le potenzialità per poter incidere positivamente sul cambiamento? In gioco c’è il nostro futuro anzi il futuro dei nostri ragazzi. Come fare? Difficile, ma dobbiamo provarci. La scuola ha un compito altissimo: quello di formare le nuove coscienze e i nuovi cittadini che abiteranno il nostro mondo.

La scuola deve avere il coraggio di guardare avanti per preparare uomini e donne resilienti, con qualità forti, capaci di trasformare la terra in qualcosa di nuovo e per questo deve avere fiducia nei ragazzi. Loro hanno in sé gli antidoti perché sono figli di questo tempo, loro sono la soluzione. Credo che l’introduzione di un’ora in più di lezione di cittadinanza e costituzione sia una grande opportunità per far riflettere gli studenti sul senso delle leggi e di una costituzione: esse sono fatte dagli uomini per regolare la vita e la costruzione di una comunità e condurla verso traguardi sempre più alti di civiltà. La costituzione e le leggi devono essere adeguate ai tempi e ai bisogni di una società, pertanto se non sono rispondenti occorre avere il coraggio di migliorarle.

Fare cittadinanza e costituzione oggi significa anche riflettere sulla necessità di adottare leggi nuove, realizzare azioni politiche, puntare sulla ricerca scientifica e tecnologica, introdurre nuovi principi economici che permettano di risolvere il disastro ambientale che le nostre generazioni hanno prodotto. Credo sia un’opportunità, anzi un dovere che la scuola ha: fornire una coscienza critica, una nuova consapevolezza e le necessarie conoscenze e competenze affinché i nostri ragazzi possano, loro, trovare gli strumenti più efficaci per migliorare la vita sulla terra e porre rimedio al problema della sostenibilità. Ai ragazzi mi permetto di dare alcuni suggerimenti che valgono sempre. Il primo: cercate punti di ancoraggio, punti di riferimento.

Cercate cioè testimoni autentici di valori che non passano con le mode. Maestri di vita vera, persone che con l’esempio sono testimonianza di senso e le cui parole scuotono le coscienze, risvegliano i nostri sentimenti, fanno risuonare la nostra anima evocando in noi sensazioni belle, positive e potenti. Non abbiate paura, abbiate anzi il coraggio e l’ostinazione di cercare questi testimoni: saranno la vostra bussola e vi permetteranno di non perdervi e di non essere travolti dagli eventi. Secondo: scommettete su di voi puntando sui vostri doni e le vostre passioni; queste saranno la meta del vostro viaggio. Terzo: coltivate e perseguite le vostre passioni ma trovatevi compagni di viaggio.

Con degli amici veri tutto avviene in modo più piacevole: ci si sorregge nelle difficoltà, si superano le sconfitte e la gioia è più grande se si può condividere quando si ottengono dei risultati o si superano degli ostacoli. E noi docenti e dirigenti abbiamo il compito di essere quei testimoni. Buon anno scolastico a tutti.

Maura Zini


 

Editoriale n. 30 dell'8 settembre 2019

Il grazie di Carpi ai frati di San Nicolò

Sono stato attento, e contento, davanti al crescere del numero delle firme che chiedevano un ripensamento all’Ordine dei frati minori sulla chiusura del convento di San Nicolò.

Pur conoscendo bene la inefficacia dell’iniziativa (le decisioni sono state prese altrove e per motivi indiscutibili), ho apprezzato l’affetto verso i nostri frati, che ciascuna firma intendeva affermare.  sempre vero che si apprezza veramente qualcuno o qualcosa solo quando viene a mancare.

Questo affetto, carissimi fratelli di San Francesco e nostri, vi accompagnerà. Assieme al nostro rammarico per il venir meno della testimonianza di umiltà e carità, caratteristiche sì dell’Ordine di San Francesco ma pure delle vostre persone; doni che porterete altrove come valori assai più grandi dei vostri pochi fagotti.

Saltando qua e là nei decenni, io pure dico il mio grazie a figure importanti per la giovinezza mia e di tanti: grazie a padre Natale paziente e coraggioso educatore, a padre Tonini tranquillo, sapiente e generoso parroco, a padre Gogo, dovevo dire “Crisologo”, infuocato consigliere di fedeltà al Vangelo, a padre Sandro guida mite e lieta della parrocchia. Poi a padre Elio, per decenni umile e silenzioso accompagnatore delle comunità religiose. E a tanti altri frati di tempi remoti, fi no a ciascuno dei presenti. Carpi ci perde.

Perde una testimonianza vivente impressa anche in un abito speciale ma soprattutto in persone, le vostre: un continuo e vivo pro memoria di come vivere oggi la proposta cristiana, dalla parte dei poveri, per i poveri, con i poveri. Ed in questo la nostra città, credenti o meno, vi ha sempre rispettato, stimato e sostenuto. Chi legge vorrebbe sapere notizie sul domani di San Nicolò: chiesa e convento, parrocchia e attività. Non basterà un primo consiglio di consultori riunito in settimana attorno al vescovo Erio per decisioni complete e definitive.

Ma non è neppure importante sapere subito soluzioni concrete su edifici in gran parte ancora inagibili, su iniziative educative e caritative che non possono né morire né afflosciarsi. La nostra comunità ecclesiale ne è responsabile e dovrà restare attenta a mantenere alta, vivace la testimonianza di Vangelo che abbiamo ricevuto da secoli e fino ad ora; ed in questi ultimi anni da voi, fratelli di San Francesco a Carpi. Grazie.

Don Carlo Malavasi


 

Editoriale n. 29 del 28 luglio 2019
Messaggio di Mons. Castellucci alla Diocesi di Carpi

Le prime impressioni

I contatti e gli incontri che ho vissuto in queste prime settimane del mio servizio di amministratore apostolico sono stati per me importanti. Ho trovato una Chiesa viva, desiderosa di continuare e intensificare il cammino e colma di doni spirituali.
Le fatiche vissute, ricordate anche dal vescovo Francesco nel suo discorso di congedo, pur avendo inciso nelle relazioni, possono e devono diventare occasioni di crescita.
Umanamente saremmo sempre tentati di considerare le sofferenze come perdite e fallimenti. La presenza del Signore risorto ci aiuta a viverle invece come “pasqua”, cioè “passaggio”, purificazione. È la dinamica della conversione, possibile solo quando ci mettiamo all'ombra del Vangelo che ristora ed allevia le fatiche.

In quest’ottica ho vissuto le celebrazioni liturgiche, i colloqui personali con alcuni sacerdoti e laici responsabili degli ambiti pastorali e la recente assemblea presbiterale, molto partecipata.
È palpabile il desiderio di proseguire il cammino insieme, nello stile sinodale della comunione, evitando di perdere troppe energie nei lamenti e nelle critiche e mantenendo piuttosto la rotta della missione: nell'adesione al magistero degli ultimi papi e in particolare di Francesco, cercheremo di impegnarci insieme per ascoltare la voce di tanti fratelli che reclamano la nostra testimonianza e il nostro servizio, specialmente di quelli che non hanno voce o il cui grido è silenziato dagli animatori dell’odio.

La missione della Chiesa oggi richiede audace profezia e non semplice conservazione dell’esistente. Ed è evidente come nella Chiesa di Carpi lo Spirito abbia seminato tanti doni di santità che devono trovare un terreno fertile e molti agricoltori.

Don Erio Castellucci


 

Editoriale n. 28 del 21 luglio 2019

Guardare alla vita senza fare graduatorie

Conoscevo già la storia di Vincent Lambert, l’infermiere francese in stato vegetativo persistente, da tempo al centro di una battaglia giudiziale tra la madre che voleva assicurare al figlio i supporti vitali (idratazione e nutrimento a mezzo peg) e chi giudicava meglio per lui morire. Un caso simile a quello di Terry Schiavo, di Eluana Englaro e dei piccoli Alfie, Isaia e Charlie. In questo caso non c’era auto-determinazione da rispettare perché Vincent non aveva espresso alcuna indicazione di volontà al riguardo: non era un malato terminale, non era attaccato a nessuna macchina e non c’era accanimento terapeutico, ma solo idratazione e alimentazione assistita. Il caso mi interessava già come legale, come ex Presidente di Scienza&Vita, ma ha assunto una valenza diversa in questi ultimi mesi, da quando ho imparato cosa è la tetraplegia. Vincent era tetraplegico; anche mia figlia Eleonora, dopo l’ischemia midollare che l’ha colpita a maggio è tetraplegica. Vincent Lambert non è morto per una malattia. È morto di fame e di sete perché disabile grave, tetraplegico dopo un incidente. E’ stato letteralmente condannato a morte proprio perché disabile grave, perché la sua vita è stata giudicata “non dignitosa”, perché qualcuno ha deciso che per lui era meglio morire (best interest). Eleonora non è così grave, ma è stata molto grave anche lei. Anche lei non mangiava da sola, non camminava, da sola non riusciva nemmeno a grattarsi il naso, come altri ragazzi che incontro ogni giorno all’unità spinale ove è ricoverata. Ora il problema non è quanto è oggettivamente grave la disabilità, perché se si entra in un giudizio di valore, tutto diventa inevitabilmente discrezionale. Il problema è: qualcuno può arrogarsi il diritto di decidere se una vita è degna di essere vissuta? I suoi genitori si sono battuti fino alla fine, ma alcune sentenze lo hanno condannato a morte, come era già successo per Charlie e Alfie. Chi avete sentito difendere questa vita? Non ci sono stati girotondi, né proclami, né cortei, nessun “Je suis Vincent”. Questa ennesima condanna a morte per sentenza nel silenzio generale è per me ancora più inquietante. Perché una ennesima mamma non ha potuto difendere la vita (perché era ancora vita) di suo figlio? Chi può con certezza dire che non sentiva nulla? Se passa l’idea che è degna solo la vita “sana”, i malati non saranno più curati. Quanto più saranno costosi, tanto più sarà economico “eliminarli”. I malati stessi saranno autorizzati a sentirsi “meno degni” di vivere. Il punto è proprio capire se è negoziabile (o no) la dignità di una persona, di ogni persona. A prescindere. Da cosa dipende la dignità? Dall’essere bello, sano, giovane e sportivo? I disabili sono indegni di vivere per antonomasia? E i disabili psichici? E i depressi? E gli anziani? Sono tutte situazioni drammatiche che vedono compromesse le funzioni e libertà “normali”. All’unita spinale vedo ogni giorno persone con capacità compromesse. A volte per sempre, a volte non si sa. Certo c’è tanto dolore, ma quello che vedo io tutti i giorni è tanta vita, vita anche bella. Ho visto anche un matrimonio con i confetti per tutti. Vedo ogni giorno sogni possibili: Eleonora ha presentato via skipe una sua ricerca ad un congresso internazionale; Marco mi racconta estasiato della sua nuova super Mercedes e mi dice che sogna di correre in auto, come Alfredo Di Cosmo. E poi c’è Laura che ha fatto la maturità scientifica proprio qui. Chi ha diritto di giudicare se queste storie sono “meno degne” di quelle di prima, dei loro coetanei “sani”. Per fortuna, vedo tanto amore. Molto di più di quello che spesso c’è fuori da qui. Qui non importa il vestito, il modello del cellulare o il titolo di studio: siamo tutti accomunati dalla malattia e dall’amore che ci unisce ai nostri cari. Le mamme poi sono eroiche. C’è chi ha mollato tutto a 1000 chilometri, chi ha lasciato il lavoro o gli altri fi gli per stare qui giorno e notte, chi ogni giorno porta un dolcetto e un sorriso per il figlio, ma spesso anche per gli altri. Menzione d’onore anche per medici, fisioterapisti, infermieri e anche o.s.a. e tanti volontari, tutti professionali ed umani, impegnati a rendere migliori le giornate dei malati e familiari. Il punto è che chi ama guarda alla vita senza esprimere una graduatoria di valore ma semplicemente con gratitudine e affetto: questo sguardo verso la vita, fa vivere meglio tutti. Da credente, sono orgogliosa che le poche voci di sostegno della vita anche più fragile, provengano dalla Chiesa e al tempo stesso prego affinché queste voci non restino afone o isolate, ma che ciascuno di noi possa, nel quotidiano, esprimere sguardi e fatti di amore e solidarietà perché la dignità dipende dall’Amore. E per un cristiano, c’è un Dio che ci ha amato per primo e che ci ama sempre e per sempre.

Silvia Pignatti


Editoriale n. 27 del 14 luglio 2019

Essere scout oggi: uno stile di vita

A Brownsea Island, nel 1907, per otto giorni, Sir Robert Baden-Powell volle sperimentare, prima di metterle in pratica, le sue idee riguardo all’educazione. Invitò, così, 21 ragazzi di differenti classi sociali, un’idea rivoluzionaria per la società di quel tempo. L’uniforme, che unisce - e non divisa che divide - era di color cachi con il distintivo del giglio. Dopo aver passato un test di nodi, tracce, e della bandiera nazionale, essi ottenevano un altro distintivo con il motto “Be Prepared” - oggi “Estote Parati”, cioè essere pronti, anzi “Sempre Pronti” - da attaccare sotto il giglio. Si svolsero inoltre varie attività all’aperto. B.-P. ritenne il test sufficiente a dimostrare la bontà delle sue idee, pertanto le raccolse per iscritto in un libro dal titolo “Scautismo per ragazzi” (Scouting for Boys). Lo scautismo era nato!

Il campo di Brownsea Island ha consentito alla Zona Agesci di Carpi di poter contare oggi su 11 gruppi, dei quali tre festeggiano nel 2019 rispettivamente i 30 anni (Medolla 1), i 50 anni (Carpi 3 - San Giuseppe) e i 60 anni (Carpi 2 - San Francesco). Una Zona che comprende 1.461 ragazzi di diverse età, guidati da 325 capi, accompagnati nel loro servizio educativo da 21 assistenti ecclesiastici della Diocesi di Carpi. Una Zona che sarà rappresentata, attraverso tredici dei suoi membri, al prossimo Jamboree, che si terrà negli Stati Uniti col motto “Unlock a new world”, letteralmente “libera un mondo nuovo”. Dal 22 luglio al 2 agosto, in West Virginia, nella Bechtel Reserve, oltre mille ragazzi da ogni angolo d’Italia porteranno l’identità dell’Agesci, le tipicità e specificità territoriali e culturali di una terra ricca e varia, consapevoli che la costruzione di ponti è la chiave per avviare percorsi di pace capaci di liberare un mondo nuovo. Alla partenza si unirà un altro momento importante: progettare e preparare il ritorno. Tornare per contagiare tutti, tornare sapendo di poter essere, per tutti e per tutta la vita, ambasciatori di un messaggio di pace, tornare per farsi strumenti dei valori scout sperimentati e vissuti. Una precisazione è doverosa: non “si fanno gli scout”, ma “si è scout”.

E’ un vero e proprio stile di vita! I ragazzi, le ragazze e gli adulti che intraprendono, ieri come oggi, lo scautismo si impegnano a crescere come artefici consapevoli e responsabili della propria strada, perché attivi nel fare il bene, quello di tutti, che è anche il loro. A noi, capi educatori, ma anche adulti educatori e cittadini di questo territorio, la responsabilità di cogliere questa sfida: valorizzare i nostri ambasciatori della Zona di Carpi, creare il terreno fertile perché possano raccontarsi ed incontrare il maggior numero possibile di coccinelle, lupetti, guide, esploratori, rover e scolte, genitori e cittadini, per testimoniare la possibilità reale di “sbloccare il mondo”, di costruire ponti, di proteggere la “casa comune”, di generare un futuro sostenibile e umano. Se crediamo nella capacità della testimonianza e della condivisione, allora spetta a ciascuno di noi il compito di rendere il Jamboree patrimonio di tutta l’Associazione e della comunità cittadina, creando e favorendo nei nostri gruppi, nelle nostre Zone, nelle nostre Regioni, nelle nostre parrocchie e, perché no, nelle nostre sedi istituzionali, occasioni per questi germogli, proteggendoli e sostenendoli. Allora cresceranno forti e si moltiplicheranno esponenzialmente… e noi tutti insieme a loro!

Davide Pignatti - Agesci Zona di Carpi


 

Editoriale n. 26 del 7 luglio 2019

Cari amici della Chiesa di Carpi,

ho appreso poco prima di voi la notizia della rinuncia del vescovo Francesco alla guida della diocesi di Carpi e contemporaneamente, con sorpresa, l’incarico di amministratore apostolico conferitomi da papa Francesco. Desidero esprimere vicinanza e gratitudine a Monsignor Cavina per il suo ministero tra di voi e per questa decisione così dolorosa e difficile per lui. Vicinanza e gratitudine che nello stesso tempo esprimo a voi, popolo di Dio in Carpi, chiamati a condividere questo passaggio inatteso e complesso. Le ferite richiedono del tempo per sanarsi; e le ferite ecclesiali richiedono dosi massicce di umiltà, conversione e perdono, opera esclusiva dello Spirito Santo. Come ho già detto nei giorni scorsi, il Nunzio apostolico mi ha riferito il desiderio del Papa di favorire, nel tempo della durata del mio incarico, una collaborazione più stretta fra le due diocesi di Carpi e di Modena, che già lavorano insieme in tanti settori civili ed ecclesiali. Pensiamo solo, per limitarci agli aspetti riguardanti le diocesi, alla formazione comune dei candidati al sacerdozio, alla partecipazione all’unico Studio Teologico, all’unico Istituto di Scienze Religiose e all’unico Tribunale ecclesiastico. Altri settori nei quali sarà possibile avviare la collaborazione potranno riguardare l’Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero, alcuni uffici pastorali e la formazione permanente dei presbiteri, dei diaconi e dei ministri istituiti. Sono collaborazioni che non tolgono nulla alle singole diocesi, ma permettono di risparmiare le forze e far circolare energie pastorali e spirituali tra una Chiesa e l’altra. Molti chiedono se si andrà verso l’unificazione delle due diocesi. Me lo sono chiesto anch’io, appena mi è stato prospettato l’incarico, che avrebbe potuto essere affidato anche ad un vescovo emerito, come del resto è avvenuto in altre situazioni di passaggio. E ho posto questa stessa domanda al Nunzio, il quale mi ha risposto così: è noto il desiderio del Santo Padre di ridurre il numero delle diocesi italiane, unificandone alcune in modo da semplificarne la vita pastorale e la gestione amministrativa. Nel caso specifico, non esiste alcun mandato per la fusione delle due diocesi, che eventualmente potrà essere frutto di un percorso sinodale (ha insistito molto su questo termine); per ora l’incarico dell’amministratore apostolico riguarda la conduzione della vita pastorale della diocesi carpigiana e la verifica della possibilità di collaborare più strettamente con la diocesi di Modena. “Percorso sinodale” significa “cammino da compiere assieme”. Cercherò quindi, proseguendo come posso l’opera del vescovo Francesco, di conoscere nei prossimi mesi le ricchezze della diocesi di Carpi, di consultare i pastori, i religiosi e i laici attraverso gli organismi di partecipazione - in primo luogo il collegio dei consultori, il consiglio presbiterale e il consiglio pastorale - e di visitare le comunità cristiane. Ripeto: lo farò per quanto potrò, perché già la diocesi di Modena è molto impegnativa e non riuscirò sempre a “sdoppiarmi” come desidererei. Confido molto nella corresponsabilità del popolo di Dio in Carpi, ben rappresentato da molte figure di Santi antichi e moderni e specialmente da innumerevoli “santi della porta accanto” che vivono nelle case, nei luoghi di lavoro, di incontro, di formazione e di cura. Elaboriamo insieme questo passaggio, affidandoci al Signore e alla sua grazia: e sarà un’esperienza di purificazione dalla quale usciremo arricchiti.

+ Erio Castellucci Amministratore apostolico


 

Via Don Eugenio Loschi, 8, Carpi, MO, Italia